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Bistrot nel Campus Lavazza: oltre il ristorante aziendale.

Nuvola, il Campus Lavazza a Torino progettato da CZA (Cino Zucchi Architetti), si arricchisce con Bistrot, un ristorante orientato all’home-feeling, pensato per i dipendenti Lavazza, ma aperto al pubblico e a gestione autonoma. Disegnato in collaborazione con RGA eSlow Food, Bistrot è un esempio di un nuovo concetto di ristorazione all’interno di uno spazio di lavoro sempre più aperto verso la città.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere descrivendo il progetto del Campus Lavazza, la sede della famosa azienda italiana fa parte del più ampio “sistema Nuvola” progetto di riqualificazione della “Centrale” di Torino, storica ex centrale elettrica Enel, che ha come obiettivo quello di creare un polo innovativo aperto verso la città. Uno spazio che comprende un museo, uno spazio eventi, un’area archeologica e, adesso, anche un ristorante.

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Bistrot, pensato per ospitare fino a 280 ospiti, presenta al primo piano un ambiente diviso in una dining area e delle isole per il self-service, con una zona maggiormente dedicata alla privacy al secondo e terzo piano.
Il design degli interni punta a preservare il carattere industriale precedente, cercando un compromesso con un’atmosfera domestica e familiare, come testimonia la scelta di bilanciare la struttura metallica della cucina con il legno degli arredi e il pavimento in gres.

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Un ruolo centrale nel progetto è dato dalla luce naturale che si diffonde attraverso i lucernai e le vetrate che danno sul giardino, naturalmente enfatizzata dai colori chiari dei pavimenti e del soffitto, dando un’impressione di uno spazio arioso e luminoso.
Per quanto pensato per essere utilizzato largamente dalla popolazione Lavazza, Bistrot non può essere considerato un classico ristorante aziendale, ma uno “spazio per la ristorazione collettiva”, un servizio aperto al pubblico e indipendente, a gestione autonoma dal punto di vista imprenditoriale, esempio di come la pausa pranzo diventi uno dei punti principali momenti di incontro e apertura verso la città.
Testo di Gabriele Masi.

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02-Gourmeet-Sky-DEGW-wow-webmagazine

Nuove identità per la ristorazione in Sky create da DEGW.

Espressione di un ambiente smart e dinamico basato sul valore della collaborazione e dell’incontro, il Coffe Point della hall di ingresso e il ristorante Gourmeet della sede Sky di Milano, progettati da DEGW, uniscono tecnologia, attenzione alla scelta dei materiali, utilizzo del verde e di materiali fonoassorbenti per creare una nuova esperienza di convivialità e di accoglienza.

DEGW, dopo aver collaborato con Sky Italia per gli allestimenti degli uffici nel terzo building nella sede di Milano, completa il progetto con aree funzionali che esprimono una visione nuova di reception e mensa: il Coffee Point e il ristorante aziendale “Gourmeet”.

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197 posti suddivisi in due zone distinte dedicate al take away, per chi avesse fretta o volesse pranzare nelle aree break predisposte ai piani del building, e al servizio al tavolo, prenotabile attraverso un portale ad hoc, per incontri informali o per godersi in tranquillità la pausa pranzo.
L’accesso alla ristorante, il cui nome è stato scelto direttamente dai dipendenti, avviene attraverso un corridoio di 18 metri, parte integrante del progetto, che anticipa il mood dello spazio principale attraverso pareti vegetali cornici e grafiche basate sui programmi Sky dedicati al cibo.
La struttura in stile industriale dell’area dedicata al servizio al tavolo (sedute e tavoli Pedrali), è divisa da un lungo mobile su ruote rispetto a quella dedicata al take away, con arredi custom disegnati da DEGW.

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Qui le pareti vegetali, utilizzate per mitigare l’inquinamento acustico insieme all’utilizzo di pannelli fonoassorbenti a soffitto (Flap di Caimi Brevetti), scandiscono lo spazio in altri due ambienti, più piccoli e raccolti: la zona lounge e il bar interno al ristorante con un ampio bancone in ceramica diamantata con top in corian in forte contrasto con il nero della parete retrostante. Accanto alla zona dedicata al servizio al tavolo, invece, è stata studiata un’area appartata con sei tavoli per chi necessitasse di una maggior privacy.

Situato accanto alla reception, nell’ampia hall di 9 metri di altezza, simbolo di una struttura dinamica, il Coffe Point all’entrata è un ambiente fondamentale per l’accoglienza in un workplace che registra in entrata e in uscita ogni giorno almeno 600 ingressi.

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Lo spazio si caratterizza per un mix tra mood tecnologico e naturale: al legno della finitura rovere del bancone fa da contrappunto lo scenario tech della controparete realizzata in pannelli modulari di policarbonato retro-illuminati dinamicamente a LED.
È proprio la scelta dei materiali e soprattutto il legno del bancone ad anticipare i toni e il mood naturale del ristorante, gestito come il Coffe Point da Pedevilla, creando un collegamento tra due momenti di convivialità fondamentali nella giornata lavorativa.
Testo di Gabriele Masi.

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XOhub: benvenuti nell’ufficio giungla.

La giungla entra in ufficio. In uno spazio dove le piante sono protagoniste, anche la tecnologia si adegua creando “liane” di interconnessioni e un fertile ecosistema. XOffice, dealer di aziende quali Vitra a Thonet, ha scelto per il suo spazio multifunzionale XOhub a Roma uno stile “Jungle”, linguaggio innovativo e trend già ampiamente confermato in ambito domestico, che porta in scena i concetti di biofilia e benessere green capaci di trasmettere la leggerezza ed l’equilibro di un costante scambio tra uomo, tech e natura.

Uno dei primi esempi di Jungle Office, XOhub è uno spazio multifunzionale e poliedrico di 500 metri quadrati pervasi dalla presenza di verde, dove le piante diventano protagoniste di uno spazio pensato per il well-being, la riduzione dello stress e il piacere di lavorare. Lo stile si basa su una tipologia di design sostenibile sia a livello umano sia ambientale, che sviluppa in una direzione innovativa i concetti di biofilia ed ecosostenibilità.

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Il verde, assoluto protagonista, si intreccia, però, con la domotica di uno spazio altamente tecnologico che crea un alto engagement per chi lo vive ogni giorno, garantendo un’alta flessibilità, attraverso la propria scrivania virtuale utilizzabile in qualsiasi parte del mondo, e un’ampia possibilità di interconnessione.
È quest’ultima parola chiave che si sviluppa nella disposizione degli spazi di un ambiente di lavoro aperto e moderno, che prevede una vip lounge, un ampio collaborative space, un’area dedicata agli informal meeting, una sala per video conference e una training area, il tutto arredato con una selezione accurata di colori e materiali ecosostenibili e innovativi, in stile contemporaneo.

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Un nuovo concetto di ufficio da sperimentare e toccare con mano, che mette in scena la “giungla” del lavoro contemporaneo e la necessità dell’ufficio di essere ecosistema, guardando sotto una nuova luce il binomio strategico tecnologia e fruibilità degli spazi.
Testo di Gabriele Masi.

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TeicosLab-nZEB-copertina-wow-webmagazine

nZEB: TeicosLab riqualifica a energia quasi zero.

Energeticamente efficiente, a bassa emissione e a “energia quasi zero”. La sede Teicos GroupTeicosLab, è il primo esempio a Milano di edificio ad uso laboratorio classificato nZEB (nearly Zero Energy Building) categoria che comprende architetture a basso impatto ambientale. Frutto del lavoro di riqualificazione di una ex area industriale, l’edificio sfrutta elementi strutturali e tecnologici per ottimizzare i consumi, senza trascurare gli elementi preesistenti. E per aumentare il comfort abitativo, tanta luce e piante capaci di assorbire le onde elettromagnetiche.

Con una metratura di 300 m2 e con emissione dei gas serra annui pari a 5,66 Kg/m2, potenzialmente compensabile con la piantumazione di 11 alberi, la sede dell’impresa di costruzioni Teicos Group, partner del progetto europeo Sharing Cities per la rigenerazione urbana delle città, è situata all’interno dell’area industriale ex Pirelli presso lo scalo ferroviario di Rogoredo a Milano e rappresenta un esempio di quali siano le priorità odierne dei progetti di riqualificazione, volti al recupero del patrimonio esistente come scelta di valore ecologico, ambientale e tecnico. 

