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Living Office, IoT e co-design: nuove visioni da Worktech17.

L’ufficio non come è pensato, ma come è vissuto. Questo è il punto in comune dei diversi approcci contemporanei al design dell’ambiente di lavoro, che uniscono tecnologia, benessere e cultura aziendale, partendo dall’esperienza e dalle necessità del singolo, come ha testimoniato il forum Worktech17 Madrid, a cui ha partecipato Herman Miller con aziende leader come Interface insieme a grandi studi di architettura come Zaha Hadid ArchitectsCarlo Ratti Associati e Studio Banana.

“We feel before we think”: prima di agire in modo conscio, il nostro corpo percepisce in maniera inconscia l’ambiente, un fattore che ha un potente impatto su di noi. Questa è una delle sette provocazioni contenute nello studio Living Office, condotto da Herman Miller in collaborazione con antropologi, psicologi e designer, che ha come scopo quello di studiare l’ambiente ufficio in un approccio olistico, definendo dei punti in grado di orientare la discussione tra progettisti e azienda.  I risultati della ricerca sono stati confermati dalle diverse realtà progettuali intervenute a Worktech17, un forum dedicato a tutti coloro che sono impegnati nel futuro del lavoro e dell’ufficio tra real estate, tecnologia e innovazione.

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Particolarmente interessante nell’intrecciare questi tre aspetti è la modalità di progettazione proposta da Ulrich Blum, di Zaha Hadid Architects nel suo intervento dal titolo già indicativo “The self-learning workplace”.  La disposizione degli elementi e delle persone all’interno dello spazio si deve basare, secondo Blum, sul monitoraggio costante di dati attraverso rivelatori e sensori IoT costantemente all’opera: bisogna pensare l’ambiente ufficio come un network vivo che si definisce in una attività quotidiana in grado di essere letta in base a parametri come distanza, visibilità e illuminazione.

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Attraverso i dati raccolti, il progettista può calcolare quali siano le necessità reali di ogni singolo dipendente e disporre le scrivanie e i diversi tipi di ambiente per ottimizzare la comunicazione, la concentrazione e il tempo di lavoro. Le stesse informazioni possono essere usate anche per creare algoritmi in grado di calcolare i gruppi di lavoro più efficaci e metterli nelle migliori condizioni: l’idea è quella di sovvertire l’idea di gerarchia: non più quella che pensa il boss, ma la gerarchia per come si forma nella realtà di ogni giorno. “Vogliamo inserire le persone in una reale gerarchia e non in una artificiale. Questo è il nostro metodo di lavoro: facciamo sedere una persona al desk e misuriamo la distanza che percorre, finché non raggiungiamo il miglior compromesso tra i diversi parametri. Dobbiamo mettere insieme arredo e intelligenza artificiale, in modo da aumentare la flessibilità che gli arredi possono dare”.

L’ufficio, dunque, è prima di tutto un’interazione reale tra persone: “you +me = 3” è un’altra provocazione di Living Office e così come “incontra una meravigliosa confusione”, che mette in luce come gli uffici debbano esprimere un caos controllato, base imprescindibile di un processo creativo. Questa interazione può essere guidata dalla tecnologia, un elemento fondamentale che è in grado di sovvertire il rapporto tra uomo e ambiente. “La tecnologia deve creare un ambiente resiliente. Dobbiamo pensare non come noi che ci dobbiamo adattare all’ambiente, ma come l’ambiente si possa adattare a noi. Dobbiamo sperimentare per progettare spazi che siano in grado di modificarsi per le esigenze che arriveranno tra vent’anni e l’unico modo di andare incontro al futuro è inventarlo, fare esperimenti, applicare i prototipi alla realtà e vedere come la gente reagisce ad essi”. È stato questo il cuore dell’intervento di Marco Maria Pedrazzo di Carlo Ratti Associati, uno studio che ha fatto del “management tecnologico” dell’ambiente il proprio campo di ricerca.

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Occorrono a questo punto due precisazioni. La prima è che la tecnologia diventa davvero efficace quando ci dimentichiamo della sua presenza: si realizza di avere una scarpa bella quando non la si sente addosso, e così deve essere per la digitalizzazione dell’ufficio: la sfida è quella di inserirla nel processo lavorativo come una cosa naturale.  La seconda invece riguarda l’ultima provocazione di Living Office: “The next thing isn’t for you”. L’innovazione, a qualunque livello e in qualunque ambito si presenti, deve rispettare la cultura aziendale, le reali necessità è i tempi del processo di evoluzione in atto. L’innovazione non deve, quindi, spaventare, allontanare i lavoratori o minare il senso di appartenenza, ma deve generare l’esatto contrario: l’intervento di Key Portilla dello Studio Banana è andato proprio in questa direzione.

studio-banana-wow-webmagazineCome inserire la tecnologia nell’ambiente di lavoro? Attraverso un processo che parte dalla sorpresa, in grado di generare una curiosità e apprendimento costante, anticamere della creatività. Può essere interessante costruire lo spazio attraverso sessioni di co-design, in cui i manager o i dipendenti prendono parte attiva alla realizzazione dell’ambiente di lavoro, facendo così aumentare loro il senso affettivo e di appartenenza. Infine, un’altra indicazione può essere quella di pensare agli ambienti di lavoro come dei campus universitari, basati su diversi ambienti in grado di favorire diverse attività e diversi stati emozionali.

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Per creare un senso di benessere in ufficio, però, la tecnologia non basta: non bisogna scordare l’attrazione e l’amore istintivo dell’uomo per la natura. Oliver Heath, di Interface, ha esposto una interessante ricerca che dimostra come un “design biofilico” capace di ricreare questo contatto con la natura, un “sense of nature”, attraverso il diretto contatto con elementi naturali (luce, piante, acqua) o riferimenti ad essi (colori, pattern, materiali) può ridurre lo stress e aiutare il benessere, migliorando la produttività, la felicità e il senso di appartenenza. Un design che tenga conto della naturale biofilia dell’uomo, inoltre, aiuta la creatività, offrendo spazi adatti al relax che permettono di calmare o ridare energie, essenziali durante una lunga giornata di lavoro.
Report di Mario Colombo (Herman Miller), editing di Gabriele Masi.

 

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La creatività che già c’è: istruzione per l’uso.

Non c’è bisogno di un genio: la creatività è un fatto sociale che nasce dal nostro essere parte di un ambiente che modifichiamo e che ci modifica quotidianamente. Al Facility Management Day di IFMA, nella conferenza “I confini della fantasia: la ricerca di creatività in azienda si è spinta troppo oltre?”, WOW! ha sostenuto come concetti quali benessere, flessibilità e malleabilità degli spazi, responsabilità, comunicazione e nuove tecnologie siano il veicolo per creare un ambiente utilmente e realmente creativo.

Il concetto di creatività, per come è spesso inteso, rischia di caricarsi di una certa ansia sia dalla parte dei lavoratori, che non capiscono perfettamente cosa e quanto venga loro chiesto, sia dalla parte del management, alle prese con le difficoltà di impostare e convincere della bontà di un nuovo modo di lavorare e in imbarazzo nel definirne i confini.

L’antropologia, però, può aprire nuove prospettive, anche nell’ambito dell’ambiente di lavoro. Se è vero come afferma lo statunitense Tim Ingold che è non è vero che costruiamo per abitare, ma che “solo se sappiamo abitare, siamo in grado di costruire”, allora l’attività creativa nasce da un rapporto quotidiano con un ambiente, costituito da spazi, oggetti, altre persone e, anche se ad un primo momento sembra stridere con un concetto romantico di “fantasia” e “creatività”, regole.
Ogni persona che vive all’interno di uno spazio ricrea continuamente gli oggetti e l’ambiente che lo circondano. La sfida, oggi, rendere visibile questo costante processo creativo e incanalarlo in un’ottica produttiva per l’azienda.

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Come dimostra in una efficace semplificazione la piramide dei bisogni di Maslow, questo può avvenire solamente in uno spazio in grado di generare sensazioni di benessere, appartenenza, autostima e sicurezza. Altrimenti la creatività si “focalizza verso l’interno”, cioè verso la sopravvivenza, verso la garanzia di standard minimi che ci permettono di “superare l’ennesima giornata di lavoro”. Guardate le scrivanie assegnate negli uffici gerarchici: gli oggetti che trovate sopra, le foto dei figli, le pile di documenti, i postit, alcune decorazioni personali, non sono forse simili ad un piccolo territorio ricreato in un lento lavorio quotidiano?
Come fare allora a trasformare questa creatività “focalizzata verso l’interno”, in una “focalizzata verso l’esterno”?
Ecco alcuni consigli da poter mettere in pratica:

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1) Creare spazi malleabili.
Non basta che gli spazi siano flessibili, cioè continuamente riassemblabili e fruibili in base a sempre nuove esigenze, ma devono prevedere un’esperienza tattile di utilizzo e di continua modifica. Serve dunque un design aperto, basato non solo sulla multifunzionalità, ma sulla reinventabilità.

2) Gli oggetti creano relazioni.
“Due sedia vuote, una di fronte all’altra, sono già in potenza una conversazione”. Gli oggetti non solo hanno in loro una capacità simbolica, cioè rievocano nella gente i riflessi fondamentali della loro cultura e della loro appartenenza, ma hanno anche una capacità intrinseca di creare “azioni”. Attraverso gli arredi si può lasciare traccia di messaggi più o meno impliciti, creando un ambiente il più possibile adatto ad un certo scopo, che sia il più possibile percettibile da parte di chi vive lo spazio.

3) Responsabilità e fiducia
Per quanto ci si possa sforzare, la quotidianità sovverte o palesa dei limiti del progetto o gli scopi iniziali. Bisogna, perciò, essere in grado di convivere e indirizzare questa imprevedibilità, senza essere troppo rigidi: giocare su quella linea sottile tra caos ed entropia, dove tutto è abbastanza disordinato per generare sempre nuove soluzioni e abbastanza ordinato per non finire nel guazzabuglio. Importante in questo è tenere presente due concetti chiave dello smart working: la responsabilità e fiducia.

