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Lo smart working tra spazio fisico e virtuale.

L’affermazione dello smart working sta portando le organizzazioni a progettare differenti scenari per le modalità e il luogo di lavoro. Alcune aziende accolgono questa modalità di lavoro lasciando al collaboratore la libertà di lavorare in ufficio o in qualunque altro luogo. Crescono le aziende “location-independent”che hanno deciso di non avere un ufficio e far lavorare i propri collaboratori soltanto da remoto.
Il nuovo trend è l’ufficio virtuale online per interagire grazie a software che simulano lo spazio di lavoro fisico di cui ancora molte persone sentono il bisogno.  

Mentre un cospicuo numero di aziende ancora respinge lo smart working posticipando il cambiamento ad un momento futuro che prima o poi arriverà, altre compagnie decidono di non avere un ufficio: una scelta coraggiosa ma non priva di senso e nella maggior parte dei casi è una scelta condivisa con i collaboratori.
Recentemente Automattic, l’azienda che sviluppa il CMS WordPress, ha deciso di mettere in vendita i propri uffici a San Francisco: 1400mq di uffici open space dotati di molte attrattive. Il motivo della vendita è semplice: si recano in ufficio 5-6 collaboratori mentre tutti gli altri preferiscono lavorare da remoto.

 

Buffer è un’altra azienda che dopo alcuni anni di lavoro in un ufficio ha deciso di abbandonarlo per lasciare ai propri collaboratori la libertà di lavorare da dove preferiscono.
Le aziende “location-independent” hanno fatto della loro scelta un motivo in più per investire sulla cultura aziendale e creare un senso di squadra molto forte. Inoltre si sono dotate di perk e benefit adatti ad acquisire nuovi talenti da remoto e mantenere quelli già presenti, ad esempio viene dato il rimborso a chi decide di lavorare in un co-working.
Quando di parla di lavoro in ufficio o di lavoro da remoto le persone si dividono in due gruppi: alcuni preferiscono lavorare da remoto e rinunciano volentieri all’ufficio, gli altri hanno bisogno dell’ufficio come luogo di aggregazione e di relazione che dona significato stesso alla parola lavoro.
I millennials e ancora di più la generazione Z sono solitamente favorevoli al lavoro da remoto e spesso lo richiedono. Le generazioni precedenti si stanno aprendo allo smart working grazie alla maggiore qualità di vita e lavoro.

L’ambiente ufficio virtuale online: un nuovo trend.

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Tra questi nuovi ways of working e spinte generazionali esistono aziende che lavorano in un ufficio online.
Questo significa che i collaboratori utilizzano un software in grado di simulare gli spazi fisici di un ufficio. Per ora gli spazi sono disegnati in 2D, ma il passo al 3D è breve perché aziende come Facebook stanno già integrando la tecnologia Oculus Rift.
Questi software non hanno niente a che fare con second life o un utilizzo ludico degli spazi virtuali.
Lo scopo di un ufficio online è di ricreare la prossimità personale e la funzionalità di uno spazio fisico di cui i team hanno bisogno per poter lavorare insieme da remoto.
I team sono co-localizzati online in un ufficio disegnato su una mappa visuale con gli avatar che rappresentano le persone all’interno dello spazio virtuale.

Le stanze e gli spazi comuni di questo ufficio virtuale simulano la cucina, lo spazio con divano dedicato al relax, stanze dove si è molto focalizzati e non si vuole essere disturbati. Il concetto è molto simile al disegno degli spazi in base alla loro funzione. La policy di uno spazio siffatto descrive come comportarsi all’interno.

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La mia personale esperienza ha fatto un salto di qualità da quando mi sono unito a Virtual Team Talk, un co-working space internazionale dove diversi professionisti si incontrano e lavorano nello spazio creato dal servizio sococo.com.
In questo spazio può succedere che mi trovo nella sala “casual” insieme ad una persona e colgo l’occasione per conoscerla. Oppure mi trovo nella stanza “very focused” dove tutti sono molto concentrati e non mi azzarderò a disturbare i miei colleghi. Posso spostarmi nella sala “open discussions” per un brainstorming remoto dove tutti i colleghi hanno la webcam accesa.
Nella stanza “after party” posso conoscere informalmente i miei colleghi dopo lavoro.
La sensazione di vicinanza dei propri colleghi è innegabile con il passare del tempo. Lavorare in un team remoto dà spesso quella sensazione di non sapere cosa stanno facendo i colleghi: se stiano lavorando al computer o siano fuori per una commissione.
L’integrazione con i tool che facilitano la comunicazione è già avanzata. Inoltre con questa modalità di lavoro le persone sono libere di andare e venire nello spazio virtuale comunicando agli altri la loro presenza.
Il movimento globale dei lavoratori da remoto è in continua crescita e un ufficio online può aiutare a simulare uno spazio fisico di cui ancora molte persone sentono il bisogno.
La scelta di adottare lo smart working in modo tale che il collaboratore possa scegliere quando lavorare in ufficio e quando lavorare da remoto, seguendo una chiara policy aziendale, appare ancora migliore con l’uso di un ufficio online.
Testo di Giovanni Battista Pozza, Digital Entrepreneur e co-founder di Full Glass (Happiness Think Thank).

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Photo Automattic: credit Scott Beale https://www.flickr.com/photos/laughingsquid/ 

Photo Office online: Virtual Team Talk Sococo 

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Un edificio per una città sostenibile: uffici UnipolSai.

Un’architettura green e sostenibile a tutto tondo. L’innovazione tecnica e impiantistica è la caratteristica principale della futura sede operativa UnipolSai a Milano, disegnata da Progetto CMR. Presentato nel Padiglione Italia del Mipim di Cannes, l’intervento architettonico utilizza tra le altre soluzioni, il rivestimento delle superfici esterne in biossido di titanio, tecnologia che permette lo scioglimento degli agenti inquinanti, creando, insieme alle aree verdi, una zona di città più salubre.

Il progetto di riqualificazione sull’edificio dell’area De Castilia a Milano, noto come “Il Rasoio” e futura sede UnipolSai, non mira soltanto a rivoluzionare gli aspetti puramente estetici dell’edificio, ma a incrementarne l’efficienza, la funzionalità e le prestazioni energetiche. Progetto CMR ha scelto per i due corpi di fabbrica di 15 e 53 metri di altezza, disposti a formare un angolo di 45°, una facciata dinamica, dove il vuoto del vetro si alterna al pieno dei rivestimenti delle connessioni verticali.
La facciata sud, studiata per ottimizzare l’irraggiamento diretto e aumentare la luce diffusa negli spazi interni, presenta anche degli elementi metallici diagonali sostenuti da un telaio di alluminio che permette di posizionare il vetro temperato in diverse inclinazioni, permettendo alla luce di riflettersi in modo sempre diverso durante l’intera giornata.

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L’innovazione tecnica, però, non si ferma alla facciata, che costituisce anche un supporto per la produzione di energia elettrica grazie alla presenza di un film di silicio ad alte prestazioni all’interno delle lastre maggiormente esposte verso l’alto, in grado di produrre l’energia che l’edificio ha bisogno: il progetto prevede anche la realizzazione di impianti di ultima generazione in grado di sfruttare altre fonti rinnovabili al fine di ottenere un edificio a bassissimo impatto ambientale e che sappia creare anche un ambiente di lavoro e una città più salubre. Tutte le pareti esposte, infatti, sono state trattate con biossido di titanio, che tramite un processo catalitico permette lo “scioglimento” degli agenti inquinanti. Dai calcoli effettuati dall’Università degli Studi di Milano questa soluzione, insieme alle aree verdi previste dal progetto porterà ad una riduzione fino al 50% dell’inquinamento nella zona.

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Come ha affermato Massimo Roj, architetto e AD di Progetto CMR, il progetto degli uffici UnipolSai ha “l’obiettivo di contribuire al rinnovamento della città di Milano, realizzando un edificio ad alte prestazioni confermando che l’approccio sostenibile è oggi l’unica strada possibile per il futuro delle nostre città“.
Testo di Gabriele Masi.

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La luce diventa protagonista della rivoluzione IoT.

Una luce umana e responsabile, capace diinteragire con la componente umana e con la tecnologia, ricevendo e trasmettendo dati. A Euroluce 2017 il tema della luce è apparso aprirsi verso un orizzonte molto più ampio rispetto a ciò a cui siamo abituati. I punti luce non sono più solo lampade, ma fonti e centri di interazione IoT, sensori e software. I prodotti presentati da Artemide sono un chiaro esempio di questi trend e delle possibilità che si aprono nel design dell’illuminazione.

Nonostante un diffuso senso di ritorno nostalgico alle forme degli anni ’50 e ’60, Euroluce 2017 ha saputo anche attraverso alcuni padiglioni guardare al futuro, proponendo un ruolo centrale della luce nell’era dell’IoT. I punti luce sono apparsi così in evoluzione verso una ricerca di un dialogo constante non univoco tra l’apparecchio e l’ambiente, ma anche tra l’apparecchio e l’infrastruttura IoT, verso una totale integrazione coi dispositivi che forniscono altri servizi come la gestione del riscaldamento e della regolazione di umidità.

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La “lampada” assume così una funzione diversa, che va oltre, diventando sensore in grado di interagire con l’ambiente circostante.
A questo proposito è stato interessante seguire l’evoluzione della ricerca sulla tecnologia Li-Fi, nello stand di Artemide, nel progetto Li-Fi: Light as Quanta. Il sistema si basa su una rete “optical wireless” che funziona a impulsi luminosi, invece che a onde radio, permettendo un controllo di diffusione nell’ambiente, limitato al cono di luce di emissione, fornendo alla connessione e all’utente una maggiore sicurezza e migliori performance. La luce visibile viene qui sfruttata per la trasmissione di dati, creando con gli stessi LED normalmente utilizzati una infrastruttura capace di gestire anche l’informazione senza alterare in alcun modo le performance o le proprietà ottiche del punto luce. Una soluzione che permette di pensare ad un nuovo ruolo centrale della luce in progetti intelligenti che necessitano di gestire un’ampia mole di dati in termini di trasmissione digitale.
Al centro di questa evoluzione permane un trend che unifica oggi tutti i campi del design per ufficio: la creazione di un ambiente che metta al primo posto le esigenze fisiologiche e mentali di chi lo abita. La luce in un certo senso diventa come gli arredi, alla ricerca di flessibilità ed ergonomia. 