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L’edificio, originariamente in classe energetica G, è ad oggi classificato A4+, ovvero nZEB (nearly Zero Energy Building; il primo a Milano nella categoria E8: laboratorio ad attività industriale. Risultato ottenuto grazie all’integrazione tra l’utilizzo dell’energia rinnovabile dei pannelli solari sulla copertura e all’efficientamento energetico degli impianti di climatizzazione a pompa di calore a sistema VRV e della ventilazione in grado di recuperare calore dall’aria estratta dagli ambienti interni.
TeicosLab è “un’officina di idee, che mescola l’attività operativa a quella intellettuale. L’articolazione dello spazio è quindi progettata per favorire l’interazione”, ruota attorno ad un grande open space dove la luminosità del bianco predominante che riflette la luce solare e gli elementi traslucidi di policarbonato alveolare, usato per separare gli ambienti, accentuano l’illuminazione naturale. Simbolo della continua condivisione di idee e proposte è il tavolo rotondo che accoglie clienti e fornitori al piano terra, luogo dedicato all’esposizione dei campioni e dei materiali utilizzati in cantiere. L’ambiente perfetto per ospitare un giovane e dinamico staff composto da 30 collaboratori (ingegneri, architetti, e operai specializzati).

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Gli interventi eseguiti, però, hanno mantenuto il rispetto dell’architettura precedente, creando un contrasto voluto tra materiali tradizionali e tecnologici, tra  il legno compensato degli arredi e l’acciaio verniciato delle strutture dei soppalchi, dove il verde è un elemento imprescindibile, come si nota dalle piante in idrocoltura scelte per le loro qualità di assorbimento delle onde elettromagnetiche.
“Per noi, che promuoviamo il cambiamento culturale verso la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente era di fondamentale importanza poter avere una sede capace di raccontare che cosa facciamo in cantiere ogni giorno“, ha spiegato Cecilia Hugony, C.E.O. di Teicos UE. “TeicosLab è concretamente in grado di spiegare quali sono i risultati di comfort abitativo che si possono raggiungere ottimizzando risorse già presenti e il vantaggio urbanistico nel riportare valore anche nelle zone periferiche urbane“.
Testo di Gabriele Masi.

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Un’icona per il futuro: Torre Sassetti.

Spazi liquidi e dinamici, dove la massimizzazione dell’efficienza e della flessibilità degli spazi ufficio si inserisce nella ristrutturazione di una facciata che testimonia l’apertura alla città e la volontà di essere punto di riferimento. La ristrutturata Torre Sassetti a Milano, hub nel neonato Fintech District, secondo il progetto portato avanti da L22 Urban & Building, si pone come un ecosistema capace, attraverso ambienti di lavoro condivisi e dedicati, di promuovere la collaborazione tra i diversi player del settore finanziario.  

Secondo le intenzioni di L22 Urban & Building, che ne ha curato la ristrutturazione, la Torre Sassetti deve diventare un edificio iconico della nuova area urbana milanese dedicata allo sviluppo della finanzia, un ecosistema capace di unire diversi player del settore, aziende e istituzioni, già selezionati da Copernico, seguendo il fil rouge dell’innovazione tecnologica.

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Per questo motivo, la ristrutturazione della Torre in via Sassetti 32/2, voluta da Invesco Real Estate che l’ha acquistata nel 2015, ha avuto come primo compito quello di ripensare la facciata dell’edificio, secondo le parole chiave “eleganza” e “atemporalità”, per enfatizzarne la presenza all’interno della piazza antistante e della zona.

Partendo dal progetto strutturale originale degli anni ’90, firmato dagli ingegneri Franco Morini ed Emilio Pereira, L22 Urban & Building ha disegnato una vetrata continua, caratterizzata dalla sovrapposizione di una trama di sottili elementi orizzontali e verticali che sottolineano la scansione in piani e la griglia strutturale, estesa oltre il piano della terrazza, per enfatizzare la verticalità, in contrasto con le colonne in Santafiora lavagrigia che accentuano la solidità del basamento.

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La costruzione poggia su un ingresso completamente trasparente, a doppia altezza, che crea un continuum visivo tra l’esterno e la hall interna a doppia altezza.
I 6.000 mq dell’edificio sono occupati da Copernico per i primi otto piani, da Banca Sella fino all’undicesimo, mentre al dodicesimo e tredicesimo sono presenti rispettivamente uno spazio co-working e uno spazio eventi. I piani dedicati agli uffici, curati da Sellalab, sono stati totalmente rinnovati, puntando alla migliore efficienza e flessibilità,  mentre il pianto attico si caratterizza per un’ampia terrazza dotata anche di spazi chiusi di supporto.

Il progetto di ristrutturazione ha previsto anche l’efficientamento energetico della struttura, riguardo a materiali, illuminazione a bassi consumi e qualità dell’ambiente interno, candidandola per la certificazione LEED di livello Platinum.
Testo di Gabriele Masi.

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04-Red Bull-HQ-Il Prisma-wow-webmagazine

Energizzare l’ufficio: l’HQ Red Bull a Milano.

Mettere le ali alle persone che ci lavorano. Lo slogan pubblicitario Red Bull si rispecchia in uno spazio pensato per rappresentare l’identità aziendale, nell’HQ a Milano, raccontando una realtà sfaccettata: quattro lifestyle del brand diventano quattro diversi worksetting, ciascuno progettato per rievocare i principali mood promossi dall’azienda: energy is night life, energy is adventure, energy is sport, energy is take it easy.

Dare energia. Questo era il compito che Il Prisma ha avuto nella realizzazione degli ambienti dell’Headquarters Red Bull a Milano, in via Argelati 22, esprimendo nello spazio la mission aziendale, raccontandone l’identità e la vision, attraverso un processo di branding che ha coinvolto tutto l’ambiente.

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Il progetto è stato ispirato dalla metodologia multidisciplinare di Il Prisma “Redefine your habits” che pone l’ innovazione strategica, la percezione sensoriale, la tecnologia e la ricerca come valori chiave per il perseguimento di risultati di eccellenza.
Il concetto di energia si declina in diverse sfaccettature che sono state espresse in quattro diversi worksetting, immagine dei diversi campi in cui l’azienda opera.

Il primo di questi prende spunto dal mondo notturno del divertimento, musica ed eventi, che ispirano le aree di “Welcome Experience“. “Energy is night life” si esprime nella reception, trasformata in uno spazio dinamico, un’esperienza di condivisione, lavoro, break e svago, dove la famosa lattina viene offerta in piccoli cooler disposti al fianco della scalinata principale.

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“Energy is adventure” è lo slogan degli ambienti di lavoro: emozione, adrenalina, mente attiva, sono i driver per creare un ambiente che stimoli chi lo vive a scoprire il proprio talento e superare sempre se stessi.
Gli ambienti per il lavoro in team sono ispirati, invece, allo sport, esaltando valori come la costanza, il dinamismo, la condivisione della fatica e dei traguardi. Infine, particolare attenzione è stata data anche alle aree relax e break. Lo slogan, “Energy is take it easy“, ha portato a far risaltare i momenti di pausa come momenti decisivi di ricarica, puntando su un design di interni che favorisca il gioco, lo svago e il brainstorming informale.
Testo di Gabriele Masi.

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02-Naughtone-Knot Table-wow-webmagazine

Disegnare il Living Office: Memo e Naughtone.

“Siamo un’azienda orientata ai problemi e a come risolverli per le persone e per le compagnie. La nostra missione è quella di creare un design che ispiri a fare cose grandi“. Le parole di Neale Vanstone, vice presidente EMEA Herman Miller, sono testimoniate dai nuovi arredi Memo e dai prodotti del brand Naughtone, che riassumono i principi del Living Office, verso un approccio agile e collaborativo.

“L’ufficio non per come è pensato, ma per come è vissuto”, questo è il motto di Living Office, lo studio condotto da Herman Miller che ha dimostrato la necessità di progettare un arredo per ufficio antropologico, basato sulle necessità reali del dipendente, in un approccio olistico e dinamico.