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4) Pensare agli spazi come comunicazione e apprendimento.
Come ha approfondito Birgit Gebhardt, può essere utile pensare allo spazio come comunicazione e relazione, strutturandolo cioè non come insieme di luoghi fisici, ma come spazi dove viene messa in scena un certo tipo di comunicazione, e quindi di relazione. In secondo luogo l’ufficio deve essere concepito come un ambiente di apprendimento. È dall’apprendimento e dallo sviluppo di punti di vista sempre nuovi che nasce la creatività: ambienti che favoriscono un lavoro in team ibridi, dove scambiarsi conoscenze e competenze, a luoghi di incontro capaci di stimolare la crescita personale, a spazi che stimolano il brainstorming collettivo e all’opposto ad ambienti in grado di creare le giuste condizioni ambientali per un proficuo isolamento.

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5) Utilizzare la tecnologia.
Come ha dimostrato una recente ricerca Sedus, la tecnologia sta avendo un grosso impatto sull’architettura e sul design degli ambienti di lavoro, basando la “felicità spaziale” sulla capacità del dipendente di poter dominare e usufruire liberamente dell’ambiente: poter scegliere quale area utilizzare, le condizioni di temperatura e luminosità, sviluppare i propri percorsi, interagire liberamente e modificare lo spazio. Dalla parte del management, invece, la stessa tecnologia permette contemporaneamente di elaborare diversi dati, intercettando ed elaborando le preferenze delle persone e offrendo la possibilità di realizzare uffici che soddisfano di più i dipendenti.
Testo di Gabriele Masi.        

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Design, non solo business, ma un obbligo morale.

Comasco di nascita e cosmopolita per vocazione, Mario Colombo vive con grande interesse le relazioni con clienti e rivenditori appartenenti a culture e Paesi diversi perché crede che la comprensione della diversità possa essere la chiave per una crescita in tutti i campi.
Perfettamente calzante è dunque il ruolo che ricopre come direttore commerciale dell’area mediterranea per Herman Miller, azienda multinazionale fondata in Michigan oltre un secolo fa e nota in tutto il mondo come esempio di innovazione e di eccellenza nel design.

Quali sono i valori aziendali che guidano e distinguono Herman Miller in tutto il mondo?

Esistono delle linee guida storicamente riconosciute nell’azienda e che a mio avviso si possono riassumere in una singola frase: “Design non solo come business, ma come obbligo morale”.
La missione di Herman Miller è quella di creare delle soluzioni di design che aiutino le persone a fare grandi cose. Ciò sintetizza il nostro atteggiamento nell’approccio alla progettazione dei prodotti, sempre intrapreso contemplando la centralità dell’individuo.
Accoppiato a questo criterio c’è un impegno costante per l’ambiente che è stato un focus fin dagli anni ’50.

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In che modo questi valori diventano driver delle vostre strategie?

Ogni prodotto realizzato deve essere generato tramite quello che viene definito “Human Centric Design”. Se un elemento non ha alcuno scopo per l’utente, ha fallito questo obiettivo. Questo modus operandi è intessuto nel DNA della società e lavoriamo con designer come Yves Behar, Studio 7.5, Tim Wallace, e altri che condividono il nostro atteggiamento e la nostra passione.
I nostri obiettivi ambientali vanno di pari passo con il processo di progettazione. Ogni articolo viene valutato per la sua riciclabilità alla fine della sua vita, ma altrettanto importante è creare prodotti fatti per durare.
Ad esempio, la sedia Aeron recentemente riproposta nella versione Remastered, fino al 91% riciclabile, è anche dotata della nostra garanzia di 12 anni 24 ore su 24.

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Da sempre Herman Miller ha avuto il ruolo di grande innovatore e portatore di visioni inedite per l’ufficio -penso a masterpiece come Action Office o Aeron, solo per fare due esempi. Oggi sono ancora possibili evoluzioni straordinarie di questo tipo? 

Il paesaggio dell’ufficio è in continua evoluzione, quindi è difficile prevedere come le cose cambieranno in 5 o 10 anni.
L’home office guadagna consensi anche in Europa e nell’area mediterranea, la flessibilità è una linea guida per molte organizzazioni, segnali che lascerebbero intuire una progressiva e radicale trasformazione dell’ufficio. Penso che gli spazi collaborativi negli uffici continueranno a crescere, così aziende come Herman Miller cercheranno di identificare i modi migliori per supportare le persone che lavorano in quegli spazi.
Abbiamo progettisti in tutto il mondo che lavorano per lo sviluppo di nuovi prodotti, e presto ci saranno novità sul mercato globale e europeo.

Nel tuo ruolo di Sales Director della vasta area che va dal Portogallo fino ad Israele includendo l’Italia, quale differenze cogli nella cultura del lavoro, nelle esigenze e nei ways of working dei diversi Paesi?

Operando in latitudini e longitudini cosi ampie ho modo di osservare molte realtà culturalmente diverse fra loro, e farei una distinzione tra clientele multinazionali e organizzazioni locali. Le multinazionali spesso hanno linee guida operative standardizzate in tutto il mondo anche per le scelte di design, a prescindere dal paese in cui operano. Organizzazioni meno esposte al circuito globale detengono ancora la prerogativa dell’approccio individuale nelle scelte.
Gli architetti che si occupano di interior design, fit-out, progettazione di modelli, sono sempre i migliori ambasciatori dei trend di modernizzazione in quanto sono le persone a cui i clienti, sia globali che locali, si appoggiano per la consulenza e il progetto. Questo è un denominatore comune in tutti i Paesi in cui lavoro. Quindi l’importanza della divulgazione anche tramite gli architetti è fondamentale per un’azienda come la nostra al fine di espandere le nostre ricerche e i nostri risultati nell’osservazione delle modalità di operare nell’ufficio racchiuse nel progetto Living Office.

Le ricerche sulle tematiche e nuove prospettive del workplace che Herman Miller sviluppa in USA- quindi basate su una cultura anglosassone- sono valide e applicabili anche nei Paesi dell’area mediterranea?

Mentre molte ricerche provengono ancora dagli Stati Uniti, teniamo conto del fatto che ci sono tendenze che si sviluppano in tutto il resto del mondo. Osservando i clienti in Italia, in Europa e nel bacino del Mediterraneo, vediamo gli stessi orientamenti verso uffici open space e spazi collaborativi.
Il Regno Unito e l’Europa si stanno muovendo da anni in questa direzione addirittura più velocemente rispetto agli Stati Uniti.
Un altro esempio è l’interesse per i tavoli sit-stand regolabili in altezza si è sviluppato in Scandinavia molto tempo prima che venisse abbracciato nell’area del Mediterraneo.
Le nostre ultime ricerche convergono sul tema “Happiness in the office” un seminario che divulghiamo sempre più spesso e che rivela come le dinamiche di approccio al lavoro in ufficio sono le stesse in tutto il mondo, per cui l’intento è quello di creare uno strumento opportuno per capire la natura dell’azienda cliente e le personalità delle persone che ci lavorano, al fine di offrire un approccio olistico nella progettazione dell’ufficio. Questa ricerca converge nel progetto Living Office già menzionato.

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Negli ultimi mesi la filiale italiana è stata oggetto di cambiamenti. Come è organizzata la nuova struttura? Quali saranno i punti di forza e quali strategie sono previste per affrontare il mercato in Italia?

Dopo vari anni trascorsi nell’area Export, sono molto felice di poter dare il mio contributo all’azienda anche per il mercato italiano. Lo Showroom Herman Miller di Milano è un Hub Europeo che, assieme a Parigi e Londra, consolida una presenza forte nella regione EMEA.
La mia priorità è quella di mantenere e, dove necessario, intensificare una rete distributiva efficiente e in linea con la visione di crescita nel il bacino del Mediterraneo in cui operiamo tramite funzionari storici e anche grazie a nuove leve, che fanno parte ora della nostra organizzazione cosiddetta a matrice.
Alcuni colleghi appartengono a linee di reporting non correlate a me, ma bensì alla filiale nel Regno Unito. L’azienda ha consolidato la regione del Sud Europa comprendendo Italia, Iberia e East Med, per allineare le strategie in territori molto diversi fra loro, alcuni dotati di una presenza diretta come in mercati consolidati -quale è l’Italia, dove abbiamo showroom e uffici- altri con colleghi operanti da remoto come nell’East Med e in Iberia.
La divulgazione delle nostre ricerche è un asset che utilizziamo volentieri in tutta la regione dell’EMEA -anche nelle aree che seguiamo dall’Italia- che ci offre visibilità con clienti e architetti, i quali hanno un ruolo fondamentale.
La divulgazione avviene tramite seminari, partecipazione a eventi e conferenze in collaborazione con il nostro Insight Group gestito da colleghi che si occupano prevalentemente di ricerca e sviluppo nel settore.

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La gioia del comfort, del design e del colore.

Flessibilità, leggerezza e semplicità sono requisiti indispensabili per gli spazi e gli arredi adatti ai nuovi Ways of Working.
I nomadic worker sono costantemente in movimento anche all’interno del workplace tra una riunione, un workshop, un incontro informale e una sosta alla postazione di lavoro. Per questi spazi fluidi serve una sedia, semplice, confortevole, versatile come se:joy, l’ultima creazione di Martin Ballendat per Sedus, capace di aggiungere una nota gioiosa all’ambiente.

“”Rispecchia la mia idea di realizzare prodotti indipendenti, riconoscibili e al contempo utili, efficienti e di impiego versatile nel maggior numero possibile di ambiti.” dichiara il designer Martin Ballendat a proposito di se:joy.

Essenziale e allegra con un carattere deciso e dinamico. Il linguaggio formale ispirato alla natura è caratterizzato dalla struttura di supporto leggera in un unico pezzo che, dal punto di vista ergonomico, consente una perfetta distribuzione dei carichi lungo la colonna vertebrale senza necessità di regolazione, per utenti di qualsiasi corporatura.
Gioiosa anche nei colori, se:joy è disponibile con struttura nera o grigio chiaro che si abbinano alle 6 tinte proposte per la membrana elastica (azzurro, arancio, verde, sabbia, grigio chiaro, antracite).


Seduta e schienale sono adattabili e assicurano un’area di sostegno adeguata grazie all’utilizzo di una innovativa membrana strutturata, elastica e indeformabile.
Il meccanismo basculante consente un’inclinazione del sedile di 4° in avanti e 7° indietro, sostiene i movimenti e consente di alternare posture diverse.
Il range di regolazione in altezza del sedile varia da 390 a 510 mm.