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Artemide ha sintetizzato questo concetto in una serie di prodotti che si richiamano al progetto “The Human light”. Pur mantenendo un design elegante e riconoscibile, la tecnologia diventa qui la parte preponderante: Target Point, Artemide App o LOT Software sono tutti sistemi basati sulla possibilità di regolare finemente la presenza della luce nello spazio secondo le varie fasi naturali della giornata e le esigenze personali, creando diversi e complessi scenari luminosi in cui l’intensità dell’emissione, l’apertura del fascio, movimento, velocità e complessità vengono regolati in maniera sempre più facile attraverso applicazioni intuitive e compatibili con normali smartphone.
Testo di Gabriele Masi.

1, Yang IoT, Carlotta de Bevilacqua, Artemide, 2017. Scegliere scenari che seguono la vita quotidiana e le esigenze di chi le utilizza. Con un sistema di dialogo bidirezionale e di controllo sparato delle tre sorgenti luminose, Yang permette di creare diversi scenari, sfruttando la tecnologia LED.
2, A24, Carlotta de Bevilacqua, Artemide, 2017. A24 è costituito da un unico profilo spesso 24 mm che può essere installato a incasso, sul soffitto o a sospensione. Una piattaforma di supporto flessibile, aperta ad accogliere diversi prodotti, per disegnare in in modo personalizzato la luce nello spazio.
3-4, LoT-LoT software, Tapio Rosenius, Artemide 2016-2017. Basata sul concetto di interaction design, LoT il primo software Artemide che permette, attraverso un approccio grafico, di modificare in tempo reale gli scenari di luce dell’ambiente.

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Home Sweet Office Home. Uffici Plantronics Italia.

Plantronics, inaugura il 6 aprile la sua sede italiana all’interno dell’Energy Park di Vimercate: un “ufficio-non ufficio” di 400 mq in cui sperimentare il futuro-presente dello smart working, lasciando che il “lavoro elsewhere” e la ricerca del work-life balance contaminino l’ambiente e lo elevino ad un nuovo livello di comfort, dove l’ergonomia del corpo e quella della mente si integrano.

In un mondo in cui le soluzioni digitali hanno fatto cadere confini e barriere fisiche e psicologiche, in cui la velocità del cambiamento ridisegna continuamente le relazioni e i modi di vita, in cui la geografia non è più un fattore determinante, dare forma e contenuti a uno spazio ufficio è sempre più sfidante.

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Plantronics, pioniere nella tecnologia wearable e leader mondiale nelle soluzioni audio per la comunicazione, sia business che consumer, è stata tra le prime aziende a teorizzare e mettere in pratica lo smart working, integrando le persone, le tecnologie e gli spazi in un sistema armonico che permettesse nuove e più dinamiche modalità di lavoro. Gli uffici di Plantronics sono stati ridisegnati mettendo la persona in primo piano, e offrendo spazi adeguati ai momenti di concentrazione, di collaborazione, di comunicazione e di contemplazione.
Da allora, in pochissimi anni, la società e i nostri modi di vita sono cambiati moltissimo, e con essi i modi del lavoro d’ufficio, proiettato sempre più al di fuori di un luogo fisico ben definito, e di abitudini altrettanto codificate.
Al momento di pensare il nuovo ufficio italiano della multinazionale californiana, Daniele Andriolo, Global Manager of Facilities and Workplace Services di Plantronics, si è chiesto quale senso dare oggi a uno spazio che ha perso la sua connotazione di luogo unico deputato al lavoro. “Ho bisogno di un ufficio, ma non voglio un ufficio” è stata la sfida che Andriolo ha proposto a Daniela Carta, Architetto, titolare di MQA Metro Quadro Architetti di Milano e al suo Team, Arch. Irene Pacioni e Arch. Marianna De Vivo.

L’intento, nato dalla constatazione che concetti all’avanguardia solo pochi anni fa sono nei fatti non più attuali, era quello di capire cosa viene dopo lo smart working. Le parole chiave della ricerca, mutuate dai mondi anglosassone e nordeuropeo, da sempre un po’ più avanti nei cambiamenti, sono quelle che identificano i trend più attuali del “lavoro creativo”, da Liquid Worklife, Café Co-Working, Pop-Up Workplace, Hacker Culture, Meetings Without Borders, fino a Fighting the Tech Fatigue e Wellness is the New Green.
Il risultato è un ufficio-non-ufficio, pensato e disegnato per essere non più un Great Place to Work, ma un Great Place to Stay, accogliente e confortevole.

“Siamo stati animati dall’idea di aprire gli spazi in modo fluido –commenta Ilaria Santambrogio, Country Manager di Plantronics Italia– La sede italiana di Plantronics è un ufficio aperto, pensato per ospitare clienti, partner, rivenditori, in modo che ciascuno si senta a casa, accolto, grazie alla comodità e alla flessibilità degli spazi”.

E’ scomparsa la specializzazione degli spazi deputati ai momenti di concentrazione, collaborazione, comunicazione e contemplazione, l’intero ambiente si presta ad essere vissuto in modo libero, in ogni momento e in qualunque modalità. Le scrivanie (Sedus), tutte regolabili in altezza elettricamente, i divani degli spazi lounge e gaming, il desk della cucina, le sale meeting, chiuse e aperte, con i tavoli, o, più informalmente, con poltrone, tapis-roulant e bike, sono in grado di accogliere momenti di lavoro e di socializzazione, anche di gruppi diversi e nello stesso momento, grazie all’attenzione nella progettazione acustica che permette di contenere il disturbo causato dalla conversazione.

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Numerosi monitor ad alta risoluzione, tutti collegati alla rete wi-fi, permettono l’immediato accesso alla comunicazione interna ed esterna senza l’ingombro dei cavi in qualunque zona dell’ufficio. Il sistema di videoconferenza “Watercooler”, sempre on-line, collega la cucina dell’ufficio italiano con le aree break di tutti gli altri uffici Plantronics europei, contemporaneamente, permettendo una socializzazione davvero senza più confini.

L’utilizzo di materiali naturali e di colori caldi, l’elevata performance acustica, la varietà e la preziosità delle finiture, degli arredi e dei complementi, la morbidezza del disegno delle superfici curve, rendono lo spazio piacevole e accogliente. L’attenzione alla sostenibilità ambientale, all’ergonomia e al benessere nella scelta di arredi, materiali e tecnologie, completano il quadro di un progetto vissuto con entusiasmo dai dipendenti di Plantronics e dai già numerosi ospiti e amici che sono stati accolti, appena entrati, nella centralissima e italianissima cucina, dove campeggia a grandi lettere un invito a “un caffè, prima di tutto”.

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Ospitato all’interno dell’Energy Park di Vimercate -in fase di certificazione Leed Platinum- progettato da Garretti Associati, Home Sweet Office Home by Plantronics è un progetto nato e realizzato grazie alle intuizioni e alla cura di Daniele Andriolo e MQA Architetti, con la collaborazione de Il Prisma di Milano per il general contracting e di Busnelli Contract di Meda per gli arredi su disegno.
Gli arredi di serie sono di
Sedus, la pavimentazione tessile di Interface, il pavimento vinilico di Tarkett, i controsoffitti e le pareti in legno acustico di ITP, i tessuti di Kvadrat, le soluzioni di illuminazione LED di Ego Luce, Fontana Arte, iGuzzini, Oluce e Onok, i prodotti per il wellness di Technogym.

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Quando i muri cadono (in ufficio). Gioie e dolori dell’open space.

Oxford Economics in collaborazione con Plantronics ha svolto una ricerca internazionale intitolata “When the walls come down” per indagare gli effetti dell’open space sui dipendenti e dimostrare quanto l’ambiente fisico possa supportare la collaborazione e nuovi modi di lavorare.
I risultati dello studio sono anche stati ottimi spunti per il progetto della nuova sede Plantronics in Italia che sarà inaugurata a Vimercate il prossimo 6 aprile.

Oltre 1.200 dirigenti e impiegati sono stati intervistati da Oxford Economics per analizzare i principali desideri dei lavoratori che vivono in uffici open space e per individuare le azioni che i manager devono intraprendere per aumentare la soddisfazione, il benessere e la produttività delle persone.
L’ampio studio ha coinvolto dipendenti e manager da Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, India, Cina, Australia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia.
“Plantronics è costantemente impegnata ad assicurare il benessere dei dipendenti attraverso lo Smart Working – spiega Ilaria Santambrogio, Country Manager di Plantronics Italia – Per noi è fondamentale mettere a disposizione le migliori soluzioni tecnologiche per migliorare la produttività e contribuire alla felicità dei dipendenti.”


In estrema sintesi la ricerca dimostra che gli uffici open space sono adatti a incoraggiare la collaborazione e contribuiscono a creare una cultura del lavoro collegiale in azienda, allo stesso tempo possono però generare inconvenienti gravi come rumore e distrazione.
I risultati confermano che la tranquillità, le condizioni mentali e la produttività dei lavoratori possono essere minacciati se non si adottano adeguate soluzioni. Ma la maggior parte dei dirigenti non si rende conto di non fornire la tecnologia adeguata o di non avere messo in atto strategie mirate per affrontare questi problemi.
“Il rumore e la distrazione hanno un grande impatto sulla produttività- spiega Edward Cone, Deputy Director Thought Leadership and Technology Practice Lead alla Oxford Economics.- Ma per poter affrontare questi ostacoli, le aziende devono prima essere in grado di riconoscere il problema”.