“Se guardiamo alla nostra storia siamo una compagnia che ha messo al centro il design fin dal 1968 quando abbiamo introdotto l’Action Office, al 1994 con la Aeron Chair e oggi con il concetto dell’approccio al Living Office: la nostra enfasi è sul buon design e penso che se guardi alla nostra eredità e ai nostri prodotti è quello in cui siamo famosi”, ha dichiatato Neale Vanstone in una recente intervista a WOW!.
Ad esemplificare questo approccio, Herman Miller e l’azienda partner Naughtone, hanno presentato rispettivamente due serie di prodotti.

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Memo, disegnata da Tim Wallace, è un sistema di lavoro disegnato per aiutare le persone a gestire la sempre maggiore e frenetica attività della giornata lavorativa. Reinventando la struttura della scrivania tradizionale, cercando di implementarne la funzionalità, Memo fornisce un piano di lavoro flessibile, migliorando i sistemi di benching, sostituendo il tradizionale sistema a trave e di sottostruttura con un semplice pannello centrale che funge da “colonna”, puntando su un design semplice in grado di “mettere ordine”.

“Oggi i clienti non valutano più le funzionalità essenziali di una scrivania fissa come erano abituati a fare in passato”, ha spiegato Tim. “In genere, gli uffici accolgono diversi team di lavoratori in gruppi di bench o scrivanie che si adattano a un’unica funzione di base, indipendentemente dalla mansione che si sta svolgendo.  Ho visto l’opportunità di progettare un tipo di bench più efficiente: più accessibile e al tempo stesso in grado di fornire all’utente finale un’esperienza di utilizzo piacevole”.
Un sistema in grado di far fronte alla diversità degli stimoli e dei sistemi di lavoro, caso per caso. “Siamo un’azienda globale, ma che pensa localmente”, ha concluso la sua intervista Neale Vanstone.

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Come indicato dallo stesso nome, “Come Together”, l’azienda partner Naughtone ha, dall’altra parte, creato un mix eclettico e componibile in diverse soluzioni, in grado di fonire nuove idee ai designer per differenti situazioni, offrendo un approccio mutlifunzionale e basato su strutture free-standing, che aumentano la flessibilità dell’ambiente di lavoro. Inoltre, grazie alla versatilità e alla customizzazione, la serie “Come together” può inserirsi in diversi contesti di arredo, abbinandosi con il diverso scenario di sedute che caratterizza il mdoerno ambiente di lavoro.
Testo di Gabriele Masi.

1-4, Memo, Tim Wallace, Herman Miller.
5, The Symbol, Naughtone. La serie di sedute The Symbol è stata pensata come un arredo iconico e “architettonicamente” significativo per la scenografia dello spazio ufficio. Presenta una seduta verticale e dimensioni compatte, ideale per un moderno ambiente commericiale.
6, Knot Table, Naughtone. Knot Table è stato studiato per essere perfettamente in scala con le più comuni sedute, offrendo una comoda mediazione tra i diversi prodotti presenti sul mercato. Il suo peso leggero e semplicità lo rendono adattabile a diversi tipi di arredo e molti contesti.
7, Softbox, Naughtone. Softbox è una unità di archivio rivestita, completamente customizzabile, per permettere di abbinarla con qualsiasi tipo di arredamento. Una soluzione che permette di essere un ideale complemento di arredo in diverse composizioni.
8, Cloud Desk, Naughtone. Cloud Desk si aggiunge al “visual and acoustic heaven” del Cloud range, offrendo una postazione acusticamente isolata ideale per concentrarsi in qualunque ambiente.
9, Hatch, Naughtone. Hatch fornisce un set di sedute imbottite disegnate per combinare facilmente una, due o tre sedute, a seconda dell’ambiente in cui devono essere inserite.

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Smart design per gli uffici Arcadis a Milano.

Materiali, arredi e colori: sono questi gli ingredienti dello smart design degli uffici Arcadis di Milano disegnati da D2U. Attraverso il bilanciamento di questi elementi, la divisione degli spazi di lavoro in isole e il bilanciamento tra spazi per la condivisione e ambienti individuali, il progetto ha come obiettivo quello di favorire la sinergia nei gruppi di lavoro, adattando le tendenze dello smart working alla particolarità aziendale.

Nel riunire i propri uffici in un’unica sede a Milano, in via Monterosa 93, Arcadis si è posta come obiettivo quello di utilizzare il design per “infondere sempre più sinergia nei gruppi di lavoro” interpretando “in chiave efficace le linee guida del gruppo in chiave smart working”, come ha riferito Roberto Talotta, Managing Director dell’azienda.

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I 1.500 metri quadrati del progetto sono stati affidati al team di D2U (Design to Users) guidato da Jacopo della Fontana, che lo ha sviluppato in stretta collaborazione con un team interno e al project manager Arcadis Alberto Spacone. “Progettare al fianco del cliente permette di interpretare in chiave creativa il brief e rispettare gli obiettivi di tempi e costi stabiliti”, spiega l’architetto della Fontana.
Il workplace ruota attorno alle due grandi navate a tutta altezza intervallate da un mezzanino centrale, collegate tra loro da scale a vista e raggiungibili in entrambe i piani da due ingressi su due livelli diversi.

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In questo spazio prevalentemente open, si alternano spazi chiusi per riunioni e che favoriscono la concentrazione, le aree di ricevimento per i clienti e la caffetteria interna. Le postazioni di lavoro, invece, sono raggruppate per ambito di attività in isole, intervallate da tavoli per riunioni del team e da postazioni individuali, garantendo uno spazio capace di seguire le necessità che si creano durante il processo lavorativo e la giusta flessibilità per accomodare le future esigenze e cambiamenti dell’azienda.

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Protagonisti dello spazio sono i colori, i materiali e gli arredi, studiati in un approccio ergonomico per garantire comfort e assorbimento acustico in un ambiente vibrante e dinamico. Gli arredi, in particolare, prevalentemente disegnati dalla casa olandese Ahrend, hanno visto coinvolti anche diversi fornitori tra cui moquette Interface.
Testo di Gabriele Masi.

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Copernico Martesana: un hub ibrido e dinamico.

Flissibile, ibrido, ricco di contaminazioni: Copernico Martesana è un hub dinamico e polifunzionale, 6.500 metri quadrati tra uffici, spazi per incontri, sale meeting e coworking in un mix che bilancia il benessere personale con le esigenze delle nuove ways of working. Tra gli ambienti del progetto, che partecipa alla rivalutazione urbanistica della periferia nord-est di Milano, meritano attenzione la Oxygen Room e il Loft Office, ispirati rispettivamente ai principi della biofilia e dell’home-office.

La “Rete Copernicana”cresce: dopo Copernico Centrale, e ClubHouse Brera a Milano, l’hub di Torino, ecc. come ubicazione della tredicesima “piattaforma per lo smart working” è stata scelta l’area denominata NoLo collocata alla periferia nord-est di Milano, tra Sesto San Giovanni e Bicocca, in un’area dinamica, che sta vivendo oggi una nuova espansione.
“Con Copernico Martesana vogliamo sempre di più essere attenti al benessere degli individui negli spazi di lavoro e allo stesso tempo diventare attori di quei processi economici che generano nuovi distretti e nuove opportunità di business” spiega  Pietro Martani, Amministratore Delegato di Copernico.

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“La piattaforma Copernico è costituita da tre dimensioni essenziali per far crescere imprese e persone: quella spaziale, quella relazionale e quella culturale. Con Copernico Martesana viene potenziata al con l’obiettivo di far diventare questo hub un punto di riferimento”, continua Martani.

Il progetto architettonico e di interior design, ispirato dai tre concetti chiave dell’ecosistema Copernico (contaminazione, connessione, conoscenza), è stato interamente curato da Studio DC10 e riprende lo stile di Copernico Centrale riadattandolo al contesto industriale periferico.
“Il genius loci ha guidato il concept progettuale- spiega l’arch Alessia Garibaldi che ci accompagna nelle diverse aree del hub. Dell’edificio anni’70 sono sono messi in evidenza i pilasti in cemento armato e altri elementi strutturali; inoltre è stato creato un “vuoto centrale” che mette in connessione, anche visivamente, i diversi piani, perché i percorsi architettonici diventano anche percorsi di network.”
Nel piano interrato trovano posto le sale conferenza e un piccolo teatro, sono invece ai piani superiori tutte le aree di lavoro estremamente diversificate tra loro.
Sono ambienti ispirati al work-life balance, all’equilibrio tra lavoro e svago, concepiti per facilitare la continuità spaziale e la comunicazione tra i diversi spazi.