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Spaces, nuovo format di business community.

Anche in Italia è arrivato Spaces, nuovo format internazionale di business community di Regus in espansione “fondato sull’idea che il successo generi altro successo”: dopo Olanda, Inghilterra, Australia e Stati Uniti ecco a Milano, sui Bastioni di Porta Nuova, 5.000 metri quadri di uffici privati e business club con sale riunione e sale conferenza, lounge bar, aree per ospitare mostre ed eventi. Il punto di forza è il rooftop, un terrazzo con vista panoramica sullo skyline della “Milano che sale”.

L’interior design è stato affidato a Laboratorio Permanente, uno studio di progettazione non specializzato in layout di uffici e forse per questo più “fresco” e meno legato ai pregiudizi e ai modelli dello space planning tradizionale. “E’ stato sorprendente scoprire che nel progetto dell’ufficio possono convergere i criteri applicati nella casa insieme a quelli dell’urbanistica: la ricerca del comfort e della gradevolezza dell’ambiente si fondono con lo studio dei flussi e dei percorsi per dare vita a un modello di workplace che ispira modalità di lavoro più collaborative e creative” spiega l’architetto Angelica Sylos Labini.

Emanuele Arpini, regional marketing manager di Spaces commenta: “L’inaugurazione di Spaces testimonia la volontà di puntare sull’internazionalità di questa città, per ospitare la prima sede italiana di questo nuovo format. Milano del resto si conferma sempre di più una piazza in grado di recepire ed esaltare le nuove tendenze in diversi settori, tra cui anche quello del lavoro, in cui il concetto di luogo e di flessibilità, sono le chiavi di lettura del futuro”.


Appena inaugurato, è stato affittato già il 75% di questi ospitali e accoglienti ambienti di lavoro; gli imprenditori e le aziende che hanno scelto Spaces come propria sede dimostrano il desiderio di entrare a far parte di una community che può generare innovazione e cultura.

Dall’atmosfera cosiddetta “urban design” a quella più rigorosa e formale, i diversi piani identificano le diverse funzionalità con caratteri di design diversi: l’esclusività del terrazzo panoramico è perfetta per i momenti di convivialità e relax; il mood della condivisione si respira in particolare al piano terra (articolato in reception, lounge, quiet space, zona bar, “celle” isolate acusticamente adatte per riunioni informali e phone booth per una maggiore privacy).


Ai piani superiori prevalgono l’atmosfera “neutra” e la connotazione più tradizionale di ufficio chiuso (uffici di varie dimensioni delimitati da pareti divisorie che affacciano su corridoio).


Nel basement non mancano ambienti coworking più votati alla condivisione dove, non a caso, hanno scelto di lavorare aziende smart che già hanno attivato proficue forme di sinergia; come ReFeel eMobility, azienda che offre servizi di mobilità elettrica, con cui Spaces ha sviluppato un progetto di car sharing mettendo a disposizione vetture elettriche in esclusiva per i clienti.L’olandese ReFeel eMobility, per la sua prima sede in Italia, ha scelto l’energia rinnovabile made in Italy di LifeGate Energy con notevole risparmio di CO2 rispetto all’utilizzo dell’energia tradizionale.
A dimostrare che la filosofia eco-sostenibile è un elemento che accomuna le aziende più smart.

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I numeri di Spaces:
5000 mq;
740 mq d business club;
3,300 mq uffici;
8 meeting room,
25 posti auto parking.

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La luce diventa protagonista della rivoluzione IoT.

Una luce umana e responsabile, capace diinteragire con la componente umana e con la tecnologia, ricevendo e trasmettendo dati. A Euroluce 2017 il tema della luce è apparso aprirsi verso un orizzonte molto più ampio rispetto a ciò a cui siamo abituati. I punti luce non sono più solo lampade, ma fonti e centri di interazione IoT, sensori e software. I prodotti presentati da Artemide sono un chiaro esempio di questi trend e delle possibilità che si aprono nel design dell’illuminazione.

Nonostante un diffuso senso di ritorno nostalgico alle forme degli anni ’50 e ’60, Euroluce 2017 ha saputo anche attraverso alcuni padiglioni guardare al futuro, proponendo un ruolo centrale della luce nell’era dell’IoT. I punti luce sono apparsi così in evoluzione verso una ricerca di un dialogo constante non univoco tra l’apparecchio e l’ambiente, ma anche tra l’apparecchio e l’infrastruttura IoT, verso una totale integrazione coi dispositivi che forniscono altri servizi come la gestione del riscaldamento e della regolazione di umidità.

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La “lampada” assume così una funzione diversa, che va oltre, diventando sensore in grado di interagire con l’ambiente circostante.
A questo proposito è stato interessante seguire l’evoluzione della ricerca sulla tecnologia Li-Fi, nello stand di Artemide, nel progetto Li-Fi: Light as Quanta. Il sistema si basa su una rete “optical wireless” che funziona a impulsi luminosi, invece che a onde radio, permettendo un controllo di diffusione nell’ambiente, limitato al cono di luce di emissione, fornendo alla connessione e all’utente una maggiore sicurezza e migliori performance. La luce visibile viene qui sfruttata per la trasmissione di dati, creando con gli stessi LED normalmente utilizzati una infrastruttura capace di gestire anche l’informazione senza alterare in alcun modo le performance o le proprietà ottiche del punto luce. Una soluzione che permette di pensare ad un nuovo ruolo centrale della luce in progetti intelligenti che necessitano di gestire un’ampia mole di dati in termini di trasmissione digitale.
Al centro di questa evoluzione permane un trend che unifica oggi tutti i campi del design per ufficio: la creazione di un ambiente che metta al primo posto le esigenze fisiologiche e mentali di chi lo abita. La luce in un certo senso diventa come gli arredi, alla ricerca di flessibilità ed ergonomia. 

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Artemide ha sintetizzato questo concetto in una serie di prodotti che si richiamano al progetto “The Human light”. Pur mantenendo un design elegante e riconoscibile, la tecnologia diventa qui la parte preponderante: Target Point, Artemide App o LOT Software sono tutti sistemi basati sulla possibilità di regolare finemente la presenza della luce nello spazio secondo le varie fasi naturali della giornata e le esigenze personali, creando diversi e complessi scenari luminosi in cui l’intensità dell’emissione, l’apertura del fascio, movimento, velocità e complessità vengono regolati in maniera sempre più facile attraverso applicazioni intuitive e compatibili con normali smartphone.
Testo di Gabriele Masi.

1, Yang IoT, Carlotta de Bevilacqua, Artemide, 2017. Scegliere scenari che seguono la vita quotidiana e le esigenze di chi le utilizza. Con un sistema di dialogo bidirezionale e di controllo sparato delle tre sorgenti luminose, Yang permette di creare diversi scenari, sfruttando la tecnologia LED.
2, A24, Carlotta de Bevilacqua, Artemide, 2017. A24 è costituito da un unico profilo spesso 24 mm che può essere installato a incasso, sul soffitto o a sospensione. Una piattaforma di supporto flessibile, aperta ad accogliere diversi prodotti, per disegnare in in modo personalizzato la luce nello spazio.
3-4, LoT-LoT software, Tapio Rosenius, Artemide 2016-2017. Basata sul concetto di interaction design, LoT il primo software Artemide che permette, attraverso un approccio grafico, di modificare in tempo reale gli scenari di luce dell’ambiente.

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Ergonomia e automazione all’università.

Come sarà lo spazio di apprendimento del futuro? Il Padiglione C del Campus Perrone dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale ne rappresenta un possibile esempio: automazione, flessibilità, uno spazio facilmente controllabile e interconnesso, dove ergonomia e comfort sono in primo piano, come dimostrano le sedute Evolution fornite da Ares Line per le aree didattiche.

Realizzato dallo studio CM, Il Padiglione C del Campus Perrone a Novara, offre un esempio di come i trend di interior design nel settore dell’istruzione e dell’ufficio stiano ormai seguendo direzioni comuni tra risparmio energetico, building automation e la ricerca di un collegamento costante tra le varie parti dell’edificio e tra interno ed esterno.
Il progetto ha visto la collaborazione di due realtà del Contract Design Network, Ares Line per quando riguarda la fornitura di circa un migliaio di sedute tra operative e didattiche, e MosaicoGroup, per quanto riguarda la realizzazione dei sistemi audiovideo e dell’illuminazione, secondo il concetto di Technology Enabled Learning che ha come obiettivo quello di potenziare la centralità delle ICT negli ambienti scolastici. Inoltre è stata appositamente creata una infrastruttura streaming che permette la trasmissione del segnale audio-video non solo tra le aule del padiglione, ma verso e da tutto l’ateneo con una bassa latenza di trasmissione e facilità di controllo.

Il risultato è un ambiente esteticamente curato, funzionale e facilmente gestibile, attraverso un device personalizzato che permette la gestione delle aule, dei volumi dei microfoni, dello streaming e dell’illuminazione.
Elemento peculiare dello spazio sono gli arredi curati da Ares Line e specialmente la seduta Evolution, evoluzione del prodotto best seller Omnia, che conferisce allo spazio un tocco di design, oltre a fornire il comfort e la sicurezza necessari in un ambiente di apprendimento.
Un attenzione particolare è stata data, infine, alla progettazione delle cattedre, disegnate in modo da integrare perfettamente gli applicativi elettronici forniti da MosaicoGroup con il piano di lavoro.
Testo di Gabriele Masi.

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La Cittadella Vodafone a Padova (Dante Benini & Partners).

Progettata dallo Studio Dante O. Benini & Partners Architects, la sede Vodafone di Padova ha richiesto un investimento complessivo di oltre 12 milioni di euro. L’edificio coniuga i concetti di polifunzionalità,  eco-sostenibilità e smart working. Attraverso un concetto di illuminazione e colore pensato per sottolineare la qualità ritmica e armonica dei diversi materiali, spazi e dei ways of working dinamici scelti dall’azienda. 

Dopo la realizzazione del borgo smart Vodafone village di Milano, Vodafone ha scelto ancora lo Studio Dante O. Benini & Partners Architects per la realizzazione degli uffici della Cittadella di Padova, edificio candidato per la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design). Caratterizzata da elevati standard di eco-sostenibilità ed efficienza energetica, la Cittadella utilizza un sistema di condizionamento a travi fredde ventilate a basso consumo e illuminazione LED.