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Dal report di Oxford Economics -Plantronics emerge che:
I dipendenti desiderano poter lavorare.
La capacità di concentrarsi senza interruzioni è una priorità assoluta per i dipendenti che svolgono lavori di ufficio; contrariamente a quanto si pensa, l’accesso a benefit come il free food sono molto meno importanti
Lo smart working è ancora work in progress.
Si dà per scontato che i dipendenti siano costantemente connessi sia in ufficio che in remoto; in realtà lintegrazione tecnologica presenta ancora qualche falla perché solo il 40% sostiene che i dispositivi utilizzati a casa o all’esterno si integrano perfettamente con i loro strumenti di lavoro.
La connettività costante può trasformarsi in un comportamento compulsivo.
Quasi 35% dei dipendenti dichiara di utilizzare i propri device quasi ininterrottamente per voi motivi: principalmente per abitudine o per obbligo, ma anche per timore di essere escluso o per pressione sociale. Questo atteggiamento rischia però portare all’esaurimento.

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I manager negano i problemi.
Quasi 70% dei dirigenti sostiene che i dipendenti hanno a disposizione le soluzioni per affrontare le distrazioni sul lavoro; ma meno del 50% dei dipendenti è d’accordo con questa affermazione.
Dopo i risultati delle interviste, il report fornisce una serie di suggerimenti per sopravvivere nell’ufficio open-space, affinché i datori di lavoro siano in grado di aiutare i dipendenti a fare quello che davvero vogliono fare: lavorare in modo più produttivo, come emerge dalla ricerca.

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Raccomandazioni per i manager e i datori di lavoro:
Instaurare un dialogo con i dipendenti.
Ascoltare i desiderata per ciò che riguarda il lavoro e in merito a quello che andrebbe cambiato sia in ufficio sia nel lavoro in remoto, connessi grazie alla tecnologia.
Fornire adeguati strumenti tecnologici.
Assicurarsi che i dipendenti abbiano gli strumenti e i device necessari per lavorare da qualsiasi luogo all’interno dell’ufficio e anche in remoto.
Mettere a disposizione spazi adeguati per le diverse necessità.
Offrire ai dipendenti il tempo, gli strumenti e anche gli spazi per potersi concentrare sul lavoro, ma anche per rilassarsi.
Non si può vivere sempre connessi.
Incoraggiare i dipendenti a disconnettersi dopo ore di lavoro, per trovare un equilibrio tra vita lavorativa e vita privata.
La ricerca si conclude con una certezza: un ambiente di lavoro ben progettato, con l’adeguata integrazione tecnologica e un migliore equilibrio lavoro/vita privata merita uno sforzo perché la soddisfazione dei dipendenti e la conseguente produttività contribuiscono direttamente al successo economico dell’azienda.

Le aree in-between ispirano nuove categorie di arredi.

Le aree in-between, sempre più presenti nelle organizzazioni grandi e piccole, sono da tempo oggetto di ricerca per Kinnarps che, in collaborazione con talentuosi designer, ha realizzato nuove tipologie di arredi ibridi concepiti specificamente per queste aree di mezzo tra lavoro, relax e meeting. Si chiamano Lean In e Avant Bench, sono prodotti dal marchio Materia come ogni prodotto del gruppo sono attenti anche alla sostenibilità.

Gli ambienti più interessanti dei nuovi workplace sono quelli in-between: spazi vivi, mutevoli che assecondano le attitudini collaborative dei nuovi ways of working, dove il coworking è anche co-living.
Il dinamismo e la flessibilità di questi ambienti richiedono nuove tipologie di arredi altrettanto versatili, capaci di bilanciare attività lavorative e ricreative, che diano forma a nuovi comportamenti. Ecco due interessanti esempi:

Lean In, design Kaja Solgaard Dahl, prodotto da Materia (Gruppo Kinnarps).
Questo prodotto ha fatto meritare a Kaja Solgaard Dahl il riconoscimento di designer emergente attribuito dalla Stockholm Furniture Fair 2017.

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Si tratta di un’imbottitura modulare da parete che asseconda il comportamento istintivo di appoggiare la schiena quando si sta in piedi e fornisce un morbido e invitante supporto per il corpo. E’ ideale per gli ambienti dove si desidera creare nuove modalità di interazione, anche se di passaggio o di piccole dimensioni.
Lean In è dotato di un tavolino opzionale montato su braccio ( disponibile bianco o nero) che ne aumenta la funzionalità.

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Avant Bench, design Fredrik Mattson, prodotto da Materia (Gruppo Kinnarps).
Questo elemento di arredo integra tavolo e panca in un unico oggetto, generando una nuova categoria di arredo che offre diverse opzioni di posti a sedere; anche il top può essere infatti usato per sedersi.
Il piano può essere in frassino nero, laminato bianco, oppure rivestito in tessuto o pelle. Può essere dotato di presa di corrente.

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Charme e domotica per la Casa-Ufficio da condividere.

Sette anni dopo l’apertura del primo Appartamento Lago che sovvertì il modo di esporre l’arredo di design, si inaugura ora in via San Tomaso a Milano, Casa Lago, un nuovo spazio polifunzionale e high-tech da affittare come coworking o location per eventi e meeting, dove “design thinking, networking e home-feeling si incontrano per creare nuove connessioni e opportunità di business”.

Un appartamento 400 mq, di proprietà dell’azienda, in un palazzo signorile a pochi passi dal Duomo dove ampi ed eleganti ambienti esaltano il design degli arredi “accogliendo i fruitori in un abbraccio empatico” come spiega Daniele Lago.

Nell’Ingresso gli arredi, sospesi ed essenziali, enfatizzano il concetto di leggerezza; questo spazio di accoglienza può diventare luogo espositivo per mostre o showroom temporanei.
Da qui si accede alla Sala da Pranzo, dove il Community Table è il fulcro della convivialità, delle relazioni e della socializzazione e la Cucina Air può essere il set per showcooking e corsi.
La Sala da Pranzo si trasforma facilmente in una sala congressi completa delle dotazioni tecnologiche necessarie. Una parete separa questo ambiente dalla cucina professionale, dotata delle più recenti attrezzature con i suoi azulejos che evocano i colori e i sapori del Mediterraneo.
Il Salotto, che può ricevere 60 persone, è l’ambiente più prestigioso. Il progetto ha rispettato l’architettura originale dell’edificio riportando alla luce l’affascinante soffitto con travi in legno antico e creando un’equilibrata armonia con il design moderno di Lago. Gli arredi offrono innumerevoli possibilità di composizioni ad alto grado di flessibilità: per esempio, platea per presentazioni e meeting, oppure postazioni di lavoro per due persone.

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Per riunire un gruppo più numeroso di persone attorno ad un tavolo l’ideale è la Biblioteca dove i colori chiari degli arredi e la luce naturale creano un ambiente di lavoro distensivo e rilassante.
L’eterea libreria Air segna il confine tra lo Biblioteca e lo Studio, caratterizzato da colori scuri e dal senso di “sospensione”.Un ambiente perfetto per il relax tra un meeting e l’altro dove è previsto anche un letto, dotato di monitor a soffitto, un bagno con doccia attrezzata per cromo e aroma-terapia.

Un secondo Letto Air, che comunica l’idea di leggerezza, è presente anche sul soppalco dell’Appartamentino, spazio dedicato sia al relax sia a momenti di business dove il Tavolo Air rotondo favorisce la conversazione e l’interazione. Anche qui, un bagno dotato di tutti i comfort accoglie chi necessita una pausa.
Un ruolo importante per la funzionalità di Casa Lago hanno avuto le aziende Partner (tra queste: Bticino, Flos, Elica, Fantini, Florim, Listone Giordano, Nice, ecc).
La capofila del Gruppo Legrand in Italia, Bticino, in particolare, ha fornito le infrastrutture elettriche e digitali dell’intero appartamento, dai quadri tecnici agli innovativi prodotti IOT connessi con il programma Eliot, dai sistemi per la sicurezza e l’uso intelligente dell’energia, fino agli strumenti per un semplice utilizzo delle tecnologie multimediali.

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Una foresta di pilastri per un workplace flessibile.

Nuovo riconoscimento per Junya Ishigami, già Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2008. Lo incontriamo a Mendrisio, all’inaugurazione della mostra del BSI Swiss Architectural Award che lo ha decretato vincitore dell’edizione 2016.
Nella video-intervista spiega la sua visione di “flessibilità”, la sua filosofia progettuale di outdoor in un interno e il progetto del KAIT Workshop che rappresenta il suo workplace ideale.

La mostra della quinta edizione di BSI Swiss Architectural Award 2016 a Mendrisio offre una fotografia articolata dell’architettura mondiale attraverso i progetti realizzati da 28 partecipanti provenienti da 17 Paesi. Ogni partecipante deve presentare tre progetti realizzati e questo aggiunge concretezza al percorso espositivo.
Ampia documentazione è dedicata in particolare al lavoro di Junya Ishigami, cui la giuria ha attribuito il premio all’unanimità per l’edizione 2016 (100.000 franchi) per i suoi tre progetti dai quali emergono una inusuale coerenza e forza iconica: il KAIT (Kanagawa Institute of Technology) Workshop, una residenza monofamilare vicino a Tokyo e l’architettura effimera del Padiglione Giappone 2008 alla Biennale di Venezia.
Come sottolineato nella motivazione della giuria, i progetti di Ishigami sono caratterizzati da “una ricerca strutturale innovativa ma senza inutili eroismi, che conduce ad un’architettura di delicata raffinatezza” e da “un rapporto fecondo con l’elemento vegetale, interpretato e declinato in modi sempre diversi”: dall’edificio come metafora di una foresta, nel caso del KAIT Workshop, alla completa integrazione della vegetazione nella “Casa con piante”.