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Linee minimali, colori neutri, materiali naturali e riciclati, grafiche e texture originali alle pareti, grezzi pannelli fonoassorbenti, pareti divisorie in vetro che favoriscono la diffusione della luce, presenza del verde e di arredi vintage affiancati alle postazioni da ufficio realizzate su disegno con elementi e materiali dal sapore industriale, realizzati da Officine Tamborrini.
Per la scelta dei fornitori sono stati privilegiate aziende italiane di piccole dimensioni, spiega l’arch Garibaldi.

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I 6.500 mq si dividono in tre strutture indipendenti e interconnesse dove, oltre agli spazi adibiti ad ufficio, coworking o eventi, spiccano la Oxygen Room, una stanza verde studiata per alleviare lo stress e ossigenare la mente, e il Loft Office, un ambiente basato sul concetto di home-feeling con un design personalizzato.
Anche il lungo corridoio diventa stimolante e dinamico trasformandosi  in una galleria d’arte.
Al centro, come è tipico degli hub Copernico, si trova il bar caffetteria, luogo di incontro ibrido per eccellenza, la cui realizzazione ha coinvolto un gruppo di progettazione a cui hanno partecipato Bunker, Torricelli Associati e Weltgebraus.

“Vogliamo anticipare le esigenze di mercato e adattattarle al profilo di un lavoratore che cambia e si evolve costantemente”, conclude Pietro Martani, “Un lavoratore alla ricerca di spazi flessibili, dinamici, dove condividere conoscenza ed esperienza e dove si possono sviluppare nuove idee”.
Testo di Gabriele Masi.

 

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Living Office, IoT e co-design: nuove visioni da Worktech17.

L’ufficio non come è pensato, ma come è vissuto. Questo è il punto in comune dei diversi approcci contemporanei al design dell’ambiente di lavoro, che uniscono tecnologia, benessere e cultura aziendale, partendo dall’esperienza e dalle necessità del singolo, come ha testimoniato il forum Worktech17 Madrid, a cui ha partecipato Herman Miller con aziende leader come Interface insieme a grandi studi di architettura come Zaha Hadid ArchitectsCarlo Ratti Associati e Studio Banana.

“We feel before we think”: prima di agire in modo conscio, il nostro corpo percepisce in maniera inconscia l’ambiente, un fattore che ha un potente impatto su di noi. Questa è una delle sette provocazioni contenute nello studio Living Office, condotto da Herman Miller in collaborazione con antropologi, psicologi e designer, che ha come scopo quello di studiare l’ambiente ufficio in un approccio olistico, definendo dei punti in grado di orientare la discussione tra progettisti e azienda.  I risultati della ricerca sono stati confermati dalle diverse realtà progettuali intervenute a Worktech17, un forum dedicato a tutti coloro che sono impegnati nel futuro del lavoro e dell’ufficio tra real estate, tecnologia e innovazione.

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Particolarmente interessante nell’intrecciare questi tre aspetti è la modalità di progettazione proposta da Ulrich Blum, di Zaha Hadid Architects nel suo intervento dal titolo già indicativo “The self-learning workplace”.  La disposizione degli elementi e delle persone all’interno dello spazio si deve basare, secondo Blum, sul monitoraggio costante di dati attraverso rivelatori e sensori IoT costantemente all’opera: bisogna pensare l’ambiente ufficio come un network vivo che si definisce in una attività quotidiana in grado di essere letta in base a parametri come distanza, visibilità e illuminazione.

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Attraverso i dati raccolti, il progettista può calcolare quali siano le necessità reali di ogni singolo dipendente e disporre le scrivanie e i diversi tipi di ambiente per ottimizzare la comunicazione, la concentrazione e il tempo di lavoro. Le stesse informazioni possono essere usate anche per creare algoritmi in grado di calcolare i gruppi di lavoro più efficaci e metterli nelle migliori condizioni: l’idea è quella di sovvertire l’idea di gerarchia: non più quella che pensa il boss, ma la gerarchia per come si forma nella realtà di ogni giorno. “Vogliamo inserire le persone in una reale gerarchia e non in una artificiale. Questo è il nostro metodo di lavoro: facciamo sedere una persona al desk e misuriamo la distanza che percorre, finché non raggiungiamo il miglior compromesso tra i diversi parametri. Dobbiamo mettere insieme arredo e intelligenza artificiale, in modo da aumentare la flessibilità che gli arredi possono dare”.

L’ufficio, dunque, è prima di tutto un’interazione reale tra persone: “you +me = 3” è un’altra provocazione di Living Office e così come “incontra una meravigliosa confusione”, che mette in luce come gli uffici debbano esprimere un caos controllato, base imprescindibile di un processo creativo. Questa interazione può essere guidata dalla tecnologia, un elemento fondamentale che è in grado di sovvertire il rapporto tra uomo e ambiente. “La tecnologia deve creare un ambiente resiliente. Dobbiamo pensare non come noi che ci dobbiamo adattare all’ambiente, ma come l’ambiente si possa adattare a noi. Dobbiamo sperimentare per progettare spazi che siano in grado di modificarsi per le esigenze che arriveranno tra vent’anni e l’unico modo di andare incontro al futuro è inventarlo, fare esperimenti, applicare i prototipi alla realtà e vedere come la gente reagisce ad essi”. È stato questo il cuore dell’intervento di Marco Maria Pedrazzo di Carlo Ratti Associati, uno studio che ha fatto del “management tecnologico” dell’ambiente il proprio campo di ricerca.

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Occorrono a questo punto due precisazioni. La prima è che la tecnologia diventa davvero efficace quando ci dimentichiamo della sua presenza: si realizza di avere una scarpa bella quando non la si sente addosso, e così deve essere per la digitalizzazione dell’ufficio: la sfida è quella di inserirla nel processo lavorativo come una cosa naturale.  La seconda invece riguarda l’ultima provocazione di Living Office: “The next thing isn’t for you”. L’innovazione, a qualunque livello e in qualunque ambito si presenti, deve rispettare la cultura aziendale, le reali necessità è i tempi del processo di evoluzione in atto. L’innovazione non deve, quindi, spaventare, allontanare i lavoratori o minare il senso di appartenenza, ma deve generare l’esatto contrario: l’intervento di Key Portilla dello Studio Banana è andato proprio in questa direzione.

studio-banana-wow-webmagazineCome inserire la tecnologia nell’ambiente di lavoro? Attraverso un processo che parte dalla sorpresa, in grado di generare una curiosità e apprendimento costante, anticamere della creatività. Può essere interessante costruire lo spazio attraverso sessioni di co-design, in cui i manager o i dipendenti prendono parte attiva alla realizzazione dell’ambiente di lavoro, facendo così aumentare loro il senso affettivo e di appartenenza. Infine, un’altra indicazione può essere quella di pensare agli ambienti di lavoro come dei campus universitari, basati su diversi ambienti in grado di favorire diverse attività e diversi stati emozionali.

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Per creare un senso di benessere in ufficio, però, la tecnologia non basta: non bisogna scordare l’attrazione e l’amore istintivo dell’uomo per la natura. Oliver Heath, di Interface, ha esposto una interessante ricerca che dimostra come un “design biofilico” capace di ricreare questo contatto con la natura, un “sense of nature”, attraverso il diretto contatto con elementi naturali (luce, piante, acqua) o riferimenti ad essi (colori, pattern, materiali) può ridurre lo stress e aiutare il benessere, migliorando la produttività, la felicità e il senso di appartenenza. Un design che tenga conto della naturale biofilia dell’uomo, inoltre, aiuta la creatività, offrendo spazi adatti al relax che permettono di calmare o ridare energie, essenziali durante una lunga giornata di lavoro.
Report di Mario Colombo (Herman Miller), editing di Gabriele Masi.

 

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La creatività che già c’è: istruzione per l’uso.

Non c’è bisogno di un genio: la creatività è un fatto sociale che nasce dal nostro essere parte di un ambiente che modifichiamo e che ci modifica quotidianamente. Al Facility Management Day di IFMA, nella conferenza “I confini della fantasia: la ricerca di creatività in azienda si è spinta troppo oltre?”, WOW! ha sostenuto come concetti quali benessere, flessibilità e malleabilità degli spazi, responsabilità, comunicazione e nuove tecnologie siano il veicolo per creare un ambiente utilmente e realmente creativo.