Lo spazio si richiama all’esperienza milanese nella ricerca di un ambiente in grado di favorire la filosofia del benessere in ufficio, sviluppato in un open space connotato da aree di incontro formali e informali che favoriscono movimento e condivisione.
I concetti di smart working e di flessibilità, principi guida attorno a cui si è sviluppato il progetto, coordina ambiti di privacy individuali con esigenze collegiali, in una concatenazione di ambienti flessibili e dinamici, creando un’alternanza sensorialmente percepibile attraverso precisi elementi materici e geometrici.
Di forte impatto è il progetto grafico curato da Gr Interior che sottolinea la polifonia dell’insieme e introduce il senso del gioco espresso anche nell’interior design, come nel caso dell’area relax, caratterizzata da grandi poltrone-cocoon e sedie a dondolo in morfologie organiche e avvolgenti.

La caratteristica peculiare dei 7.600 metri quadrati della sede Vodafone a Padova è l’integrazione tra materiali e tecnologie innovative, progetto cromatico, acustico e illuminotecnico.
L’illuminazione Led, per esempio, è accentuata da scelte cromatiche che definiscono l’alternanza dei diversi spazi e da fogli in alluminio alveolati autoportanti a bassissimo spessore applicati sulle superfici e utilizzati per gli arredi custom che forniscono un effetto di dilatazione dello spazio. Un esempio di questa scelta materica è dato dalle macro lettere autoportanti, cablate e auto illuminate di cui sono costituite, o dove si inscrivono, le postazioni di lavoro formali e informali delle isole di lavoro, luoghi d’incontro e sinergia, immagine delle dinamiche che l’azienda vuole imprimere ai propri ways of working.
Una realizzazione complessa che ha visto la partecipazione di fornitori con alta professionalità  tra cui Sedus, Caimi Brevetti, Arper e Segis per gli arredi, Universal Selecta per le pareti mobili; iGuzzini e Viabizzuno per i corpi illuminanti
Testo di Gabriele Masi.
Fotografie di Beppe Raso.

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Dal co-working al co-living: nuovi stili di vita e nuove architetture.

Il termine sharing economy sintetizza una radicale trasformazione caratterizzata dall’emergere di attitudini collaborative. Iniziata come fenomeno di nicchia e subito abbracciata dai Millenials, questa rivoluzione evolve rapidamente e da qualche tempo non interessa solo l’utilizzo di servizi: il coworking è già superato da un più sostenibile concetto di “co-living” offrendo nuovi stimoli per l’architettura.


Una ricerca svolta da Osservatorio MADE Expo analizza come il nuovo valore della condivisione -in tutto il mondo- influenzi profondamente gli stili di vita e di lavoro, gli ambienti residenziali e i workplace, fino a interessare l’intero mondo del progetto architettonico.

La nuova frontiera del coworking è il coliving.
Sono passati oltre 20 anni dalla nascita del primo coworking (C-Base a Berlino, nel 1995) e oggi, proprio quella Generazione Z nata allora sta diventando una categoria di professionisti creativi, nomadi digitali più propensa all’accesso a beni e servizi che al loro possesso.
I grandi hub di innovazione nel mondo non si limitano a dare loro un luogo di lavoro da condividere, ma rispondono all’esigenza di vivere in una community a tempo pieno.
“La vita di queste persone è improntata alla flessibilità, alla ricerca di un bilanciamento diverso tra attività lavorative e ricreative (definita work-life balance) e, soprattutto, a un rinnovato desiderio di comunità, apertura e scambio”.
Le prime a entrare in questo nuovo mercato immobiliare che rinnega la “casa di proprietà” sono state Common e Pure House, due start up americane alla fine del 2015 e più recentemente anche WeWork ha aperto la divisione WeLive.
Quello che sta trainando il co-living e il movimento di condivisione dello spazio abitativo è il desiderio dei giovani professionisti di vivere in una community con altri creativi e innovatori, in un mondo fatto di condivisioni e di collaborazioni, senza frontiere di spazio e tempo”. Spiega Ryan Fix, fondatore del co-living Pure House di New York.
Non si deve pensare a un fenomeno fatto di piccoli numeri!


All’estero si stanno già costruendo grattacieli ad uso misto per il co-living, con spazi residenziale, per la cultura, il lavoro e il tempo libero.
Gli edifici della prossima generazione avranno come caratteristica il ritorno alla vita sociale, garantendo degli spazi comuni ed offrendo una maggiore sicurezza. La progettazione degli spazi fisici sarà quindi pensata per incoraggiare un forte senso di comunità”commenta l’architetto Massimo Facchinetti.
Come spiega Osservatorio MADE Expo “Queste nuove tipologie di edifici dall’anima “ibrida” mettono al centro dell’attività progettuale i bisogni e il benessere della comunità e sono pensate per gruppi di persone socialmente consapevoli che condividono pratiche e valori comuni quali la volontà di perseguire una qualità della vita basata sui concetti di eco-compatibilità e cooperazione”.
Non è una moda ma una tendenza che sancisce una nuova coscienza dell’abitare contemporaneo e attribuisce nuovi valori ai luoghi di vita.

Esempi di co-living nel mondo.

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Funan DigitaLife Mall, Singapore (design Woods Bagot).
Tra gli esempi di coliving la ricerca di Osservatorio Made Expo cita la riconversione dell’area dell’ex Funan DigitaLife Mall di Singapore che parte proprio da questi presupposti per offrire un’esperienza a tutto tondo agli adepti del green lifestyle. Il complesso, progettato dalla company internazionale Woods Bagot, include negozi, ristoranti, residenze, uffici, cinema, una fattoria urbana e attrezzature sportive. È stato disegnato per promuovere un’idea di mobilità urbana sostenibile e abitudini di vita salutari. L’intera costruzione è infatti strutturata a misura di ciclisti, sia in termini di accessibilità e fruizione degli spazi, sia in termini di servizi dedicati.
A questo scopo il piano terra dell’edificio si configura come un vero e proprio snodo all’interno della rete urbana di piste ciclabili che favorisce l’ingresso e l’uscita dai suoi spazi attraverso rampe di raccordo e offre ristoro e supporto ai ciclisti con uno bike shop e un bike cafè dotati di officine, armadietti e docce.
La visione dei progettisti è quella di creare un ambiente fertile in cui gli abitanti possano coltivare le proprie passioni e i propri interessi. Più che una semplice costruzione, infatti, il complesso potrebbe essere definito un passion cluster, un incubatore in cui l’organizzazione degli spazi incoraggia la condivisione e la liberazione di energie creative e in cui i retailer, ad esempio, possono proporre prodotti e concept innovativi in negozi concepiti come laboratori di sperimentazione.
Il fine ultimo è quello di creare una comunità produttiva che si riconosce e si aggrega intorno a inclinazioni e stili di vita identitari, di cui l’architettura diventa il catalizzatore e, allo stesso tempo, il manifesto estetico e progettuale.

Cykelhuset Ohboy, Malmo ( Design Hauschild + Siegel).

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Quello di Singapore non è un esempio isolato, a testimonianza di quanto la bicicletta sia diventata centrale per i nuovi modi di vivere all’insegna della sostenibilità. A Malmo, in Svezia, lo studio Hauschild + Siegel sta realizzando per il developer Cykelhuset Ohboy un edificio residenziale progettato a partire dalle esigenze di abitanti che non posseggono l’automobile e scelgono le due ruote per spostarsi in città.
I garage per le auto sono assenti. Oltre a aree di bike parking esterne, le unità abitative sono state pensate per ospitare al loro interno anche le biciclette stesse. Per agevolarne spostamenti, gli spazi di passaggio, le aperture e gli ascensori hanno dimensioni maggiori. Questo consente di manovrare in modo sufficientemente comodo sia le biciclette sia le cargo bike – il modello molto diffuso nei paesi del Nord-Europa utilizzato per trasportare i bambini, la spesa o altre tipologie di carico più “ingombranti” – e di condurle fin dentro casa per scaricare eventuali pesi senza fare fatica.
Ciò ha comportato alcuni accorgimenti tecnici che prevedono, ad esempio, la doppia entrata degli ascensori, di modo che la bici si trovi sempre nel verso giusto di marcia, nonché l’utilizzo di finiture in cemento alle pareti – sia quelle degli spazi comuni che quelle delle abitazioni – più durevoli e facili da pulire per ridurre al minimo i costi di manutenzione. Mentre le finestre circolari inserite nel prospetto rimandano metaforicamente alle ruote della bicicletta che si trasforma anche in elemento di ispirazione formale e espressiva.
I residenti, inoltre, potranno accedere a un servizio annuale di assistenza tecnica per i loro mezzi di trasporto, a un abbonamento al servizio di bike-sharing, avranno a disposizione biciclette per gli ospiti e l’accesso al car-sharing nel caso in cui necessitassero di un’automobile.

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A MADE Expo (Milano 8/11 marzo 2017) sarà proposta una panoramica di quello che le aziende offrono per reinventare gli ambienti e renderli multi-funzione anche in termini di spazi condivisi.

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Un ecosistema fertile: l’hub di Copernico a Torino.

La sede di Copernico a Torino che verrà inaugurata nella primavera 2017, nella storica sede L’Oreal, si sviluppa attorno all’idea del suo amministratore delegato, Pietro Martani: 12mila metri quadrati di uffici, coworking e ambienti flessibili disegnati su misura per le esigenze dei nuovi ways of working: facilitare la produttività, conciliare vita personale e privata, favorire l’incontro e la mobilità.

“Rendere fisiche le necessità di condividere non solo gli spazi e le risorse, ma soprattutto le esperienze all’interno di un sistema dinamico dove le idee possono realizzarsi concretamente”.
Seguendo la scia del progetto Copernico Milano Centrale, il più grande business centre in Europa, anche a Torino la piattaforma Copernico porta un grande spazio multifunzionale e dinamico pensato per andare oltre i confini della struttura in sé.