Quelli di Ishigami sono spazi ambigui, come suggeriva il titolo del Padiglione Giappone “Extreme Nature: Landscape of ambiguous spaces”, aste verticali disposte in modo irregolare che fungono da serre e sono allo stesso tempo architetture integrate nel paesaggio.
Troviamo la stessa ricerca strutturale e gli stessi elementi vegetali verticali nella Casa per due giovani sposi a Tokyo dove si fa ancora più sfumato il confine tra casa e paesaggio, tra natura e manufatto.
Questo approccio progettuale che si fa ancora più forte nel KAIT Workshop (Kanagawa Institute of Technology): un edificio totalmente vetrato con pianta leggermente irregolare, al centro del campus e immerso nella natura circostante; un destabilizzate ambiente di lavoro “open space” di 2000 mq dedicato alle attività manuali degli studenti del Politecnico di Kanagawa che contraddice l’assioma ambiente flessibile = struttura regolare con il minor numero possibile di pilastri.

Ishigami ci spiega che il suo intento è ricreare un ambiente outdoor all’interno dell’edificio.
Entrando da uno qualsiasi dei quattro accessi ci si trova letteralmente immersi all’interno di una sorprendente “foresta” di pilastri. Non pilastri identici, né distribuiti secondo una maglia regolare, ovviamente!
Proprio come in una vera foresta di alberi, i piedritti in metallo sono diversi uno dall’altro per dimensione e orientamento, si diradano e si concentrano nello spazio senza una regola apparente.

La funzione di questa stupefacente “foresta” -in realtà frutto di un’ossessiva e precisissima definizione- si scopre attraversando e usando l’ambiente che, a secondo del punto di osservazione si modifica, offre prospettive diverse e aree diverse di fruizione.I dispositivi spaziali verticali generano luoghi dove incontrarsi, oppure creano pareti virtuali, stabiliscono gradi diversi di permeabilità visiva, permettono a chi lavora di trovare la propria privacy in uno spazio totalmente aperto, oppure di interagire con gli altri, sempre con la massima flessibilità
E’ proprio la filosofia progettuale del KAIT Workshop l’oggetto dell’interessante intervista che Junya Ishigami rilascia a WOW! raccontandoci questo inconsueto luogo di lavoro che rappresenta il suo modello di workplace ideale.
Foto del KAIT Workshop: Enrico Cano
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Mario Botta consegna a Junya Ishigami il BSI Swiss Architectural Award 2016

In breve:
Titolo Mostra: BSI Swiss Architectural Award 2016 (a cura di Nicola Navone. Promossa da BSI Architectural Foundation, Lugano, in collaborazione con Accademia di architettura, Università della Svizzera Italiana a Mendrisio e Archivio del Moderno, Mendrisio)
Dove: Galleria dell’Accademia, Accademia di architettura, Mendrisio.
Quando: dal 30 settembre al 23 ottobre 2016.

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Jenner 19: il Creative Campus di Publicis Group.

“Abbiamo un giardino, un campo da gioco, una palestra, un orto, un asilo, un ristorante, un bar e un cinema. Se uno queste cose le mette in fila sembra stia descrivendo un resort. Invece è un ufficio, con postazioni di lavoro flessibili, nuove, moderne e colorate.”Publicis Group ha presentato così il Creative Campus di Viale Jenner 19 a Milano, uno spazio moderno riqualificato e ripensato dall’architetto Jacopo della Fontana (D2U). Un complesso di spazi basato sulla socializzazione e confronto creativo tra i diversi brand che operano al suo interno mantenendo la privacy e la connotazione necessaria ad ogni diversa società del gruppo. 

“Trasformare un immobile triste e vuoto in un campus accogliente e creativo è stata una grande sfida, vinta con la visione e la determinazione di tutti i protagonisti”, sintetizza così Jacopo della Fontana il progetto del Polo Creativo che ospita i diversi brand del Gruppo Publicis, tra cui Leo Burnett, Saatchi & Saatchi e Publicis.
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l cuore della struttura è costituito da un giardino con diversi punti di sosta e riunione informale, realizzato da HW Style dall’orto al campo sportivo, alla parete vegetale verticale, uno spazio di socializzazione per le oltre 700 persone che frequentano ogni giorno il Campus.

Importante, all’esterno, è stato invece l’intervento sulle facciate, che ha fornito all’edificio un’immagine moderna, utilizzando pellicole serigrafate colorate con un effetto cromatico e dinamico, unite all’estremità in doghe in legno ricomposte con resine di protezione.
Per garantire autonomia di immagine agli uffici delle diverse aziende del Gruppo, che occupano gli 11.500mq della struttura sono stati creati tre ingressi distinti, ciascuno dotato di ampia visibilità dall’esterno e caratterizzato in modo diverso all’interno.
La maggior parte del piano terra, però, funge da spazio comune di supporto per tutte le agenzie: oltre alla caffetteria, si trovano anche un teatro da circa cento di posti, numerose sale riunioni di diverso formato e allestimento e un asilo nido. Al piano inferiore oltre ai numerosi archivi è stata creata una palestra ben attrezzata.
L’allestimento del layout degli spazi di lavoro ai piani superiori, open space intervallati da sale riunioni, ha seguito un’impostazione comune con diverse varianti estetiche, basate su scrivanie modularmente uguali, allineate perpendicolarmente alle finestre e schermate rispetto al corridoio da pareti alte 1,80m che assumono forme e colori diversi a seconda delle diversa società di appartenenza.
“Ci siamo ispirati alle nuove tendenze dell’architettura e del design. Abbiamo riflettuto, studiato, approfondito. E alla fine è venuto fuori questo luogo di lavoro, una location da cui la gente non vuole più uscire. Ma non perché lavora tanto, semplicemente perché dentro ci sta bene.”
Tra i diversi fornitori un ruolo importante ha avuto il dealer Cardex, insieme alle aziende fornitrici di alto livello tra le quali Caimi Brevetti (pannelli fonoassorbenti Snowsound), dieffebi (contenitori archivio), Interface ( pavimentazioni tessili) e Universal Selecta (pareti divisorie mobili).
Testo di Gabriele Masi.

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Uffici gioiosi e stimolanti per una multinazionale.

Una multinazionale, Pitney Bowes lascia carta bianca ai creativi e professionali progettisti e45 che, forti di un’esperienza ventennale, selezionano partner affidabili come il dealer Cardex e alcuni tra i migliori produttori (Dieffebi, Interface, Armstrong, Arper, ecc) per realizzare un workplace funzionale, davvero sorprendente, gioioso e dinamico.

Pitney Bowes è una multinazionale statunitense con 15.000 dipendenti nel mondo che opera nel settore dei servizi legati al mondo delle spedizioni e della logistica. Recentemente la filiale italiana ha deciso di spostare la sede nel centro Colleoni di Agrate per poter rispondere alle nuove esigenze generate dallo sviluppo.
Il progetto dei nuovi uffici è stato affidato a e45 (Bruno De Rivo e Pietro Morandi), supportati da Cardex per l’allestimento e la fornitura di arredi.
La sede ospita gli uffici per il personale, una sala demo per la presentazione dei vari macchinari ai clienti, il servizio di assistenza online sui software di gestione e un workshop per la riparazione di componenti.

Gli spazi rispecchiano il carattere “tecnico” dell’azienda, ma riescono ad essere allo stesso tempo giocosi e stimolanti.
Sono stati progettati nel rispetto dell’ergonomia e del comfort ambientale -in particolare luminoso e acustico- e ispirati dai dettami contemporanei di un workplace dinamico, vivace e piacevole da vivere.

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Un equilibrato mix di aree aperte e chiuse, individuali e collettive: open space, arredati con postazioni bench definite da mobili contenitori bassi (Dieffebi, serie Primo) e dotati di pareti-pro-memoria sulle quali è possibile scrivere con pennarelli e gessetti; sale riunioni in varie dimensioni, huddle rooms per videochiamate fino a quattro persone, una grande sala per presentazioni multimediali e videoconferenze nonché una kitchenette per uso interno o servizi catering esterni in caso di eventi.
Ambienti, questi, delimitati da pareti divisorie a doppio vetro di Gecopar che garantiscono fonoisolamento mantenendo il senso di trasparenza e di apertura verso l’open space.
La società ha lasciato carta bianca ai progettisti per quanto riguarda le scelte estetiche e le finiture.

I colori aziendali sono stati utilizzati con discrezione sugli impianti a vista, nella grafica della zona reception e nei raffinati dettagli decorativi che rendono fuori dal comune e coinvolgenti questi uffici: colori corporate sui pannelli fonoassorbenti rotondi (Canopy di Armstrong utilizzati in modo originale sospesi al soffitto e “gemellati” alle lampade sospese con la stessa geometria); nelle spesse tende blu dal look domestico (Quaranta6) e nel gioco cromatico irregolare della pavimentazione tessile a doghe (Interface).

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Foto di Matteo Zanardi.

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Le 10 migliori sedie per contract.

Il settore delle sedie -e sgabelli- resta in assoluto il più fecondo nell’ambito del furniture design. Lo conferma la quantità di nuovi prodotti che anche al Salone del Mobile e Fuorisalone 2016 le prolifiche menti dei designer hanno generato. E poiché a tutto c’è un limite, quelle innovative e capaci di distinguersi sono davvero poche, con un discreto sforzo WOW! ne ha selezionate 10.

C’è proprio bisogno di progettare ogni anno centinaia di nuove sedie, quando alcune icone restano in produzione e garantiscono i fatturati di importanti aziende e designer?
La risposta l’avevano già data due grandi Maestri: Bruno Munari, il quale affermò oltre 20 anni fa che “Ci sono più sedie che culi” e Ettore Sottsass, che citandolo aggiunse “bisognerebbe progettare nuovi culi piuttosto che altre sedie“.
Nonostante questa grande verità, lo slancio creativo non si ferma e anche la Milano Design Week 2016 ci ha regalato una quantità inverosimile di sedute di ogni tipo, forma e dimensione, in genere di buon livello, ma francamente trovo difficile individuare tra queste quale possa diventare la prossima sedia-icona per il futuro.
Alcuni concept interessanti nascono talvolta dalla combinazione di diversi materiali e tecniche produttive.
Lo sgabello  sembra essere un altro tema ispiratore per diversi designer.
Per i motivi sopra citati è in crescita anche la tendenza di “ridisegnare” sedute praticamente identiche ad altre famose e già esistenti intitolandole “omaggio a..”, “tributo a…” oppure riproporre in versione oro i masterpiece del design. Francamente non se ne vede la necessità.