Il concetto di creatività, per come è spesso inteso, rischia di caricarsi di una certa ansia sia dalla parte dei lavoratori, che non capiscono perfettamente cosa e quanto venga loro chiesto, sia dalla parte del management, alle prese con le difficoltà di impostare e convincere della bontà di un nuovo modo di lavorare e in imbarazzo nel definirne i confini.

L’antropologia, però, può aprire nuove prospettive, anche nell’ambito dell’ambiente di lavoro. Se è vero come afferma lo statunitense Tim Ingold che è non è vero che costruiamo per abitare, ma che “solo se sappiamo abitare, siamo in grado di costruire”, allora l’attività creativa nasce da un rapporto quotidiano con un ambiente, costituito da spazi, oggetti, altre persone e, anche se ad un primo momento sembra stridere con un concetto romantico di “fantasia” e “creatività”, regole.
Ogni persona che vive all’interno di uno spazio ricrea continuamente gli oggetti e l’ambiente che lo circondano. La sfida, oggi, rendere visibile questo costante processo creativo e incanalarlo in un’ottica produttiva per l’azienda.

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Come dimostra in una efficace semplificazione la piramide dei bisogni di Maslow, questo può avvenire solamente in uno spazio in grado di generare sensazioni di benessere, appartenenza, autostima e sicurezza. Altrimenti la creatività si “focalizza verso l’interno”, cioè verso la sopravvivenza, verso la garanzia di standard minimi che ci permettono di “superare l’ennesima giornata di lavoro”. Guardate le scrivanie assegnate negli uffici gerarchici: gli oggetti che trovate sopra, le foto dei figli, le pile di documenti, i postit, alcune decorazioni personali, non sono forse simili ad un piccolo territorio ricreato in un lento lavorio quotidiano?
Come fare allora a trasformare questa creatività “focalizzata verso l’interno”, in una “focalizzata verso l’esterno”?
Ecco alcuni consigli da poter mettere in pratica:

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1) Creare spazi malleabili.
Non basta che gli spazi siano flessibili, cioè continuamente riassemblabili e fruibili in base a sempre nuove esigenze, ma devono prevedere un’esperienza tattile di utilizzo e di continua modifica. Serve dunque un design aperto, basato non solo sulla multifunzionalità, ma sulla reinventabilità.

2) Gli oggetti creano relazioni.
“Due sedia vuote, una di fronte all’altra, sono già in potenza una conversazione”. Gli oggetti non solo hanno in loro una capacità simbolica, cioè rievocano nella gente i riflessi fondamentali della loro cultura e della loro appartenenza, ma hanno anche una capacità intrinseca di creare “azioni”. Attraverso gli arredi si può lasciare traccia di messaggi più o meno impliciti, creando un ambiente il più possibile adatto ad un certo scopo, che sia il più possibile percettibile da parte di chi vive lo spazio.

3) Responsabilità e fiducia
Per quanto ci si possa sforzare, la quotidianità sovverte o palesa dei limiti del progetto o gli scopi iniziali. Bisogna, perciò, essere in grado di convivere e indirizzare questa imprevedibilità, senza essere troppo rigidi: giocare su quella linea sottile tra caos ed entropia, dove tutto è abbastanza disordinato per generare sempre nuove soluzioni e abbastanza ordinato per non finire nel guazzabuglio. Importante in questo è tenere presente due concetti chiave dello smart working: la responsabilità e fiducia.

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4) Pensare agli spazi come comunicazione e apprendimento.
Come ha approfondito Birgit Gebhardt, può essere utile pensare allo spazio come comunicazione e relazione, strutturandolo cioè non come insieme di luoghi fisici, ma come spazi dove viene messa in scena un certo tipo di comunicazione, e quindi di relazione. In secondo luogo l’ufficio deve essere concepito come un ambiente di apprendimento. È dall’apprendimento e dallo sviluppo di punti di vista sempre nuovi che nasce la creatività: ambienti che favoriscono un lavoro in team ibridi, dove scambiarsi conoscenze e competenze, a luoghi di incontro capaci di stimolare la crescita personale, a spazi che stimolano il brainstorming collettivo e all’opposto ad ambienti in grado di creare le giuste condizioni ambientali per un proficuo isolamento.

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5) Utilizzare la tecnologia.
Come ha dimostrato una recente ricerca Sedus, la tecnologia sta avendo un grosso impatto sull’architettura e sul design degli ambienti di lavoro, basando la “felicità spaziale” sulla capacità del dipendente di poter dominare e usufruire liberamente dell’ambiente: poter scegliere quale area utilizzare, le condizioni di temperatura e luminosità, sviluppare i propri percorsi, interagire liberamente e modificare lo spazio. Dalla parte del management, invece, la stessa tecnologia permette contemporaneamente di elaborare diversi dati, intercettando ed elaborando le preferenze delle persone e offrendo la possibilità di realizzare uffici che soddisfano di più i dipendenti.
Testo di Gabriele Masi.        

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Come fare scelte sostenibili? È nato Better Effect Index.

Un protocollo di sostenibilità che è anche un intento programmatico per un nuovo ciclo di vita degli arredi. The Better Effect Index di Kinnarps nasce da ciò che designer, architetti e consumatori ritengono importante per compiere scelte sostenibili e dai sustainability goals dell’ONU: materiale e risorse utilizzate, impatto ambientale, purezza materiale, responsabilità sociale, riuso ed ergonomia. Puoi scaricarla qui gratuitamente.

“Quando si parla di sostenibilità, l’argomento sembra sempre complicato”, così esordisce lo studio “Better Effect” condotto da Kinnarps, allo scopo di rendere più semplice e chiaro il concetto di prodotto sostenibile, definendo alcune linee programmatiche per uno sviluppo virtuoso dell’azienda stessa e del settore in generale.

“Sempre più persone vogliono fare scelte sostenibili, quindi il nostro compito è permettere loro di avere una scelta più semplice”, ha dichiarato Johanna Ljunggren, Corporate Sustainability Manager di Kinnarps. Ci sono numerose buone eco-label in circolazione riguardanti la sostenibilità: Svanen, Möbelfakta, Blauer Engel, NF Environment e FSC, ma molte di esse sono di nicchia e non rispondono ad importanti questioni riguardo la sostenibilità, come la responsabilità sociale o l’ergonomia, e non definiscono nei loro parametri quale processo seguire per ottenere un prodotto realmente sostenibile. “Secondo il Better Effect Index di Kinnarps i prodotti sono descritti secondo sei aree che hanno un grande impatto nel creare un metodo di lavoro sostenibile:

1, materiale grezzo e risorse,

2, impatto ambientale, 

3, purezza materiale, 

4, responsabilità sociale, 

5, riuso,

6, ergonomia. 

Ogni prodotto è classificato in ogni area e si possono vedere i criteri che vengono soddisfatti e quali no. Questo è molto importante: non riportare solo le buone qualità dei nostri prodotti, ma anche i loro difetti” ha continuato Johanna Ljunggren.

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Il primo parametro riguarda l’origine del materiale, la condizione della catena di produzione e l’ottimizzazione delle risorse da parte dell’azienda, chiamata a sceglie prodotti e tessuti certificati FSC, rinnovabili e riutilizzabili. Il secondo riguarda l’impatto ambientale e climatico: le condizioni di trasporto e il processo di produzione con la conseguente riduzione dell’emissione di diossido di carbonio, di packaging e l’utilizzo di energie rinnovabili. Terzo aspetto che viene considerato è la purezza del materiale, cioè l’utilizzo di buoni materiali e di sostanze chimiche. Tra queste vengono dichiarate da evitare gli ftalati, usati per rendere più soffice la plastica e la gomma, i ritardanti ignifughi, che contengono inibitori di alcuni ormoni, il bisfenol A, usato nelle plastiche, lacche e colle, la formaldeide, cancerogena e causa di irritazioni alla pelle, e i VOCs che peggiorano la qualità dell’aria in ambiente chiuso.

Sono invece indicati i prodotti e i tessuti eco-label, le lacche a base di acqua e le coperture laminate. Interessanti sono il quarto e il quinto parametro: la responsabilità sociale, ovvero il codice di condotta dell’azienda, i controlli aggiuntivi dei fornitori, soprattutto nelle nazioni ad alto rischio, e il riuso, cioè la possibilità di un oggetto di essere riparato e ridisegnato, la possibilità di riciclare il materiale o quanto materiale riciclato è stato usato nella sua realizzazione. Il motto diventa: Re:use, Re:fresh, Re:cycle.