Aprirsi alla città, ridefinendo l’area metropolitana stessa, attraverso l’implementazione di infrastrutture e servizi pensati per facilitare l’equilibrio tra la vita professionale e la vita privata delle persone. È questo l’obiettivo di un’idea raccontata dal café al piano terra, “un social floor” simbolo per eccellenza dei nuovi ways of working e pensato come un centro di connessione, sia con l’esterno, sia luogo ideale per fare networking.
La trasformazione della storica sede L’Oreal in un ampio spazio coworking in grado di unire aziende internazionale, freelance, startup e PMI, testimonia lo sviluppo smart che Torino, città eletta in Europa come le seconda per capacità di innovazione, dopo Amsterdam, ha avuto in questi anni.
Un “ecosistema fertile”, come lo ha definito Pietro Martani, costruito attorno ad una dimensione spaziale, flessibile e multifunzionale, una dimensione relazionale, sia verso l’interno che verso l’esterno, e culturale, prototipo per uno sviluppo positivo dello smart working e del lavoro agile, oggi in Italia e nel mondo in continua crescita.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Gabriele Zanon.

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Charme e domotica per la Casa-Ufficio da condividere.

Sette anni dopo l’apertura del primo Appartamento Lago che sovvertì il modo di esporre l’arredo di design, si inaugura ora in via San Tomaso a Milano, Casa Lago, un nuovo spazio polifunzionale e high-tech da affittare come coworking o location per eventi e meeting, dove “design thinking, networking e home-feeling si incontrano per creare nuove connessioni e opportunità di business”.

Un appartamento 400 mq, di proprietà dell’azienda, in un palazzo signorile a pochi passi dal Duomo dove ampi ed eleganti ambienti esaltano il design degli arredi “accogliendo i fruitori in un abbraccio empatico” come spiega Daniele Lago.

Nell’Ingresso gli arredi, sospesi ed essenziali, enfatizzano il concetto di leggerezza; questo spazio di accoglienza può diventare luogo espositivo per mostre o showroom temporanei.
Da qui si accede alla Sala da Pranzo, dove il Community Table è il fulcro della convivialità, delle relazioni e della socializzazione e la Cucina Air può essere il set per showcooking e corsi.
La Sala da Pranzo si trasforma facilmente in una sala congressi completa delle dotazioni tecnologiche necessarie. Una parete separa questo ambiente dalla cucina professionale, dotata delle più recenti attrezzature con i suoi azulejos che evocano i colori e i sapori del Mediterraneo.
Il Salotto, che può ricevere 60 persone, è l’ambiente più prestigioso. Il progetto ha rispettato l’architettura originale dell’edificio riportando alla luce l’affascinante soffitto con travi in legno antico e creando un’equilibrata armonia con il design moderno di Lago. Gli arredi offrono innumerevoli possibilità di composizioni ad alto grado di flessibilità: per esempio, platea per presentazioni e meeting, oppure postazioni di lavoro per due persone.

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Per riunire un gruppo più numeroso di persone attorno ad un tavolo l’ideale è la Biblioteca dove i colori chiari degli arredi e la luce naturale creano un ambiente di lavoro distensivo e rilassante.
L’eterea libreria Air segna il confine tra lo Biblioteca e lo Studio, caratterizzato da colori scuri e dal senso di “sospensione”.Un ambiente perfetto per il relax tra un meeting e l’altro dove è previsto anche un letto, dotato di monitor a soffitto, un bagno con doccia attrezzata per cromo e aroma-terapia.

Un secondo Letto Air, che comunica l’idea di leggerezza, è presente anche sul soppalco dell’Appartamentino, spazio dedicato sia al relax sia a momenti di business dove il Tavolo Air rotondo favorisce la conversazione e l’interazione. Anche qui, un bagno dotato di tutti i comfort accoglie chi necessita una pausa.
Un ruolo importante per la funzionalità di Casa Lago hanno avuto le aziende Partner (tra queste: Bticino, Flos, Elica, Fantini, Florim, Listone Giordano, Nice, ecc).
La capofila del Gruppo Legrand in Italia, Bticino, in particolare, ha fornito le infrastrutture elettriche e digitali dell’intero appartamento, dai quadri tecnici agli innovativi prodotti IOT connessi con il programma Eliot, dai sistemi per la sicurezza e l’uso intelligente dell’energia, fino agli strumenti per un semplice utilizzo delle tecnologie multimediali.

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Il bench desk è morto. Evviva il design nomade.

Il bench desk è morto, non c’è alcun dubbio. Si sente la necessità di scrivere un necrologio, come si fa per le persone che abbiamo apprezzato. Ma si sente soprattutto la necessità di trovare soluzioni più adatte ai nuovi modi di lavorare. E’ quello che il mercato chiede: scrivanie “mobili” e personalizzabili, insieme a una gamma sempre più ampia di proposte per le aree in-between. Quando il lavoro è agile, lo deve essere anche il design e le proposte più nuove nascono guardando all’universo degli “spazi terzi”, come è emerso all’ultima Orgatec.

Nel 2002 fu accolta con vero entusiasmo Joyn, la geniale proposta di Vitra (molto imitata): una scrivania multipostazione che, come raccontavano i fratelli Bouroullec ideatori di questo nuovo concetto, era ispirata dal ricordo fanciullesco delle loro gioiose tavolate nella campagna francese dove in estate la grande famiglia si riuniva per pranzare insieme.
Immagine affascinante e coinvolgente che ha avuto grande successo per oltre dieci anni, probabilmente non grazie alla bucolica evocazione dei Bouroullec, quanto all’innegabile risparmio in termini di spazio, di struttura e quindi economico.
Tutte le grandi aziende hanno dunque adottato questa tipologia di arredo per gli ampi open space dei loro headquarter: centinaia di persone, più o meno “agili, sedute ai bench intervallati da contenitori e aree informali che creano una minima divisione dei territori e da sale riunione chiuse che rendono possibile una minima privacy. Questa nuova omologazione nel progetto del workplace è stata applicata per oltre dieci anni.
Fino a quando non ci si è accorti che l’ufficio non è una rigogliosa campagna in estate né i lavoratori, più o meno smart, sono gioiosi commensali che brindano insieme con un bordeaux d’annata.
Allora i limiti del bench desk hanno cominciato a essere evidenti: mancanza di privacy e fastidio al rumore sono i primi sintomi che hanno generato il proliferare di pannelli acustici di ogni tipo. Anche l’eccessiva staticità di quei 6/8 posti indissolubilmente legati tra loro crea notevoli problemi.
In una situazione fluida è più probabile dover modificare la posizione di 2 o 3 persone piuttosto che di 8 tutte insieme; inoltre la fissità dei piani di lavoro è poco ergonomica perchè non tutti i lavoratori hanno la stessa altezza o svolgono la propria attività nella stessa posizione.

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Così alle romantiche visioni bucoliche si sostituiscono fantasie urbane e industriali, talvolta anche un po’ rudi -vedi il “Garage” di Vitra- che indicano il diffondersi di nuove estetiche.
Diminuisce il numero delle scrivanie ma le loro performance sono più alte (struttura che permetta una più semplice gestione e flessibilità ; piani regolabili in altezza, ecc.) e compaiono inedite tipologie di tavoli che rispondono a molte esigenze.
Soprattutto è necessario esplorare quel che accade nell’era del neo-nomadismo generato dalle tecnologie mobili.

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Il cloud computing, il coworking, lo smart working, il lavoro in viaggio– che sono diventati i nostri “luoghi” produttivi abituali- caratterizzano gli ambienti dove viviamo e hanno necessariamente un impatto anche sul design degli arredi.
E l’innovazione per il workplace probabilmente nasce dall’approccio del design nomade.
Editoriale di Renata Sias, direttore WOW! Webmagazine
Didascalie
in alto:
Bench system Joyn, design Ronan e Erwan Bouroullec, proposto da Vitra a Orgatec 2002.
al centro:
Hack, sistema con estetica da garage, design Kostantin Grcic, proposto da Vitra a Orgatec 2014.
sotto:
Tavoli organici e flessibili Mastermind High Desk, attrezzature multimediali e sedute informali proposti da Sedus per l’arredo delle aree creative a Orgatec 2016.

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Centro Congressi Olof Palme a Managua.

Il faraonico intervento di riqualificazione del centro polivalente Olof Palme a Managua porta la firma di un progettista italiano, Bruno Belluomini, e vede la presenza di aziende che rappresentano il migliore made in Italy, come Ares Line che oltre alle forniture per l’hotel, gli uffici e le sale per la didattica, ha arredato con 1200 poltrone la prestigiosa Sala Plenaria.

Il Centro Congressi di Managua, fu realizzato alla fine degli anni ’80 con il contributo finanziario della Svezia e dedicato a Olof Palme ex Primo Ministro svedese assassinato nel 1986 ed è a tutt’oggi il più importante Centro Congressi del Nicaragua.
Dopo il suo abbandono, in parte dovuto ai danni subiti nel terremoto del 1972, le condizioni del complesso versavano però in una situazione di grave degrado.
Nel 2011 l’Instituto Nicaragùense de Securitad Social, proprietario dell’intera area, affida all’architetto Belluomini l’incarico di ristrutturare e restaurare gli edifici esistenti, ampliando l’intervento con la realizzazione di un hotel, di un’ampia sala polivalente e di spazi commerciali, a servizio del Centro Congressi e dell’hotel con l’obiettivo di richiamare anche fruitori esterni e animare l’area anche al di fuori dell’attività congressuali.
L’intervento, durato cinque anni e recentemente concluso, non solo ha restituito al complesso l’originario splendore, ma ha aggiunto nuove funzionalità e ricucito quest’area con il tessuto urbano.

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Il progetto, articolato in due direzioni, ha previsto sia il restauro dell’architettura e dei dettagli, che avevano dato lustro a questa struttura, mantenendone la destinazione d’uso, per esempio la lobby e la sala congressuale in stile svedese detta“Plenario”; sia la realizzazione delle nuove strutture: edificio uffici e sale polivalenti, centro commerciale, hotel tre stelle da 80 camere con piscina e palestra.

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Quindi sei organismi distinti, pensati come strutture indipendenti e autonome (anche nella gestione), diverse per datazione, importanza storica, forma, dimensione e destinazione, ma accomunate dalla semplicità costruttiva, resa possibile dall’adozione di una struttura modulare e dalle forme di tipo razionalista, con attenzione all’utilizzo di materiali che richiedono poca manutenzione.
Per quanto concerne il “Plenario” l’unico intervento esterno è il rifacimento del portale ad arco per il consolidamento statico e per creare spazi di servizio che ospitano gli impianti.
Negli interni la sala plenaria è rimasta invariata ad eccezione del rifacimento dei controsoffitti con corpi illuminanti integrati e della pavimentazione in listelli di legno. Per il suo ottimale utilizzo è stata studiata una nuova ripartizione dei posti a sedere: 1200 poltrone (rispetto alle precedenti 800), fornite di tavoletta ribaltabile a scomparsa e console multifunzionale.