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Più “onesta” invece la scelta di  GTV – Gebrüder Thonet Vienna che ha allestito, alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, la mostra Icons Reloaded, dedicata ai pezzi storici, indicando quali tra questi sono ancora in produzione.

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Anche se “fuori classifica”, al primo posto sono le “50 Sedie Manga” di Nendo per Friedman Benda (Photo by Takumi Ota). Probabilmente le uniche che ci hanno davvero trasmesso emozioni. Non sedie, ma oggetti parlanti e ironiche opere d’arte valorizzate da un fantastico allestimento all’interno del chiostro Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale.
Ecco le 10 sedute per collettività che a nostro parere si distinguono tra quelle presentate alla Milano Design Week 2016. 

Twig, Alias, design Nendo.
Il tema delle diverse varianti su un unico modello di sedia è stato percorso da Nendo anche nella collezione Twig; quattro sedie ricavate dall’unione di diversi elementi, (massello di frassino o materiale plastico) collegati alla base realizzata in alluminio. Ciascuna con la propria identità ma fortemente integrate nella collezione.

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Sag, MDF, design Nendo.
Sempre di Nendo è lo sgabello (o tavolino?) outdoor e indoor, concepito come un unico pezzo piegato su se stesso, con struttura portante in poliuretano rigido, denominato TECH, ottenuta per stampaggio.

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AÏku, MDF, design Jean Marie Massaud.
Lieve e poetica, come suggerisce il nome, questa collezione di sedie ha la scocca in polipropilene bicolore, ottenuta per stampaggio ad iniezione, in diversi colori in abbinamento alla scocca. Un’ampia gamma di basamenti permette l’utilizzo in luoghi con esigenze e caratteristiche diverse, dal contract, all’ufficio, agli ambienti domestici.

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Organic chair, Kartell, design Antonio Citterio.
E’ la prima sedia in materiale plastico eco sostenibile e biodegradabile; è infatti realizzata con un materiale organico innovativo di alta qualità, il BioduraTM, ricavato da materie prime rinnovabili vegetali; è resistente e perfetta sia per utilizzo indoor sia outdoor, ideale anche il contract.

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Dream’air, Kartell, design Eugeni Quitllet.
Versione definitiva di un concept di seduta inedito dal punto di vista formale. La sedia nasce da un unico stampo con la seduta che sembra levitare al centro e il corpo della persona che si siede sembra galleggiare nell’aria.

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Helix, B-Line, design Favaretto&Partners
La cifra stilistica di Favaretto è evidente in questa sedia in massello di legno resa ancora più dinamica e lieve da alcuni dettagli: le lunghe gambe posteriori ricordano l’elegante avvitamento di un’elica mentre il “corsetto” in corda elasticizzata dona un segno grafico deciso allo schienale.

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Bolle, Fattore, design Enzo Berti.
Un sistema di lievi pouf e tavolini dalle linee pure, realizzato in vetro soffiato di Murano. Grazie ad un particolare gioco di forme concave e convesse, possono essere facilmente affiancati tra loro creando una famiglia completa. Cuscini in tessuto colorato e piani in legno contraddistinguono le superfici superiori di ciascun componente.

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Happy Endings, Magis, design Jerszy Seymour.
‘Bureau for the Study of Vivid Blue Every-Colour Inhabitations of the Planet, the Transformation of Reality, and a Multitude of Happy Endings’ è il nome completo di questa collezione di sgabelli alti e tavoli (parte dell’opera d’arte concettuale ‘New Dirty Enterprises’ di Jerszy Seymour, presentata in anteprima alla fiera ABC Art di Berlino nel 2013) realizzata in sezioni di alluminio saldato e 100% riciclabile, con superficie verniciata a spruzzo manualmente, il cui intento è evocare una panoramica illimitata dei futuri possibili. Possono essere configurati per creare innumerevoli soluzioni adatte al lavoro o alla socializzazione.

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Dome, Pedrali, design Odo Fioravanti.
Collezione che evoca la gloriosa tradizione delle sedie da bistrot con silhouette arcuate e forme generose. I dettagli del polipropilene richiamano gli incastri del legno. La versione traforata si ispira alla texture delle lamiere industriali. E’ impilabile.

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Vic, Pedrali, design Patrick Norguet.
Una collezione che nasce dalla rivisitazione di forme classiche. Lo schienale si solleva dal sedile rimanendo fissato solo alle estremità, a creare un’apertura che conferisce alla seduta una sensazione di leggerezza e ne facilita lo spostamento. Le gambe in massello di frassino si integrano perfettamente grazie ad un guscio sottoscocca.

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Il senso felice del lavoro al Salone del Mobile 2016.

Manca un anno al prossimo Salone Ufficio (Worplace 3.0, 4/9 aprile 2017), ma grazie al progetto di Assufficio firmato da Cristiana Cutrona, potremo scoprire i temi guida del Salone Ufficio 2017 già al Salone del Mobile 2016 (pad. 9). La coinvolgente installazione “Il senso felice del lavoro” è un invito a cercare il senso del lavoro (il significato e anche la direzione) e nuovi approcci al progetto del workplace.

https://youtu.be/nr94SIhR9z0

Sculture site specific, e video artistici, suoni e sinestesia, ma anche citazioni dell’architettura classica per riflettere sull’identità del lavoro partendo dall’ascolto dei bisogni, vero cardine della progettazione di un nuovo workplace, inteso come organismo adattivo.

Un workplace smART, un luogo identitario e mutevole legato alle pratiche dell’arte che, attraverso il fare, genera pensiero.
L’installazione, dall’evocativo titolo “Il senso felice del lavoro”, rimanda alla qualità della vita, all’approccio antropocentrico, a un nuovo umanesimo, a una rivoluzione culturale che pone il progetto al servizio dell’umanità con il fine di produrre felicità.

Siamo all’epilogo della cultura della progettazione cartesiana, dove tutto è certo e predefinito. Così come la città, anche il workplace deve essere capace di riprogettarsi all’istante, flessibile, poroso, mutevole; un tessuto vibrante di dati, azioni e reazioni generati dall’interazione tra ambienti e utenti. Porosità, trasversalità, resilienza sono le parole chiave e il progettista assume il ruolo di Mediatore di Bisogni” spiega la progettista Cristiana Cutrona di ReValue.
Questa visione per un workplace “fecondo” si articola in tre grandi “cupole” ispirate a tre momenti dell’architettura -bizantina, rinascimentale e gotica- rimandano rispettivamente a tre bisogni fondamentali dei nuovi modi di lavorare: Concentrazione, Condivisione, Creatività.

Ciascuna è identificata da uno spazio simbolico della cultura italiana: la Domus latina, la Piazza e il Porto. Spazi ed Eterotopia .

Su questi spunti, con la curatela artistica di Francesco Cascino, hanno lavorato Filippo Riniolo per le installazioni audio-video con Roberta Maddalena e Tommaso Melideo di Studio Quantica per le sculture da toccare e da usare.

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Dall’azienda “padre-padrone” all’azienda “mamma”.

In un confine sempre più opaco tra home e working environment, la realizzazione dello smart working in azienda avviene tramite il coinvolgimento del corpo in una nuova modalità di lavoro e dei valori e della mission dell’azienda, attraverso il design: la Jelly Session conclusiva dellIsola WOW! Lavoro Agile 2016 ha inspirato nuovi interrogativi su una necessaria antropologia dei nuovi ways of working.

La Jelly Session “Ergonomia, comfort e health promotion nello smart office” dell’Isola WOW! Lavoro Agile 2016 è stato un momento molto fecondo che è riuscito ad aprire scenari che vanno ben oltre quelli previsti nel titolo. Sancendo l’importanza di un approccio antropologico nella progettazione di uno spazio ufficio sempre più incentrato sul benessere persona nella crescente fluidità e dinamicità richiesta dalle nuove ways of working, ha di fatto sottolineato la necessità di una chiave di lettura e di un approccio antropologico nello studio dei cambiamenti attuali che stanno avvenendo oggi nelle aziende. Confrontando le diverse recenti esperienze di design e progettazione, ecco le considerazioni principali da tenere in conto.

1. Dall’azienda “padre-padrone alla ”azienda mamma”.
L’ambiente di lavoro non è più un posto rigido e austero, immagine dello sguardo severo di un padre, ma uno spazio concepito come “il ventre di una madre”, accogliente, orientato all’home-feeling e capace di “coccolare” i suoi dipendenti. Dalle aree in between, agli onnipresenti calcio-balilla, alle nursery per i figli dei dipendenti, all’attenzione posta sugli effetti del rumore, dello stress o delle prolungate ore di seduta: il design dell’ufficio si fa bello, perché il paradigma è cambiato: bello è benessere e benessere è produttività.
Esempio di “azienda mamma” è Mattel (non a caso un’azienda che produttrice di giochi), che ha creato a Milano un ambiente di lavoro in cui l’azienda, tramite piccole coccole offerti ai dipendenti, allarga le sue competenze ben oltre la normale funzione del luogo di lavoro, fino a diventare luogo di “educazione al benessere”. Oltre all’organizzazione di progetti legati allo sviluppo di una sensibilità verso il tema della sostenibilità come il Green Project di cui abbiamo già parlato, Mattel offre una serie di servizi come l’osteopata, lo psicologo, il prelievo del sangue AVIS con le analisi, organizzati nella sala relax periodicamente, la mela fresca ogni mattina alla reception e  la colazione alla propria scrivania una volta al mese, e sovvenzioni aziendali destinate, a scelta del dipendete, ad aspetti extra-ufficio che riguardano la vita del dipendente come abbonamenti o spese mediche.
Se la famiglia è stata da sempre il primo luogo dell’educazione, l’azienda si configura oggi come una seconda famiglia adottiva, non solo preoccupata del benessere del dipendente, ma anche dell’orientarlo verso le pratiche in grado di fornire questo benessere.