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Il riuso è un tema caldo nell’industria. L’80% dell’impatto ambientali degli arredi è dovuto all’uso dei materiali, ma la vendita dell’usato non è sufficiente a risolvere il problema di come affrontare il problema della lavorazione nel futuro: la necessità è quella di sviluppare un ciclo dei materiali in cui i prodotti possono essere riciclati e trasformati senza una maggiore addizione di nuova materiale e di energia. Infine, l’ultimo parametro riguarda l’ergonomia e il valore sull’impatto acustico, allargando così il focus non solo dalla sostenibilità ambientale, ma anche dal lato del benessere individuale: gli arredi devono perciò incoraggiare il movimento, essere facile da comprendere e da usare, essere strumenti di controllo del rumore e in grado di fornire un’illuminazione giusta e localizzata, mentre le sedute devono essere in grado di adattarsi ai corpi.

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Kinnarps stessa ha assunto questi principi come punti programmatici per guidare la trasformazione del design e del business aziendale, in un approccio maggiormente circolare, dandosi obiettivi concreti come ridurre del 10% il consumo energetico delle proprie operazione o usare solo legno che provenga da foreste certificate FSC entro il 2020. Kinnarps inoltre ha deciso che il Better Effect Index sarà disponibile in open source per tutti, allo scopo di dare agli architetti, ai rivenditori e ai consumatori, un’idea di cosa renda un prodotto di valore e di fornire a tutto il settore l’opportunità di cooperare per creare un nuovo ciclo produttivo realmente sostenibile.
Testo di Gabriele Masi.

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La tecnologia della felicità al lavoro in una app.

La tecnologia sarà alla base del raggiungimento della felicità in ufficio: è questo il risultato della ricerca i-Enjoy commissionata da Sedus nell’ambito della presentazione dell’app gestionale se:connects. Realtà aumentata, servizi cloud, dispositivi indossabili e IoT sono le quattro tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di lavorare, aumentando la nostra capacità di essere autonomi, di instaurare relazioni positive, creare, padroneggiare il contesto e crescere professionalmente e personalmente: in una parola di essere felici al lavoro.

Il rapido sviluppo tecnologico, a cui stiamo oggi assistendo, non sta solo ridefinendo il modo in cui lavoriamo, ma sta anche creando una nuova cultura del lavoro, favorendo il coinvolgimento attivo delle persone nella propria organizzazione, sempre più concentrata, a sua volta, sui bisogni del singolo impiegato.

Se, allora, parlare di felicità al lavoro significa includere considerazioni che vanno oltre la sfera personale e privata, quali engagement, fulfilment ed empowerment, allora la tecnologia può davvero giocare un ruolo chiave nel trasformare l’ufficio in un luogo dove perseguire la felicità, o almeno un certo tipo di essa.

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Certo, come fa notare Daniele Andriolo di Plantronics, intervistato nell’ambito della ricerca Sedus i-Enjoy, “la tecnologia fornisce un supporto determinante, ma non esclusivo, sia essa “passiva”, intesa come strumenti per un maggior comfort ambientale, o “attiva”, nel senso di strumenti, oggi principalmente informatici, per un più agevole ed efficace svolgimento delle attività lavorative”. Inoltre, mentre la tecnologia porta a dei grandi vantaggi come la migliore organizzazione temporale e spaziale delle attività e una migliore “ergonomia” del lavoro intellettuale, che lascia alle macchine lo svolgimento di compiti ripetitivi, lasciando alla componente umana la parte creativa, è anche vero che il gigantesco e costante flusso di informazioni rischia di farci “perdere di vista cosa conta davvero”.

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Oggi sono diverse le tecnologie e i servizi ad esse legati che si prefiggono di avere un impatto importante sulla felicità in ufficio: i server icloud e gli strumenti di realtà aumentata permettono di gestire una comunicazione ubiquitaria e trasparente coi colleghi e l’azienda, software e applicazioni come Happyfy Health forniscono ai dipendenti strumenti digitali in grado di motivare e fare da guida nello sviluppo delle capacità emozionali, mentre altri come Awesome Boss mirano ad aiutare i manager a gestire in maniera efficace un gruppo di lavoro.

È interessante notare, in quest’ottica, come la tecnologia stia avendo un grosso impatto anche sull’architettura e sul design degli ambienti di lavoro, basando la “felicità spaziale” sulla capacità del dipendente di poter dominare e usufruire liberamente dell’ambiente: poter scegliere quale area utilizzare, le condizioni di temperatura e luminosità, sviluppare i propri percorsi, interagire liberamente e modificare lo spazio. Dalla parte del management, invece, la stessa tecnologia permette contemporaneamente di elaborare diversi dati, intercettando ed elaborando le preferenze delle persone e offrendo la possibilità di realizzare uffici che soddisfano di più i dipendenti.

L’app se:connect di Sedus è un ottimo esempio di strumento che cerca di sfruttare l’utilità bifronte della tecnologia nello spazio, cercando di trovare soluzioni alle criticità dei nuovi spazi pensati in ottica smart working: attraverso il proprio smartphone, gli impiegati possono trovare agevolmente spazi di lavoro liberi e registrare la loro presenza nel sistema, permettendo ai dipendenti di farsi trovare, e a loro volta trovare i propri colleghi. Dall’altra parte i responsabili delle strutture riescono ad avere sempre a disposizione un report completo e aggiornato di numeri occupazionali e statistiche, avendo così strumenti per ottimizzare lo spazio e migliorarne l’efficacia, rendendo sia l’azienda sia gli impiegati più felici.
Testo di Gabriele Masi.

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Il futuro dell’ufficio è a colori.

Veicolo di comunicazione immediata, potente evocatore di diverse sensazioni e stimoli, elemento dal forte carattere identitario: il colore ha acquisito un’importanza centrale nella progettazione degli spazi di lavoro, adattando agilità, smart working e nuovi processi produttivi ad una cultura lavorativa basata sul benessere e sulla creatività. Come definirne il ruolo nell’architettura della comunicazione?

Se l’ufficio è destinato a diventare uno spazio stimolante, sempre più multifunzionale, comunicativo e nomadico, il colore sarà sempre più una soluzione vincente nel design dei futuri spazi di lavoro.

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I colori sono cibo per la mente” ha dichiarato Christina Wiklund, CMF Manager in Kinnarps, presentando Kinnarps Color Studio. Una mente che deve essere nutrita per mantenersi creativa, aperta e allenata nell’affrontare un mercato del lavoro sempre più dinamico e pieno di diversi stimoli. Un cibo sano, capace di mettere a proprio agio, di creare atmosfere e situazioni che diano al dipendente ciò di cui ha bisogno in quell’esatto momento, secondo i suoi gusti e le caratteristiche della sua giornata.
Un cibo semplice e immediatamente percepibile, in grado di fornirci le coordinate culturali e spaziali del luogo in cui ci troviamo, rendendo subito visibile una mappa definita che permetta di orientarci rapidamente, agevolmente e senza angosce nella crescente complessità e dinamicità.

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Con il cibo il colore condivide anche il forte carattere identitario: dai segni e tatuaggi sulla pelle delle popolazioni ancestrali, ai colori delle casate medievali, alle bandiere degli stati nazionali, fino ad oggi alla brandizzazione degli spazi ufficio.
Il colore è per l’azienda il modo più semplice, efficace e pervasivo di comunicare coi propri dipendenti, offrendo non solo un richiamo diffuso alla corporate identity, ma anche una guida alla diversità di utilizzo dei diversi luoghi, all’atmosfera che si vuole ricreare, più o meno ludica o professionale, fino a messaggi impliciti, come l’idea di uno spazio accogliente, ancoraggio in un forte periodo di instabilità, il rassicurante Heart Wood, Color Futures 2018 AzkoNobel.

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C’è bisogno dunque di un colore che esprima al meglio quella architettura della comunicazione presentata dalla trend expert Birgit Gebhardt allo showroom Dieffebi, uno dei poli più interessanti della scorsa Fall Design Week milanese: un colore semaforico, in grado di dettare tempi e gestire in modo semplice e diretto i flussi; un colore araldico, in grado di definire e di creare una famiglia di appartenenza; un colore scenografico e teatrale, in grado di preparare un palcoscenico per un’azione libera e creativa, e allo stesso tempo in grado di evocare sensazioni ed emozioni.
Testo di Gabriele Masi.