Sono state scelte le Papillon di Ares Line con rivestimento in pelle rossa; sono facilmente chiudibili e possono essere stivate in appositi carrelli con minimo ingombro, in modo da permettere massima flessibilità nell’utilizzo della sala polifunzionale.
La riproduzione del Guernica di Picasso, con la raffigurazione di una città bombardata, rende omaggio alla memoria dei luoghi.

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Il futuro è un’ipotesi, ma il presente è già 4.0

L’appuntamento di FM Day, organizzato da IFMA, è da anni il momento più importante di confronto della community del Facility Management in Italia. Quasi 600 gli iscritti all’ultima edizione che si è svolta l’8 novembre e si è aperta con il convegno “Il futuro è un’ipotesi” sul tema della rivoluzione 4.0, indicando gli effetti che questo futuro -in realtà già un presente- ha sulle organizzazioni e sui modi di lavorare.
WOW!, media partner dell’evento, propone una sintesi di alcuni dei temi trattati.

Come affrontare la quarta rivoluzione industriale in atto? Le tecnologie per l’impresa 4.0 esistono già e riguardano sia gli impianti produttivi, sia il prodotto: nell’organizzazione 4.0 l’intera catena di produzione e di vendita è connessa in rete e coinvolge anche l’utente finale, creando un’unica community costituita da produttore, venditore e utilizzatore.
Il concetto di produzione di massa, superato da oltre 30 anni, è sostituito dall’idea di fabbrica aperta dove al centro c’è l’utente che si raggiunge attraverso processi digitalizzati.
“Questo è l’elemento principale dell’azienda 4.0 che richiede un approccio sistemico: non può esistere la “fabbrica 4.0” in quanto non si può più separare la produzione dai servizi” spiega Francesco Seghezzi di ADAPT.
Nell’azienda 4.0 i servizi sono parte integrante del prodotto e questo richiede ovviamente un cambio radicale del modello organizzativo.
Come nel caso dell’applicazione dello Smart Working, anche sul tema 4.0 le tecnologie sono già disponibili ma serve “un cambio culturale, un cambio di visione” come ha sottolineato Gianni Potti di CNCT, che insiste “ la trasformazione digitale 4.0 non è un fatto di tecnologia, ma di filosofia e di politica” come purtroppo dimostra la posizione dell’Italia al 25° posto in Europa nella classifica della diffusione di banda larga”.
Nell’economia 4.0 il prodotto non è più centrale, il vero capitale è la connettività dei dati, basti pensare a Uber, Airbnb, Booking o Amazon che non possiedono auto, alberghi, case o prodotti ma vivono esclusivamente sulla connettività.
Marco Decio, vicepresidente di Ifma, affronta il tema 4.0 dal punto di vista del Facility Management che deve avere caratteristiche di concretezza, agilità e la propensione alla visione, indispensabili per creare l’azienda 4.0.
Importante è “cambiare la testa delle persone” avere la curiosità e l’agilità che fa compiere il salto; i grandi successi nascono quando non si applicano logiche consolidate, per esempio l’e-commerce non è nato da grandi catene del retail, ma da nuove realtà.
Parlando di 4.0 non basta pensare al Computer Integrated Manufacturing, continua Potti “ la strada da intraprendere è complessa, bisogna capire cosa chiede il mercato, anche attraverso i social, e serve la massima flessibilità”.
E paradossalmente, l’elemento in assoluto più flessibile è l’uomo, alcune catene automobilistiche tedesche hanno sostituito le catene di montaggio con uomini!
Però servono skill più elevati, formazione, trasferimento di competenze; questo si traduce in un costo sociale, ma è indispensabile per risollevare la nostra economia.
E l’ufficio 4.0 come si configura?
lo chiediamo a Francesco Seghezzi che ci risponde nella video intervista.

Ifma Day entra in aspetti più concreti della rivoluzione 4.0 con i successivi convegni.
Per esempio nella tavola rotonda “Gli ingredienti dell’innovazione nel controllo dei servizi”, Davide Stocchi porta l’esperienza di Barilla, azienda che da 4 anni ha intrapreso la strada dello Smart Working e del Change Management. Uno dei servizi interessati a questo cambiamento è il servizio di prenotazione e gestione di viaggi e trasferte attraverso il proprio PC anziché passando dalle agenzie viaggi.
Dopo una prima resistenza, il servizio è stato accettato ed è in costate evoluzione perché è stato evidente che avere il controllo su questa attività e automatizzare le note spese per i rimborsi si traduceva in un risparmio di tempo e nell’eliminazione di attività noiose e non produttive. Il benessere della persona è l’obiettivo centrale dello Smart Working e anche dell’azienda 4.0, non dimentichiamolo.
Lorenzo Maresca di Sedus ha spiegato la filosofia del “Benessere produttivo” che l’azienda applica da sempre nei propri uffici e che promuove anche nei prodotti e servizi offerti ai propri clienti.
Parla della trasformazione del mondo dell’ingegneria Stefano Valentini di Novigos, tema che coinvolge il FM; il CAD e il BIM sono alla base non solo del progetto ma anche della gestione e a queste si aggiungono tecnologie soft finalizzate a monitorare i consumi energetici; nell’approccio 4.0 il sistema edificio/impianto evolve in sistema edificio/impianto/utente e si postano diversi esempi dove il coinvolgimento delle persone ha portato non solo a consistenti risparmi, ma ha innescato un cambiamento.
Strategie difficilmente attuabili nel settore pubblico a causa dei costi di investimento elevati, ma praticate nel privato che intuisce gli evidenti vantaggi.
L’incontro “Servizi sulla punta delle dita” ha posto l’accento sulla mancanza di un Big Data centralizzato del patrimonio immobiliare che faciliterebbe la gestione e porterebbe a notevoli risparmi. Dati che già esistono, ma non possono essere utilizzati.
Graziano Rinaldini di Formula Unica ha dimostrato i concreti vantaggi dell’eccellenza gestionale con il caso del magazzino unico farmaceutico, automatizzato, controllato da droni e sotto il costante monitoraggio dell’ASL e dei servizi automatizzati di trasporto cibo, medicine e biancheria che hanno fatto risparmiare 900.000 euro/anno all’ospedale.
Nelle conclusioni Emanuele Strada di LIUC ha sottolineato un aspetto fondamentale: va benissimo che la digitalizzazione permetta alle persone di dedicarsi ad attività con maggiore valore aggiunto o trasformino le cose che già facciamo per renderle più facili e facciano risparmiare tempo. Questo però non fa crescere la competitività.
La sfida dell’azienda 4.0 è utilizzare il digitale per trasformare il business model.

Ways of Designing e ibridazione: Giulio Iacchetti.

“Tra i suoi caratteri distintivi c’è la ricerca e la definizione di nuove tipologie oggettuali”, si legge nel sito ufficiale di Giulio Iacchetti. Due volte Compasso d’Oro con la posata multiuso biodegradabile Moscardino e per la serie di tombini Sfera, entrambi disegnati con Matteo Ragni, lo abbiamo incontrato durante la tavola rotonda Office Design Ibrido. Abbiamo cercato con lui di rispondere a una domanda molto attuale: cosa significa progettare utilizzando le metodologie ibride?

L’ibridazione è un tema importante nella produzione di Giulio Iacchetti. il Moscardino, Compasso d’Oro 2001, metà forchetta e metà cucchiaio ne è un esempio e l’inizio di un percorso verso il prodotto ibrido, che lo ha portato fino all’agenda interconnessa Paper Tablet, progettato per Moleskine nel 2016. Di questo approccio progettuale Iacchetti ha parlato nel corso della tavola rotonda “Office Design Ibrido” organizzata nel nuovo showroom Dieffebi da WOW! e selezionata nel palinsesto di Design City Milano 2016.

Che cosa significa ibridazione?
Ibridazione è una parola di grande contemporaneità. Per spiegarla io partirei dal mulo, l’esempio di ibridazione per eccellenza: non ha la bellezza del cavallo o certe peculiarità dell’asino, però ha dei tratti fondamentali come la resistenza e capacità di affrontare ostacoli. Il mulo non è un esempio negativo, anzi, per me è davvero ciò che può fare l’uomo cercando una via di mezzo.

Qual è l’atteggiamento del progettista verso l’ibridazione?
Ogni progettista tende ad ibridare situazioni, perché la sua vocazione specifica  è quella di creare del nuovo. È una situazione e un mondo che indaghiamo in tanti:
l’atteggiamento
sta nel cogliere del valore da cose apparentemente distanti e introdurli nel progetto. I progetti sono dei ponti tra realtà differenti, il designer è un gettaponte, il suo lavoro è quello di creare collegamenti tra mondi distanti, e quei collegamenti sono una situazione nuova che non è altro che l’intermezzo tra l’una e l’altra.

Quale posto occupa l’ibridazione nella progettazione?
Un posto specifico tra soluzione generica e iperspecializzazione, tra originalità e progetto anonimo: la situazione ibrida è l’area grigia che c’è nel mezzo a queste due tendenze estreme. È la parte, a mio avviso, più interessante di quello che sta avvenendo ora nel mondo del progetto.

Cosa intende per “ibridazione come area grigia”?
Anche il colore grigio purtroppo ha spesso una connotazione negativa, ma per me non è così. Il grigio nasce dalla combinazione dei tre colori primari. È un colore molto interessante, perché lì ci sta dentro tutto, perché tutti noi oggi ci muoviamo in una situazione ibrida, non definita, lo siamo quasi per vocazione nostra e contemporanea. 