2. Dal “corporate” al corpo: come creare senso di appartenenza nell’epoca della flessibilità.
Era già emerso dall’edizione precedente dell’Isola WOW! Lavoro agile come anche il passaggio allo smart working fosse una questione di educazione , alla fiducia e ad una nuova modalità di gestire il rapporto datore di lavoro-dipendente. In questa edizione abbiamo indagato più in profondità come è proprio il design lo strumento privilegiato per questa “educazione”. Lontano dall’essere un elemento puramente decorativo, il design ha una profonda azione attiva ed educativa sul corpo del lavoratore: scrivanie regolabili, scrivanie scomponibili, postazioni non assegnate e spazi flessibili cambiano posture e rendono il lavoro (e lo fanno percepire) più dinamico, parola chiave dei nuovi ways of working; spazi in between, graffiti e cucine creano un modo di vivere lo spazio informale che corrode a poco a poco il confine tra il fuori e il dentro l’ufficio, tra il tempo libero e il tempo del lavoro, confine che lo smart working tende ad annullare, promuovendo un continuum indefinito regolato dalla fluidità delle informazioni tecnologiche e dalla responsabilità dell’individuo; il maggior orientamento verso l’open space e l’abbandono delle partizioni fisse e rigide tra le diverse parti e funzioni dell’azienda, se da un lato suscita spesso interrogativi sui problemi di privacy, dall’altro fornisce la percezione di un’azienda più trasparente, più vicina al dipendente e più orizzontale.
Un secondo aspetto dove il design riveste un ruolo fondamentale è la brandizzazione dello spazio e l’interazione dei valori dell’azienda attraverso lo spazio. Abbiamo già parlato, per esempio nel caso di Star, di come questo può essere ottenuto attraverso il colore e l’organizzazione di uno spazio che pone al centro l’elemento chiave della mission dell’azienda: la cucina.
Un esempio ancora più forte è fornito dalle sede di Technogym a Cesena capace di fondere i concetti dell’azienda mamma a quelli del vivere nel corpo i valori dell’azienda. La compagnia leader nella produzione di attrezzi per lo sport e il tempo libero ha trasformato la sua sede in un campus del benessere del corpo: attrezzature e un percorso jogging utilizzabile prima, dopo o nelle pause del lavoro, un ristorante che offre cibo sano e controllato per il pranzo, scritte sugli ascensori che invitano all’uso delle scale, spazi di lavoro che richiedono movimento e la proposta dell’uso della wellness ball per le sedute alla scrivania.

3. Aspetti culturali: deviazioni peculiari dal modello di stampo anglo-sassone.
“Il design e lo smart working sono un fatto di cultura”, ha concluso così il suo intervento Andrè Straja, sottolineando come se i concetti di flessibilità, ergonomia, work-life balance rappresentino una novità per il panorama italiano è per il netto ritardo che le aziende e la legislazione italiana hanno in questo campo rispetto agli stati del Nord Europa e dell’America. Se è vero che in Italia lo smart working sta lentamente (e con successo) lottando contro una resistenza culturale, non è detto che questa resistenza culturale sia qualcosa di assolutamente negativo, ma una peculiarità che costituisce un’occasione fertile e feconda per una nuova alchimia tra il modello, il nostro trasformismo e la nostra capacità di trasformazione e re-invenzione del modello stesso. Su questo concetto si è basato l’intervento di Giulio Ceppi di TotalTool, che con il suo progetto dello spazio retail in India, ha dimostrato come non solo il marchio made in Italy è ricercato nella concretezza degli oggetti prodotti, ma anche nell’abilità di una forma mentis abituata storicamente a calare l’idea nel contesto.
Il design è espressione della cultura e dalla cultura non può prescindere: il modello dello smart working, in poche parole, non può essere importato in toto dalle aziende di Cupertino, ma va riadattato e modificato alle peculiarità del contesto. Solo in questo modo può funzionare.
Un esempio banale è la sede milanese di Digital Entity, uno spazio per lo smart working che NTTdata ha voluto con un design pulito ed essenziale come è nella concezione giapponese, in contrasto con altri uffici smart che puntano su un ambiente maggiormente di impatto. Come ha raccontato Rossella Destefani questa scelta è stata vissuta come un plus nella percezione dei clienti: “loro non comprano solo il prodotto, ma anche la serietà di un’azienda giapponese”.
Ecco perché è importante sottolineare, in conclusione, che il design non è e non può essere considerato un elemento neutro e di secondo piano, ma lo strumento principale di cambiamento, espressione viva e vissuta delle politiche aziendali e dei nuovi ways of working.
Testo di Gabriele Masi.
Didascalie:
1, 2 Wellness Campus Technogym, Antonio Citterio e Patricia Viel & Partners, Cesena.
3, Wellness Room, Uffici Mattel Italia, Milano.
4, UniCredit International Centre, 
SGS Architetti Associati e Studio Scagliotti, Sofia (Bulgaria).
5, Sede Star, Il Prisma, Milano.
6, Sese Digital Entity, deamicisarchitetti, Milano.
7, 8 Discovery Centre, TotalTool, Bhartiya (India).

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Riunioni efficaci per lavoratori agili: regole e suggerimenti.

Frustrazione da riunione? E’ una condizione più frequente di quanto si possa pensare; un problema che si presenta anche negli ambienti concepiti per lo smart working dove spesso le riunioni sono in remoto.
Plantronics si dimostra molto sensibile a questa tematica, così dopo i libri dedicati allo Smarter Working, propone ora Better Meeting Blueprint” un e-book gratuito rivolto chiunque sia interessato a strumenti e tecnologie per organizzare riunioni più produttive.

La comunicazione è l’attività centrale del nostro lavoro e si attua con modalità e in luoghi diversi, questa “comunicazione ubiqua” solleva però nuove problematiche.
Plantronics ha svolto ricerche approfondite su questo tema e con l’e-book “Better Meeting Blueprint” vuole condividerne i risultati con manager e professionisti IT affinché aumenti la sensibilità verso questo aspetto spesso trascurato del benessere.
Oltre 50% degli intervistati trascorre da 5 a 10 ore settimanali in riunione; troppo, secondo il 46% degli intervisti!

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Ma non è tutto, nel 42,5% dei casi almeno uno dei partecipanti è connesso in remoto con problemi di malfunzionamento o tempi lenti di connessione.
Siamo una popolazione smart e multitasking, ma soggetta anche a cali di attenzione: il 67.2% degli intervistati ammette che durante le riunioni lavora anche su altri progetti e invia email.
Infine, se l’ambiente open space non è stato oggetto di un adeguato progetto acustico, anche la comunicazione telefonica può creare momenti di disagio: il 52% degli intervistati si sposta in un locale più silenzioso per concentrarsi, mentre il 56% si rassegna ad ascoltare altre conversazioni contemporaneamente.


I problemi tecnici e i rumori di fondo non solo disturbano, riducono l’intelligibilità del parlato e determinano problemi di attenzione, ma generano vera e propria frustrazione– spiega Philip Vanhoutte, Senior VP e Managing Director Europe e Africa di Plantronics- per questo forniamo strumenti audio che garantiscano riunioni ottimali nelle più diverse condizioni”.
I risultati della ricerca, che ha coinvolto oltre 1000 dipendenti full time di grandi aziende (più di 1000 dipendenti), sono sintetizzati e affrontati in quattro capitoli che trattano questi temi:
L’economia che guida le riunioni;
Le dinamiche umane durante le riunioni;
Gli strumenti e la tecnologia che guidano la comunicazione, la collaborazione e la produttività;
Suggerimenti, tattiche e strumenti che possono contribuire a creare una cultura per riunioni più produttive.

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Mezzo milione di persone lavora in spazi coworking!

Durante la conferenza annuale Coworking Europe che si è svolta a Milano, Deskmag e SocialWorkplaces.com hanno presentato i risultati della Global Coworking Survey, la più recente indagine mondiale sul Coworking. Il numero di spazi di coworking continua ad aumentare e nel corso dell’ultimo anno si è registrata una crescita del 36%; ad oggi nel mondo sono 7800 gli spazi coworking, destinati a crescere nel 2016; vi lavorano circa 500.000 coworker.

Il numero di spazi di coworking è in crescita in tutto il mondo, ma il mercato non è saturo. Alla domanda “ci sono già troppi spazi di coworking?” quasi l’85% degli operatori di spazi coworking ha risposto no. Poco più del 25% crede che ci sia spazio per altri coworking e vede la possibilità di gemellarsi con i concorrenti unendo il mercato. Solo il 14% dei partecipanti ritiene che gli spazi coworking siano già troppi.
Tutti si chiedono quanti spazi coworking esistono al mondo; sono circa 7800, ma il numero non può essere preciso perché spesso nascono spazi pop-up, in alcuni casi si autodefiniscono coworking spazi che non lo sono in realtà, in altri casi la filosofia iniziale cambia.
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L’appartenenza alla Community resta uno dei fattori fondamentali e un carattere distintivo del coworking rispetto ad altre forme di ambienti di lavoro temporanei e business center. Il 41% dei coworkers si sente parte della comunità e il 29% fortemente coinvolto, solo il 21% si reputa “abbastanza” parte della community.
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Come lavorano i coworkers?
Il 73% dei membri lavora in uno spazio coworking almeno 3 volte alla settimana e il 44% tutti i giorni.
Il 56% dei coworkers non lavora in team, ma individualmente; eppure solo il 29% ha una scrivania individuale anziché la postazione condivisa.
Una più precisa suddivisione delle modalità di lavoro indica che il 78% dei coworkers lavora in open space; il 12% in team office; il 5% in ufficio individuale e una piccola minoranza preferisce invece le coffee area o le meeting room.
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Lo spazio di coworking è redditizio?
L’autovalutazione degli spazi coworking è ancora in corso ed è parte dell’indagine che sarà resa pubblica il prossimo gennaio. Al momento le dichiarazioni degli intervistati dimostrano che la maggior parte degli spazi coworking è redditizia.
L’indagine è complessa perché dipende fortemente dal costo di affitto dell’immobile, dalla durata dei contratti e dagli aumenti dei costi di locazione che cambiano in ogni Paese.
Si valuta che quattro spazi coworking su cinque non operi in spazi di proprietà e quasi la metà dei casi analizzati scadrà entro i prossimi tre anni.
Nei prossimi dodici mesi, un coworking su sette spazi dovrà decidere se negoziare, chiudere o cercare un nuovo contratto di locazione. questo spiega perché circa un quarto degli spazi coworking ha traslocato almeno una volta, dalla sua apertura.