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Architettura della comunicazione per un ufficio da WOW effect.

“Find your way!” È questo il motto del futuro mondo del lavoro e del workplace, secondo la trend expert Birgit Gebhardt, intervenuta all’evento “L’evoluzione dello Smart Working: ripensare il lavoro, ridisegnare lo spazio”, presso lo showroom Dieffebi a Milano. Un ambiente costruito attorno a network e a dati, dove lo spazio si personalizza in una cultura basata sulla comunicazione e collaborazione.

Siamo in un momento in cui l’ufficio sta perdendo il suo WOW effect e la sua centralità, soppiantato da spazi terzi che permettono di svolgere il proprio lavoro in maniera più adatta alle esigenze individuali e a volte più efficace e creativa: come ripensare allora l’ufficio per fare in modo che giochi ancora un ruolo importante nel futuro?

Birgit Gebhardt è intervenuta a proposito lo scorso 10 ottobre, nell’evento organizzato nel palinsesto dei Brera Design Days presso lo showroom Dieffebi che, proprio nell’occasione, festeggia il primo anno dall’apertura.
La studiosa tedesca è partita da un’analisi del cambiamento strutturale in cui sono immersi il mondo del lavoro e la società attuale: da una struttura focalizzata sull’industria, e che trovava in “standardizzazione” e “massificazione” le sue parole chiave, si sta passando, nell’era digitale, a una struttura che mette al centro il network e lo scambio massivo di dati, permettendo una maggiore focalizzazione sull’individuo. Se il motto era precedentemente “big, faster, cheaper, further” oggi è diventato “unique, as many as needed, on the spot, feasible by anybody”.

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Il design dell’ambiente di lavoro diventa così la chiave per favorire e porre l’accento sulla comunicazione, non più per strutturare e definire rigidamente i processi, ma per fornire un palcoscenico per diverse performance e competenze.
Uno spazio che, grazie alle nuove tecnologie IoT, diventa intelligente, capace di portare ovunque e sempre la comunicazione, emozionale e in grado di influenzare la nostra creatività e i nostri stati d’animo.
L’ufficio ha dunque bisogno di una “architettura della comunicazione”, capace attraverso la trasparenza, la non gerarchizzazione, la continua malleabilità e interazione con l’utenza di creare uno spazio dove l’individuo possa esprimere, far crescere e imparare nuove competenze.
“Non abbiate paura di provare qualcosa di totalmente diverso o pensare in una direzione totalmente differente”, ha suggerito Gebhardt, mostrando diversi esempi tratti da scuole e uffici disegnati prendendo spunto da diversi modelli di comunicazione umana.
Come fare, però, a costruire uno spazio efficiente, in grado di veicolare queste idee, che non si preoccupi più della “struttura della macchina”, ma della “struttura della collaborazione e della comunicazione”?

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Ecco un’altra formula, per dirla in maniera semplice: “varietà di codici, multiprospettiva e cultura dell’apprendimento”.
Bisogna tenere innanzitutto a mente che lo spazio è sempre percepito attraverso una memoria emotiva individuale e che quindi bisogna creare una reciproca adattabilità tra spazio e persona, che non imbrigli o deprima l’individuo, ma che sia in grado di farne esprimere a pieno il potenziale. Non è solo la persona che deve adattarsi alla situazione, ma è anche lo spazio che deve adattarsi alle persone che vi abitano: “Hai bisogno di toccarlo e di cambiarlo. Se c’è troppo design le persone non faranno nessuna di queste cose”, ha commentato Gebhardt.

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In secondo luogo, seguendo le ricerche neuropsicologiche sulla creatività, è importante che vi siano spazi che permettano una “non focalizzazione”, basati sulla libertà di trovare la propria situazione ideale e sul “lasciare che le cose accadano”. Un ambiente, cioè, che si avvicini maggiormente agli atelier o ai laboratori degli artisti, capaci di fornire diverse stimolazioni sensoriali, anche e soprattutto attraverso aree relax stimolanti o luoghi di incontro.

Infine è uno spazio dove l’apprendimento deve poter essere libero e costante, dove ognuno può imparare di continuo, attivamente e passivamente, dall’incontro con chiunque, un “landscape of learning” basato sulla self-organization, dove il focus principale non sia più su ciò che manca, ma sull’opportunità, non più sulla iper-specializzazione, ma sullo sviluppare sempre nuove prospettive e punti di vista.
Testo di Gabriele Masi.
foto da New Work Order ,bBirgit Gebhardt
Didascalia:
1. La Scuola di Atene, Raffaello: un modello per i workplace contemporanei
2. Pittogrammi metaforici usati Rosan Bosch per descrivere i modelli di comunicazione.
3. Ørestad Gymnasium, Danimarca, foto di Adam Moerk

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Caldera Park Worklife: sport e work-life balance.

Trasformare un luogo di lavoro in uno spazio sociale: simbolo del Caldera Park Worklife di Milano, presentato da Generali Real Estate e da CBRE, è la parete di arrampicata di 10 metri. L’attività fisica in azienda diventa indice, nelle nuove ways of working, di un’attiva ed equilibrata politica di work-life balance, attenta alle esigenze e al benessere dei dipendenti.

“Una eccellenza a livello nazionale, e un punto di riferimento per tutti i business park del futuro”, così Alberto Agazzi, CEO e General Manager di GRE SGR, ha presentato il Caldera Park Worklife nella zona ovest di Milano.

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Il punto di partenza per ripensare i 110 mila metri quadri del business centre è stata un’indagine condotta tra i circa 4.000 dipendenti volta a raccogliere opinioni su come armonizzare il luogo di lavoro rispetto alle esigenze personali di ognuno.
GRE SGR, insieme a General Planning e allo studio Carlo Ratti Associati, che si è occupato dell’ingresso principale e del disegno della piazza antistante l’Easy Point,  ha così definito un piano d’azione costituito da una serie di interventi per modificare l’approccio quotidiano dei lavoratori in ottica work-life balance.
“Al centro dell’intero progetto vi sono le persone che vivono quotidianamente questi spazi, alle quali vengono offerti servizi e strumenti nuovi e a 360°, nell’ottica di favorire il giusto equilibrio tra vita professionale e vita privata”, ha aggiunto Agazzi.

L’Easy Point, edificio dedicato ai servizi, è stato totalmente ripensato attraverso la creazione di uno spazio coworking, gestito da Regus, con uffici utilizzabili da realtà anche non operanti nel complesso. Inoltre sono stati inseriti un asilo nido e un minimarket per favorire una gestione più agevole della quotidianità, mentre un’app dedicata dà la possibilità di conoscere in tempo reale promozioni e vantaggi dedicati.

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Il cuore del progetto, però, riguarda le nuove aree per lo svago all’aperto, che forniscono ai dipendenti l’opportunità di svolgere diversi tipi di attività sportiva: una pista di running su due anelli di 1km + 666 metri dotate di un sistema di cronometraggio, un’area attrezzi e fitness completa di spogliatoi e una parete di arrampicata alta 10 metri. Tra un’attività e l’altra sono stati allestiti sei punti relax forniti di Wi-Fi e stazioni di ricarica che permettono una libera e continua connettività.
La struttura è gestita attraverso un modello Occupier Service Management di ultima generazione, fondamentale per adattare l’immobile alle necessità degli utenti, fornendo loro il miglior servizio possibile circa risoluzione dei problemi, risposte e condivisione degli spazi.
Testo di Gabriele Masi.

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Uffici CBRE: trasformare i vincoli in opportunità.

Personalizzare l’interior design in base alla corporate culture e alle aspettative del committente, ottimizzando lo spazio in base alle sue caratteristiche: gli uffici CBRE a Roma offrono un esempio dell’approccio al progetto dello studio e45, in una varietà di layout e di setting che trovano il mood comune nei principi dello smart working.

La pianta di forma allungata, con numerosi vincoli strutturali e lunghi corridoi dell’edificio storico, vicino alla stazione ferroviaria di Roma, che ospita gli uffici CBRE, ha costituito una sfida per lo studio e45, ma anche un’occasione per mettere alla prova nuove e diverse soluzioni di design.