Qual è stata l’esperienza dell’ibrido in un oggetto famoso come Moscardino, progettato nel 1999?
Io e Matteo Ragni eravamo stati investiti da un brief di progetto che prevedeva di studiare un oggetto per consumare i cibi durante gli aperitivi, che in quegli anni si stavano diffondendo come nuovo fenomeno e stile di incontro. Servivano strumenti agili e veloci che occupassero poco spazio, e servissero per consumare alcuni cibi in piedi. Cercavamo nel progetto di ibridare la forchetta con il cucchiaio e alla fine Moscardino è stato il risultato.
Ovviamente l’ibrido mostra anche dei limiti: quante critiche ho ricevuto da chi mi diceva: “ma se lo si usa prima come cucchiaio e poi come forchetta ci si sporca le mani…” 

E ora l’ultimo progetto per Moleskine, come è cambiato qui il tema dell’ibridazione?
Moleskine è fondamentalmente un oggetto di carta, in un mondo in cui la dimensione digitale è sempre più importante.
Nel progettare questo oggetto mi sono calato nella dimensione ibrida che viviamo oggi tutti noi, tra analogico e digitale. Dovevamo arrivare a trovare un trade d’union tra lo smartphone e l’agenda e così è nato Paper Tablet. Una Moleskine particolare, con gli angoli arrotondati che quando è stata mostrata nella custodia tutti hanno pensato pensato fosse un oggetto digitale. E invece è un libro, per cui abbiamo anche brevettato un sistema di stondamento di lavorazione del fianco del taccuino.

Perché questa scelta di una ricerca di ibridazione tra analogico e digitale?
Volevo trasmettere la potenzialità di questo taccuino, portatore di qualcosa altro rispetto alla semplice scrittura. Infatti si può collegare ad uno smartphone, di cui richiama la forma archetipica: così si può scrivere e disegnare con la penna per poi caricare e condividere sullo smartphone la stessa pagina. È un gioco basato sull’equivoco.

Nella sua presentazione alla tavola rotonda Office Design Ibrido ha parlato di designer come “spostati”. Cosa intende?
Tutti noi viviamo una dimensione un po’ spostata, cioè non sappiamo mai bene identificare cosa facciamo, il nostro lavoro è diventato ibrido, come gli spazi dove si lavora e così gli oggetti, che richiedono sempre più una fruibilità e una elasticità di funzionalità libera. Tutta la nostra vita si presta a questo tipo di flessibilità in cui stiamo bene, senza più bisogno di spazi codificati e ruoli identificativi, ma dove ci piace cambiare e circondarci di oggetti che non hanno più una specializzazione precisa. Mi piace pensare in questi termini: meno iperspecializzazione, più libertà e fruibilità. Credo che in questo mondo fruibile e flessibile uno spostato come me ci sta bene.
Testo a cura di Gabriele Masi.

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Didascalie:
1. Moscardino, Giulio Iacchetti e Matteo Ragni, Pandora Design. 2000
2. Rolo, Giulio Iacchetti, Internoitaliano. 2013
3. Surf-o-Morph, Giulio Iacchetti, project assistant Mario Scairato, Surfer’s Den. 2014
4. Siptel, Giulio Iacchetti, project assistant Alessandro Stabile Fontana Arte. 2015
5. Bard, Giulio Iacchetti, Internoitaliano. 2014. Photo Credits: Fabrizia Parisi
6. Newcastle, Giulio Iacchetti, project assistant Alessandro Stabile, Meritalia. 2013
7. Ora In / Ora out, Giulio Iacchetti, project assistant Alessandro Stabile e Mario Scairato, Alessi. 2015 Photo Credits: Alessandro Milani e Matteo Imbriani.
8. Paper Tablet, Giulio Iacchetti, Project Assistant Alessandro Stabile, Moleskine. 2016

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#OSW16: in Italia raddoppia lo Smart Working nelle grandi imprese.

Lo Smart Working è un cantiere sempre aperto, è quanto emerge dal convegno di presentazione della ricerca di Osservatorio Smart Working, giunta alla 5a edizione, che ha fornito anche quest’anno dati interessanti, condiviso esperienze costruttive e presentato casi eccellenti, tra questi il progetto SW di Subito che ha vinto lo Smart Working Award 2016.
WOW! è partner di Osservatorio Smart Working.

Il convegno di Osservatorio Smart Working 2016 si è aperto con il collegamento con il senatore Maurizio Sacconi, presidente dell’11a commissione Lavoro e Previdenza Sociale che, con atteggiamento positivo e propositivo, ha fornito aggiornamenti sull’atteso decreto di legge sul “Lavoro Agile” che tra due settimane andrà in approvazione al Senato.

Anticipazioni sul decreto legge sul Lavoro Agile
Avendo come oggetto un tema in costante evoluzione come lo Smart Working, “si tratterà necessariamente di un decreto in progress”, spiega il senatore che sintetizza i punti salienti di quella che definisce una “proposta sovversiva” che per la prima volta “si differenzia dal lavoro a distanza” e “smaterializza la postazione di lavoro fissa”.
Pur non indicando una nuova tipologia contrattuale il decreto sancisce che la prestazione si può svolgere dentro o fuori l’ufficio in un orario aperto stabilito però nel rispetto degli accordi comunitari. La definizione di tempi e luoghi potrà essere oggetto di contrattatazione individuale o collettiva, ma il contratto sarà in ogni caso individuale.
Rivoluzionari sono i nuovi diritti che vengono sanciti: il “diritto alla disconnessione” e il “diritto all’accesso a conoscenze e competenze attraverso le tecnologie” esaltando il valore cognitivo delle persone e l’apprendimento costante come strumento indispensabile per la crescita, non solo professionale.
Anche per quanto riguarda l’assai discusso aspetto della Sicurezza, si propone un approccio smart, ovvero un impianto che “si differenzi dal concetto di sicurezza fondato sulla fonderia” approccio che rischia di trasformarsi in un impedimento per l’applicazione dello smart working in Italia.

I risultati della ricerca OSW 2016.
I risultati della ricerca 2016 “esprimono la vivacità di un fenomeno che sta diventando virale”, come sostiene il prof. Mariano Corso, responsabile scientifico di OSW.
Le persone chiedono più flessibilità perchè un’organizzazione rigida genera frustrazione diffusa.
C’è grande ricettività in particolare da parte delle grandi imprese: il 30% attua attività di smart working strutturate (quasi il doppio rispetto al 17% del 2015).
Resta invece fermo al 5%, come lo scorso anno, il dato che riguarda le piccole-medie imprese; l’aspetto positivo è però la crescita dell’informazione e della consapevolezza anche se con molte incertezze sull’introduzione.

Il 35% dei progetti è in fase di sperimentazione, mentre il 40% sta già estendendo il progetto e procedendo a coinvolgere un maggiore numero di dipendenti; solo il 25% delle aziende può essere considerato a regime o in fase di perfezionamento del progetto.
Tuttavia la caratteristica dello smart working è quella di essere un cantiere sempre aperto che necessita di continuo monitoraggio, come hanno sottolineato Ilaria Santambrogio di Plantronics e Alessandra Stasi di Barilla.

Indica una crescente maturità anche la definizione dei luoghi dello Smart Working che finalmente non viene più confuso con il telelavoro; solo saltuariamente la casa è il luogo dal quale si opera, aumentano gli hub aziendali e i luoghi terzi come i coworking, affiancati agli uffici “deputati” che assumono organizzazioni spaziali e funzionali ibride per rispondere in modo smart alle nuove modalità di lavoro.
Come spiega Lorenzo Maresca di Sedus “Smart Working vuol dire anche creare uffici dove le persone ‘vogliono’ andare a lavorare”.
Questi spazi hanno in comune l’eliminazione della rilevazione di presenza, la flessibilità di orario e il desk sharing.
Il sondaggio svolto con Doxa stima che in Italia gli smart worker siano circa 250.000 (+ 40% rispetto al 2013) caratterizzati da soft skill e la resilienza e tra le prerogative di questa tipologia di lavoratori che hanno spiccata capacità di risposta agli imprevisti e di adattamento.

Il sondaggio OSW via Twitter
Dopo gli appassionati testimonial che hanno raccontato applicazioni di Smart Working assai diverse tra loro (tra i quali: Comune di Torino, Valore D, Plantronics, Philips, Barilla, Wind, Cisco,ecc) gli addetti ai lavori presenti in sala hanno risposto in diretta via Twitter ad alcune domande, evidenziando il sentiment rispetto ad alcune problematiche di fondo:

Qual è il principale nemico dello Smart Working?
Il 60% risponde la resistenza culturale; il 30% il management e , inaspettatamente solo il 6%indica i sindacati. Si dedica quindi che la responsabilità è quasi totalmente a carico di un’organizzazione aziendale immobilizzata da troppi pregiudizi; molti dipendenti dichiarano infatti il timore che l’adesione allo smart working possa avere riflessi negativi sulla carriera.

Qual è la maggiore criticità quando si implementa lo Smart Working?
Anche in questo caso una sorpresa: solo il 7% teme il rischio di work intensification, mentre il 37% indica mancanza di coordinamento e pianificazione e il 30% la mancanza di maturità e disciplina personale.
Ma, come sostiene Alessandra Stasi “le regole vanno fatte per il 99% delle persone mature, non per l’1% che se ne approfitta o è incapace di gestirsi” ; è dimostrato che in media gli smart worker lavorano 1 ora in più rispetto a chi opera in un’organizzazione tradizionale, ma la persone devono avere un atteggiamento responsabile anche per quanto riguarda la work intensification.
Più la persona che lavora è equilibrata e completa maggiore sarà il benessere organizzativo in azienda.

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Una foresta di pilastri per un workplace flessibile.

Nuovo riconoscimento per Junya Ishigami, già Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2008. Lo incontriamo a Mendrisio, all’inaugurazione della mostra del BSI Swiss Architectural Award che lo ha decretato vincitore dell’edizione 2016.
Nella video-intervista spiega la sua visione di “flessibilità”, la sua filosofia progettuale di outdoor in un interno e il progetto del KAIT Workshop che rappresenta il suo workplace ideale.