Coworking e rivitalizzazione dello sviluppo urbano.
Raramente gli spazi di coworking si trovano in nuove costruzioni. Il 42% è situato in edifici che esisteva già 50 anni fa e solo la metà occupa spazi che avevano originariamente una destinazione d’uso commerciale. Quasi il 50% occupa ex spazi industriali e molti spazi coworking hanno rivitalizzato edifici abbandonati e generato un rilancio significativo della zona circostante.

Gli spazi coworking aumenteranno nel 2016.
Quasi l’80% degli intervistati si aspetta un aumento del numero di membri, il 75% ipotizza anche maggiori ricavi, oltre a un legame più forte con i membri della comunità.
Le aspettative sono inferiori rispetto ai risultati del sondaggio di due anni fa, ma potrebbero essere dovuti a un nuovo sistema di classificazione introdotto per migliorare il layout dei dispositivi mobili. Questa modifica e il conseguente diverso design degli spazi rendono complicato il confronto su questa domanda con il precedente sondaggio.
L’indagine 2015 ha rilevato che il 61% degli spazi di coworking sta progettando di ampliare i loro spazi di lavoro per il prossimo anno (dato in aumento rispetto all’indagine precedente).
Il 33% vuole aprire un secondo sito. Nel complesso le prospettive restano molto ottimiste.

Eliot: oggetti IoT connessi con la vita.

BTicino, capofila del Gruppo Legrand in Italia, è un’azienda dal DNA tecnologico da sempre votata all’innovazione. Prima a portare il design nel prodotto tecnico dell’elettricità e a introdurre il concetto di domotica e di edificio connesso, in un percorso coerente di innovazione oggi passa dallo Smart Building -ovvero l’integrazione degli impianti nell’edificio- alla creazione di nuovo valore attraverso lo sviluppo di oggetti IoT: nasce il programma ELIOT, acronimo di Electricity e IoT.

Amichevole e familiare come suggerisce il suo nome, ELIOT entra oggi ufficialmente nelle nostre case e nei nostri uffici anche se in realtà BTicino è da tempo impegnata nella rivoluzione dell’Internet of Things, come provano i 200 milioni di euro di fatturato realizzati con oggetti connessi nel 2014 da BTicino e Legrand.
Quasi tutte le aree di prodotti BTicino possono di fatto essere coinvolte nel programma IoT e già oggi molti oggetti a catalogo hanno questa predisposizione.
Diverse ricerche recenti dimostrano che l’Internet of Things s’imporrà come standard; e una ricerca di COOP dimostra che il consumatore italiano è disposto a portare IoT nella casa molto più che nel resto d’Europa.
Entro 10 o 20 anni l’IoT sarà la normalità in ogni casa, anche in quelle già esistenti. Si parla quindi di un mercato potenziale di circa 30 milioni di abitazioni in Italia!
“L’Internet of Things sta conquistando praticamente tutti gli aspetti della vita delle persone: dalla salute, ai trasporti, al commercio, al tempo libero e soprattutto la casa e gli edifici per i quali si apre una nuova era. Per BTicino, l’Internet of Things rappresenta un’opportunità per portare maggiore valore ai propri utenti sia privati che professionali. La capacità di comunicare deve aumentare il valore d’uso, garantendo un vero plus a lungo termine”, ha commentato Franco Villani, Amministratore Delegato di BTicino in occasione della presentazione di Eliot in Italia.
In ogni casa è possibile connettere circa 50 oggetti (elettrodomestici, prese, TV, videocitofono, termostato, controllo accessi, salvavita, accensione e regolazione di luce, apertura tapparelle, diffusione sonora, ecc) l’aumento del valore d’uso degli oggetti IoT è particolarmente evidente nel caso della gestione di luce, elettrodomestici e termostati che portano a un consistente risparmio energetico.
Sicurezza, sostenibilità e risparmio, ma anche entertainment e comfort sono valori fondamentali sia in ambito domestico che b2b, settore nel quale l’ingresso della logica IoT può giovare al Facility Management poiché semplifica notevolmente la gestione degli impianti e ne permette il controllo anche a distanza.
Le soluzioni basate su Internet of Things devono essere in grado di comunicare tra loro, per questa ragione è importante riuscire a parlare un linguaggio comune. BTicino e il Gruppo Legrand sono attive all’interno delle alleanze internazionali quali AllSeen Alliance (che punta a definire standard di comunicazione ed interoperabilità) e ZigBee Alliance, standard di comunicazione senza fili dell’edificio. Nell’ambito di ELIOT, il Gruppo intensifica le partnership con start-up di punta dell’innovazione con l’obiettivo è potere arricchire le applicazioni quali la gestione dell’energia, del clima, o l’assistenza all’autonomia.
“Gli oggetti connessi forniscono un valore aggiunto all’utilizzatore proponendo servizi complementari, automatizzando i processi, riducendo i tempi di risposta, rilevando uno stato e modulando eventuali decisioni”, ha commentato Davide Colombo, Responsabile Marketing Domotica e Terziario di BTicino. “I prodotti connessi semplificano la vita ad esempio tramite la manutenzione preventiva, i comandi a distanza e i sistemi di protezione per gli edifici. Gli oggetti connessi si imporranno soltanto se garantiranno un vantaggio duraturo, profondo e affidabile all’utilizzatore”.
Alcuni tra i prodotti BTicino ELIOT:

Telecamere con sensore che possono segnalare e visualizzare a distanza la presenza di un intruso, consentendo all’utilizzatore di discriminare tra un allarme vero e uno falso.
Salvavita Stop & Go che informa a distanza l’utilizzatore di eventuali scatti intempestivi del Salvavita, permettendo la verifica del corretto ripristino del dispositivo e segnalando se sia invece necessario l’intervento di un tecnico qualificato.

Visualizzazione dei consumi energetici, composta da un insieme di sensori e prese intelligenti, che permette di misurare il consumo energetico, di seguirne l’evoluzione e di ideare scenari di risparmio, in locale e da remoto.
Cronotermostato connesso
che consente la gestione dell’impianto termico tramite app, semplificando la programmazione delle accensioni e degli spegnimenti.
Videocitofono Classe 300 con cui è possibile interagire, anche via smartphone e tablet, con chi suona al portone, scoprendo in tempo reale chi ci ha cercato.

Gestione d’illuminazione, tapparelle avvolgibili, tende e veneziane tramite il gateway del sistema wireless BTicino che rende “intelligenti” anche le case esistenti ed è quindi ideale per ristrutturazioni senza interventi sulle opere murarie.
Sistema multi-room di componenti audio hi-fi NuVo, che permette di gestire la musica all’interno della casa attraverso una app, attingendola sia dalle librerie salvate su dispositivi mobili o fissi, sia dai servizi streaming come Spotify o Deezer.
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Tag Milano Calabiana: 8500 mq di coworking con laboratori e piscina.

Tag Milano Calabiana è il coworking campus di Talent Garden aperto in una delle zone emergenti della città, a due passi dalla Fondazione Prada. 8500 mq di spazio progettati dallo studio Carlo Ratti Associati che ospiteranno 400 postazioni per professionisti digitali. Non solo open space, ma spazi per la privacy, laboratori, sale formazione, caffetteria e… terrazzo con piscina per lavorare outdoor. Non solo scrivanie, ma anche corsi di inglese e di yoga.

Talent Garden ha investito 1 milione di euro per questo Coworking Campus rivolto alla community di innovatori del digitale, è il secondo a Milano (ne aprirà un terzo in zona Sempione). Si trova in una zona periferica dal forte carattere industriale a sole 5 fermate dal Duomo e sta diventando tra le più vivaci della città dopo la recente apertura della Fondazione Prada.

Davide Dattoli, AD e cofondatore di Talent Garden, lo definisce un “cloud dell’ufficio” dove la filosofia di utilizzo si sposta dall’affitto di metri quadri alla membership; il valore aggiunto è dato dai servizi di supporto offerti capaci di accelerare il business e soprattutto dalle opportunità che la community può generare.

Un luogo di sperimentazione continua per trovare i modi migliori di lavorare attraverso lo smart working che prevede anche laboratori per sposare manifattura e digitale, una caffetteria, lounge area, spazi eventi flessibili e aree per la formazione e il brainstorming, ma anche l’angolo cinema e un terrazzo dove lavorare all’aperto intorno alla piscina.
Perché la work-life balance e la qualità della vita sono elementi fondamentali per la nuova generazione di imprenditori 2.0. In quest’ottica Tag offre ai suoi membri anche 2 ore di corsi di inglese e 2 ore di yoga.
E’ un progetto ambizioso. -afferma Dattoli- Vogliamo creare un luogo di incontro riconosciuto internazionalmente. E’ un progetto di sistema, un aggregatore fisico dei migliori innovatori italiani che ha l’obiettivo di connetterli con l’Europa.”