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Il progetto è improntato sulla corporate culture di CBRE, azienda leader nella gestione e commercializzazione di centri commerciali, outlet, retail e entertainment park, fin dalla reception: i banchi sono stati sostituiti da un’accogliente coffee area, dove è possibile preparare o organizzare meeting informali o rilassarsi su divani che aumentano la sensanzione di home feeling. Uno spazio fortemente brandizzato dal logo CBRE in rilievo su una parete in muschio, con una doppia funzione decorativa e di fonoassorbenza. L’attenzione alla riduzione del rumore è testimoniata dalla presenza nei diversi ambienti dei pannelli Caimi Brevetti.

All’interno, invece, piattaforme di metallo riproducono attraverso tutto l’ufficio i testi delle canzoni dedicate alla città eterna.
Il progetto punta anche ad ottimizzare le caratteristiche dell’edificio, trasformandole da vincoli in opportunità. È il caso, ad esempio, dei corridoi, pensati come punti di incontro dove si possono scambiare idee, anche attraverso le lavagne posizionate sulle pareti.

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L’open space in cui sono state posizionate le postazioni lavorative si caratterizza per un design semplice, con scrivanie Kinnarps regolabili in altezza e armadietti personali in ottica di postazioni mobili e desk sharin, mentre Cardex ha fornito gli arredi.

Nei circa 600 mq di spazio sono stati ricavati anche un’area cucina e una sala relax attrezzata con arredi, mentre tutti gli spazi, dalle sale riunioni ai phone boots, sono stati equipaggiati con dispositivi per le videoconferenze.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Matteo Zanardi.

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DjArch: se l’uffico fosse una musica, sarebbe…

Qual è il mood musicale dell’ufficio di oggi? Lo abbiamo chiesto agli architetti che hanno animato la terza edizione della DJarch 2017 nello showroom Herman Miller:
Massimo Roj di Progetto CMR, Bruno De Rivo di e45, Davide Cumini di iarchitects e Antonina Gucciardi di Unispace.
Il padrone di casa, Mario Colombo, sales director per l’area mediterranea, ha approfondito il legame tra design e musica, indicando nel cinema un esempio di perfetta integrazione sonora da seguire.

“La musica è una questione molto semplice: i suoni, la melodia e il ritmo sono un’amplificatore di emozioni che già abbiamo dentro di noi“. Così Mario Colombo, sales director per l’area mediterranea di Herman Miller, apre la sua intervista sul tema del rapporto tra design e musica. “Gli architetti possono fare molto in questo ambito”, prosegue. “Io li chiamerei architetti del suono e oggi, qui a Milano, ne abbiamo un esempio”.

E se potessimo ascrivere l’ufficio contemporaneo e il progetto degli ambienti di lavoro ad un genere musicale, quale sarebbe?
Ecco le risposte degli architetti-DJ che hanno suonato per tutta la sera, trasformando lo showroom Herman Miller di Corso Garibaldi 70 a Milano.

Qual è il mood musicale dell’ufficio di oggi?

Bruno de Rivo (e45): l’ufficio indie e l’ufficio techno music.

Massimo Roj (Progetto CMR): l’ufficio è rock!

Davide Cumini (iarchitects): uno studio e un design funky.

Testo di Gabriele Masi.

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Prysmian HQ: una “serra” dove crescono nuovi WOW.

Un vasto spazio estroverso, una riconversione sostenibile, modellata in ottica smart working: l’headquarters Prysmian a Milano alterna gli open space ricavati nella ristrutturazione dei quattro corpi di fabbrica con due serre bioclimatiche, recuperando le vecchie strutture esistenti, e rivestendole con una nuova pelle: un layout efficiente tra futuro e memoria storica, testimone di una rivoluzione in atto.

Il progetto architettonico è firmato da Maurizio Varratta Architetto che ha curato anche il design del verde interno e di alcune aree comuni. Lo space planning, l’interior design e il progetto di alcuni arredi su disegno sono invece a cura di DEGW

 

12.000 mq di aree ufficio e 1200 mq di serra: il progetto di Prysmian HQ, in via Chiese 6, a Milano, si presenta come uno spazio di lavoro senza gerarchie (il 69% degli spazi è open space, e destinato anche al top management), trasparente e luminoso, capace di guidare la trasformazione delle ways of working dell’azienda e dei circa 600 impiegati che trovano posto nella struttura.

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L’edificio, già ristrutturato nel 2001, con l’obiettivo di preservare la memoria del suo passato industriale, è stato oggetto di una riconversione molto più ambiziosa dall’area come sede degli uffici e dei laboratori, voluta nel 2011 da Prysmian, leader mondiale nella realizzazione di cavi per applicazioni nel settore dell’energia, delle telecomunicazioni e di fibre ottiche.
L’headquarter Prysmian a Milano è un complesso edilizio caratterizzato da una forma architettonica apparentemente semplice e tecnologicamente molto avanzata che segue i principi più attuali legati alla sostenibilità energetica, alla qualità ambientale e al rispetto per l’ambiente”, dichiara l’architetto Maurizio Varratta. “L’edificio preesistente è stato completamente demolito e tutti i materiali che lo componevano sono stati riciclati”.

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La vasta struttura è composta da quattro corpi di fabbrica intervallati a loro volta da due serre bioclimatiche a tripla altezza, sistemi di collegamento sia dal punto di vista architettonico, sia dal punto di vista umano. Sono queste oasi verdi a rendere peculiare la struttura, fornendo anche caratteristiche fondamentali per la qualità dell’ambiente di lavoro come una maggiore illuminazione naturale ed efficienza energetica, e una migliore regolazione del microclima. Ciò è dovuto principalmente alla copertura, costituita da una struttura a falde inclinate, tamponata con dei serramenti in alluminio, caratterizzati da ampie vetrate, equipaggiate con tende a rullo avvolgibili, in grado di ottimizzare l’irraggiamento solare e l’apporto di calore attraverso le differenti caratteristiche delle falde rivolte a nord e a sud, controllate meccanicamente.


Attraverso i pannelli fotovoltaici posizionati sulle falde rivolte a Sud degli edifici e quelli vetrati previsti a copertura dei posti auto, inoltre, l’edificio praticamente copre quasi tutto il fabbisogno di energia attraverso le fonti rinnovabili”, prosegue l’architetto Varratta. “Il nuovo complesso edilizio è stato progettato avendo come obiettivo minimo il raggiungimento del livello Gold secondo il protocollo internazionale di sostenibilità ambientale Leed. Durante la fase realizzativa ha in realtà raggiunto il livello Platinum, il massimo che questo protocollo prevede.”

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I tre corpi di fabbrica connessi dalle serre, invece, si sviluppano su tre livelli. Sono occupati dagli uffici in open space, dalle sale riunioni, dalle aree relax, dagli archivi, e nel terzo blocco, dove è stata prevista una sopraelevazione parziale, gli uffici dell’alta direzione. Il quarto blocco, di dimensioni inferiori a quelli precedenti, è stato pensato per avvenimenti e attività che coinvolgono l’esterno, come congressi, comunicazione e formazione, con sale riunioni e spazi di supporto. L’ex torre di filatura, elemento identificativo del passato industriale dell’area, è diventato, infine, il simbolo della nuova sede Prysmian, come si può notare dalla grafica identificativa delle società sopra apposta.

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La progettazione degli spazi interni è frutto della consulenza di DEGW e della metodologia sviluppata con Methodos di “Workplace change management” per cui ogni cambiamento è un processo che nasce dall’interazione e dalla partecipazione delle persone che lo vivranno, che devono essere guidate attraverso il cambiamento.
Inoltre l’interno è caratterizzato anche dalla brandizzazione dello spazio, guidata da FUD Brand Making Factory, altro marchio del Gruppo Lombardini22, insieme ad Interbrand.
Fin dalla reception, con l’insegna del marchio Prysmian posta sul bancone, realizzata in alluminio spazzolato con texture inclinata 45%, lo spazio e l’azienda si raccontano attraverso il payoff e alcune frasi significative dislocate in alcune postazioni strategiche, infografiche ad effetto e attraverso le teche contenenti i prodotti dell’azienda. Interbrand ha creato un codice alfanumerico e un sistema di pittogrammi che identificano gli spazi, sfruttando i vincoli architettonici e tramutandoli in opportunità.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Dario Tettamanzi.

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