La mostra della quinta edizione di BSI Swiss Architectural Award 2016 a Mendrisio offre una fotografia articolata dell’architettura mondiale attraverso i progetti realizzati da 28 partecipanti provenienti da 17 Paesi. Ogni partecipante deve presentare tre progetti realizzati e questo aggiunge concretezza al percorso espositivo.
Ampia documentazione è dedicata in particolare al lavoro di Junya Ishigami, cui la giuria ha attribuito il premio all’unanimità per l’edizione 2016 (100.000 franchi) per i suoi tre progetti dai quali emergono una inusuale coerenza e forza iconica: il KAIT (Kanagawa Institute of Technology) Workshop, una residenza monofamilare vicino a Tokyo e l’architettura effimera del Padiglione Giappone 2008 alla Biennale di Venezia.
Come sottolineato nella motivazione della giuria, i progetti di Ishigami sono caratterizzati da “una ricerca strutturale innovativa ma senza inutili eroismi, che conduce ad un’architettura di delicata raffinatezza” e da “un rapporto fecondo con l’elemento vegetale, interpretato e declinato in modi sempre diversi”: dall’edificio come metafora di una foresta, nel caso del KAIT Workshop, alla completa integrazione della vegetazione nella “Casa con piante”.

Quelli di Ishigami sono spazi ambigui, come suggeriva il titolo del Padiglione Giappone “Extreme Nature: Landscape of ambiguous spaces”, aste verticali disposte in modo irregolare che fungono da serre e sono allo stesso tempo architetture integrate nel paesaggio.
Troviamo la stessa ricerca strutturale e gli stessi elementi vegetali verticali nella Casa per due giovani sposi a Tokyo dove si fa ancora più sfumato il confine tra casa e paesaggio, tra natura e manufatto.
Questo approccio progettuale che si fa ancora più forte nel KAIT Workshop (Kanagawa Institute of Technology): un edificio totalmente vetrato con pianta leggermente irregolare, al centro del campus e immerso nella natura circostante; un destabilizzate ambiente di lavoro “open space” di 2000 mq dedicato alle attività manuali degli studenti del Politecnico di Kanagawa che contraddice l’assioma ambiente flessibile = struttura regolare con il minor numero possibile di pilastri.

Ishigami ci spiega che il suo intento è ricreare un ambiente outdoor all’interno dell’edificio.
Entrando da uno qualsiasi dei quattro accessi ci si trova letteralmente immersi all’interno di una sorprendente “foresta” di pilastri. Non pilastri identici, né distribuiti secondo una maglia regolare, ovviamente!
Proprio come in una vera foresta di alberi, i piedritti in metallo sono diversi uno dall’altro per dimensione e orientamento, si diradano e si concentrano nello spazio senza una regola apparente.

La funzione di questa stupefacente “foresta” -in realtà frutto di un’ossessiva e precisissima definizione- si scopre attraversando e usando l’ambiente che, a secondo del punto di osservazione si modifica, offre prospettive diverse e aree diverse di fruizione.I dispositivi spaziali verticali generano luoghi dove incontrarsi, oppure creano pareti virtuali, stabiliscono gradi diversi di permeabilità visiva, permettono a chi lavora di trovare la propria privacy in uno spazio totalmente aperto, oppure di interagire con gli altri, sempre con la massima flessibilità
E’ proprio la filosofia progettuale del KAIT Workshop l’oggetto dell’interessante intervista che Junya Ishigami rilascia a WOW! raccontandoci questo inconsueto luogo di lavoro che rappresenta il suo modello di workplace ideale.
Foto del KAIT Workshop: Enrico Cano
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Mario Botta consegna a Junya Ishigami il BSI Swiss Architectural Award 2016

In breve:
Titolo Mostra: BSI Swiss Architectural Award 2016 (a cura di Nicola Navone. Promossa da BSI Architectural Foundation, Lugano, in collaborazione con Accademia di architettura, Università della Svizzera Italiana a Mendrisio e Archivio del Moderno, Mendrisio)
Dove: Galleria dell’Accademia, Accademia di architettura, Mendrisio.
Quando: dal 30 settembre al 23 ottobre 2016.

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Milano: nuovi “mondi” di lavoro: Microsoft Milano.

“Spazi che favoriscono la produttività, connotati dalla creatività e dal design Italiano, uniti alla tecnologia più avanzata per sperimentare le potenzialità del digitale”. Carlo Purassanta, Amministratore Delegato Microsoft Italia, ha presentato così il progetto per la sede milanese dell’azienda che aprirà a Febbraio 2017. “Un ambiente ispirato a 4 elementi chiave della cultura Microsoft: flessibilità, collaborazione, apertura ed innovazione”.

Well being, conciliazione delle esigenze personali e professionali, apertura verso la cittadinanza e alla collaborazione. Il progetto della nuova sede Microsoft, nel primo edificio italiano pubblico progettato da Herzog & De Meuron nell’area di Porta Volta a Milano, si inserisce nella scelta orientata allo smart working che l’azienda ha intrapreso già da 10 anni.
Il design degli interni, basato su aree di lavoro open space senza postazioni fisse, è stata affidato a DEGW, con l’obiettivo di creare un’armonia e un equilibrio con l’esterno dell’edificio ispirato dalle cattedrali gotiche lombarde.
7.500 mq pensati per favorire la comunicazione sia all’interno della struttura sia verso l’esterno, favorendo la mobilità dei lavoratori, creando una atmosfera informale, ispirata all’ambiente domestico.

Un ecosistema regolato dalla ultime tecnologie in ambito smart building e di Internet of Things, dove sensori, applicazioni, schermi multimediali e assistenti virtuali permetteranno una interazione dinamica e continua tra persone, spazi e informazioni.
“Lo spazio è stato pensato eclettico, casual, confortevole e vario, con colori naturali e con qualche tinta accentuata, con corpi illuminanti personalizzati e con elementi d’arredo unici, fatti su misura. Ci siamo focalizzati principalmente sul significato intrinseco dello ‘human touch’, creando un ambiente di lavoro migliore, più intelligente e più flessibile”, spiega Cristiana Boienti, Senior Architect di DEGW.
Un altro elemento distintivo della nuova sede è il forte spirito di apertura e di coinvolgimento della città, dei clienti, partner e consumatori. A questo scopo sono state create diverse aree dedicate fra cui una classe digitale, dove i professori e gli studenti potranno avvicinarsi alle nuove tecnologie per imparare, un Microsoft Technology Center, che consentirà a clienti e partner di realizzare, con il supporto di professionisti e tecnologie innovative, progetti di trasformazione digitale, un’area dedicata al mondo dei consumatori dove sarà possibile scoprire e sperimentare le ultime soluzioni tecnologiche per divertirsi, comunicare e innovare, e un laboratorio dove sviluppatori, startup e professionisti IT potranno formarsi e aumentare le competenze sulle soluzioni Microsoft.
Testo di Gabriele Masi.

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Hack: scrivanie con lo spirito del garage.

Un sistema di scrivanie pratico e creativo, una soluzione provocatoria che Vitra ha pensato per i cambiamenti dinamici in un ambiente di lavoro in continua evoluzione. Hack, disegnato da Kostantin Grcic, sfida il concetto tradizionale di scrivania da ufficio con un’estetica non finita e una multiforme adattabilità.

Il design oggi deve cercare di anticipare le esigenze e i requisiti di azienda e dipendenti. Da questa idea Kostantin Grcic e Vitra hanno sviluppato il sistema di scrivanie ripiegabili e trasportabili Hack, una soluzione funzionale, dinamica e innovativa.
Si presenta con un ampio piano di lavoro, regolabile facilmente in altezza (da 200 a 1250 mm) e un pannello divisorio che permette di aumentare la concentrazione e la privacy. Il meccanismo ad azionamento manuale, che ne aumenta la versatilità, permette facilmente di chiudere la scrivania verticalmente, chiudendo le due partizioni laterali verso l’interno.

Il meccanismo pensato da Vitra offre anche una divertente provocazione: nella posizione più bassa Hack può essere dotato di cuscini ed essere utilizzato come divano. Lavoro e riposo, formale e informale, poli sempre considerati opposti, si riuniscono in un unico oggetto.
Inoltre anche il “raw design” scelto, come un progetto sperimentale non finito, con pannelli di legno grezzo, realizzati localmente secondo principi di sostenibilità ecologica, è pensato per adattarsi all’immagine di azienda come laboratorio in costante cambiamento. I pannelli sono collegati da resistenti cerniere metalliche che ne garantiscono la stabilità e ne facilitano il sistema di ripiegamento.
Testo di Gabriele Masi.

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Lavorare in una termobolla (Carlo Ratti Associati).

Nell’ambito della riprogettazione della sede di Fondazione Agnelli a Torino, Carlo Ratti Associati ha sviluppato un sistema personalizzato di riscaldamento, condizionamento e di illuminazione in grado di seguire, come una bolla personalizzata, gli occupanti mentre si muovono all’interno struttura. Un ambiente in grado di sincronizzarsi con le abitudini di chi lo vive, una flessibilità al quadrato.

Dopo aver esplorato varie forme di controllo climatico in progetti come Local Warming (Biennale di Venezia 2014) e Cloud Cast (Dubai’s Museum of Future Government Services 2015), e dopo il Future Food District di COOP a Expo 2015, Carlo Ratti Associati continua il design incentrato sull’Internet-of-Things (IoT).
La bolla termica e luminosa personalizzata pensata per la sede di Fondazione Agnelli a Torino si basa su sensori disposti nello spazio in grado di monitorare diversi dati tra cui la concentrazione di CO2, la temperatura o il numero di occupanti della stanza.
Queste informazioni vengono processate da un sistema (BMS) in grado di rispondere in maniera dinamica alle modifiche registrate, regolando la luminosità, il riscaldamento, il livello dell’area condizionata e anche la prenotazione delle varie stanze.
Ogni dipendente può impostare attraverso un’app le proprie condizioni ambientali preferite, creando una bolla termica che lo segue attraverso la struttura grazie a delle unità di ventilcollettori situate nel controsoffitto e attivate dalla presenza umana.

Indubbi sono i vantaggi che l’IoT può portare nell’architettura.
“Oggi molta energia va persa per il riscaldamento o il condizionamento di edifici vuoti”, spiega Carlo Ratti. “Sincronizzando l’uso dell’energia con l’occupazione umana dello spazio possiamo creare un’architettura più sostenibile e responsabile, abbattendo teoricamente il consumo energetico del 40%”.
Una flessibilità al quadrato, che si espande anche a elementi non palpabili: come le pareti mobili di vetro, le tende fonoassorbenti, o le partizioni scomponibili, così anche gli impianti di illuminazione e riscaldamento sono in grado di riconfigurare lo spazio, creando microambienti per tutte le necessità.
Testo di Gabriele Masi.

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