Un progetto con lo sguardo attento al nuovo mercato del lavoro, alle nuove regole che lo muovono “Se in Italia il 40% dei giovani è senza lavoro, in USA si prevede che il 40% dei giovani diventerà un imprenditore entro il 2020 -prosegue Dattoli- e alla base di questa nuova imprenditoria c’è il ‘digitale’, un settore trasversale che porta innovazione in tutti i settori e che sta crescendo a due cifre. Talent Garden vuole supportare questa tipologia di nuovi lavoratori che individuano nel coworking il loro ambiente di lavoro ideale. Non a caso per il settore coworking è stimato l’88% di crescita nei prossimi anni.
Ne è convinto anche Digital Magics, il più grande venture incubator quotato in Borsa e partner al 10% di questo coworking, che porterà a Tag Calabiana le proprie start up partecipate e gli investitori.
Enrico Gasperini, fondatore e CEO di Digital Magics, lo vede come un campus per l’ecosistema dell’innovazione capace di rafforzare sul territorio il “digital made in Italy” e ricorda che all’estero le società come Talent Garden sono venti volte più grandi. Porta ad esempio We Worker, valutata 10 miliardi.
L’Italia, grande consumatore digitale, in realtà è molto in basso nella media europea per quanto riguarda le transazioni digitali, ma la quasi totalità dei consumi è destinata a passare da internet. Dunque si deve investire nel digitale!
Ne sono convinti anche Cisco e IBM che posteranno all’interno di questi spazi una serie di iniziative a supporto dell’intero ecosistema.
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Il progetto di interior design dello studio Carlo Ratti Associati.
TAG Milano Calabiana ha sede in una tipografia storica, ristrutturata in era più recente dall’imprenditrice Marina Salamon e utilizzata come showroom.
Il progetto architettonico, dello studio di Carlo Ratti Associati, diretto dal prof. Carlo Ratti, professore a MIT, ha cercato di “re-inventare uno spazio di lavoro tra contaminazione e digital fabrication”.
“Oggi – dichiara Carlo Ratti – assistiamo ad un’amplificazione delle dinamiche di condivisione, la cosiddetta sharing economy. Stiamo passando dal possesso all’accesso, in molti ambiti: basti pensare al successo degli spazi di coworking. La cultura della condivisione delle idee non è così differente da quella della condivisione dei beni materiali. Questa è stata la nostra visione mentre progettavamo gli interni del nuovo Talent Garden a Milano. Calabiana non è solo uffici in condivisione, è un laboratorio di idee: un luogo per stabilire nuove collaborazioni e diventare parte di un network internazionale di professionisti”.

Concepito sui criteri dell’activity based office, il coworking è distribuito su 3 piani e basato sulla massima flessibilità.
Di fianco alla reception, un grande pannello digitale offre in tempo reale informazioni degli altri Tag coworking in 12 città in Italia e Europa.
Sempre al piano terra, si trovano le postazioni in open space, aree lounge, lo spazio cinema e la caffetteria, cuore del campus. Il piano seminterrato è invece dedicato a isole di lavoro che richiedono maggiore privacy, aree formazione e laboratorio.

Nelle belle giornate i luoghi più attrattivi saranno invece la piccola corte giardino centrale e il grande terrazzo di copertura dove sono previsti posti di lavoro all’aperto sotto grandi gazebo e intorno alla piscina.
Solo le sedie sono prodotti di serie (Pedrali). Le scrivanie e le partizioni che permetteranno definire isole di privacy, sono state realizzate su disegno dallo Studio Carlo Ratti: un design pulito e minimale, piani in legno e gambe in tondino di ferro per le scrivanie e strutture auto portanti in legno grezzo per le pareti divisorie. Materiali caldi e colori vivaci che ammorbidiscono la connotazione dura e fortemente industriale di questo affascinante spazio. Nessun cablaggio è integrato negli arredi perché i cavi di colore rosso, che diventano anche elemento decorativo, scenderanno direttamente dal soffitto per lasciare massima possibilità di riconfigurazione.
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Uffici Plantronics a Parigi.

L’ufficio di Parigi è il più recente ambiente per lo Smart Working studiato da Plantronics. L’obiettivo dell’azienda -leader mondiale in soluzioni audio per la comunicazione- è creare un ambiente di lavoro più efficace, consentendo ai dipendenti di sentirsi a proprio agio e di essere più produttivi.

Il progetto del nuovo spazio di lavoro parigino è caratterizzato dal design e da una particolare attenzione all’acustica, dimostrazione di questa attenzione è data dalla presenza di una cascata che permette ai rumori di essere mascherati dai suoni rilassanti dell’acqua.
Come per gli altri uffici di Plantronics, lo spazio include diversi ambienti di lavoro, progettati per rispondere a una serie di stili di lavoro e di attività. Il nuovo ufficio comprende anche una palestra con apparecchiature collegate con gli altri uffici Plantronics, in modo tale che i dipendenti possano fare jogging e, al tempo stesso, sfidare i colleghi che lavorano in altri paesi. Inoltre è presente anche un locale brainstorm, sulle cui pareti i dipendenti possono scrivere, meeting room chiuse e una stanza relax.
“L’ufficio tradizionale e la giornata tipo 9-17 sono superati. Oggi chi lavora in ufficio merita il giusto ambiente e gli strumenti idonei per avere successo” – spiega Philip Vanhoutte Senior-Vice President e Managing Director E&A di Plantronics. “Come Plantronics, siamo orgogliosi di essere in prima linea in questo movimento e di implementare il nostro motto Smarter Working: permettere ai dipendenti di lavorare dove e quando vogliono e di essere più produttivi ed efficienti, rispettando l’ambiente”.

“Oggi l’ufficio non è confinato tra quattro pareti o definito da un orologio -spiega Philippe Tessier, Marketing & Inside Sales Manager France di Plantronics- Il nostro nuovo ufficio offre una grande varietà di spazi per Collaborare, Comunicare, Concentrarsi e Contemplare. I collaboratori sono in ufficio solo quando è necessario. L’obiettivo è stimolare la creatività, il benessere e il rispetto reciproco, quando i dipendenti sono qui: non ci interessa tenerli al lavoro più a lungo del  necessario”.
In occasione dell’inaugurazione degli uffici di Parigi, Plantronics ha presentato la versione francese del libro “The Smarter Working Manifesto” scritto da Philip Vanhoutte con Guy Clapperton (già disponibile in inglese, italiano, tedesco e spagnolo) e anche una novità nella famiglia di prodotti Blackwire, per connettersi e collaborare oggi nei nuovi ambienti di lavoro e in remoto.

La Famiglia Blackwire di Plantronics.
La famiglia Blackwire offre un’eccezionale qualità audio e affidabilità UC, con prezzi che soddisfano tutte le tasche e caratteristiche di alto profilo.
Plantronics presenta le nuove cuffie entry-level Blackwire 315/325 con cavo USB facili da usare e semplici da implementare, che offrono la scelta di connettività USB o 3,5 mm. La famiglia include anche la nuova cuffia premium USB
Blackwire 725, top di gamma che dispone di tecnologia di cancellazione attiva del rumore (Active Noise Cancelling ANC), oltre a un design avvolgente, che aiuta a eliminare le distrazioni dovute ai rumori di sottofondo negli ambienti di lavoro.4-smart working-Paris-wow-webmagazine

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Neomobile: layout diversi per attività diverse.

Passione, innovazione, trasparenza e bellezza” questi secondo il CEO di Neomobile Gianluca D’Agostino sono gli ingredienti del nuovo quartier generale a Roma disegnato da Salvatore MarinaroAntonio Borghi di Unispace, che lo ha presentato alla Jelly Session durante lIsola WOW! Lavoro Agile alla Piscina Cozzi. “Dietro al muro di mattoni, ci sono 4 piani di lavoro, uffici moderni e flessibili che supportano il nostro team e sono fonte di ispirazione per portare avanti la tecnologia della monetizzazione attraverso il mobile”.

Neomobile è un gruppo leader nel mobile commerce che opera a livello globale. Istituita nel 2007, oggi aiuta gli sviluppatori di app, adnetwork e aziende digitali come content provider, social network a monetizzare i loro servizi o prodotti digitali, oppure il traffico web e mobile, attraverso il carrier billing, la fatturazione con l’operatore telefonico.
“È una azienda internazionale, quindi avevano ben chiaro il concetto di smart working e non c’è stato bisogno di lavorare sul change management”, spiega Antonio Borghi, l’architetto di Unispace che si è occupato dello space planning del progetto del nuovo quartier generale Neomobile all’EUR di Roma.
“Ci siamo concentrati solo sul nostro core business: la progettazione di un edificio abbastanza complesso, il braccio di un vecchio monastero in un parco, perciò con vincoli strutturali pesanti. Il nostro ruolo è stato quello di ripulire la struttura e riportarla allo stato originale e riadattarla in un dialogo vivo tra lo spazio preesistente e le esigenze dellazienda in ogni settore”.
Necessità diverse che hanno portato a progettare i quattro piani della struttura con un diverso layout e diverse soluzioni di interior design.
Partendo dal secondo piano, dove lavora il settore tech, cuore dell’azienda, il layout prevede stanze separate da pareti in vetro, all’insegna della trasparenza e della continuità visiva, che affacciano su un corridoio aperto con piccole sale riunioni usufruibili in caso di necessità.
Le pareti di vetro sono utilizzate come vere e proprie lavagne dove attaccare fogli plastificati e appunti.
Il centro amministrativo è situato al primo piano, dedicato al top management e alla sala del consiglio, ma lo spazio principale è il piano terra, uno spettacolare open space con grandi finestre sul giardino che ospita al suo interno diverse funzioni.
“Poichè la struttura dell’edificio non presentava il classico allineamento di pilastri centrali abbiamo deciso di creare una spina centrale di scrivanie” spiega Antonio Borghi. “La luce è abbastanza alta, è una sala molto ampia, e questo ci ha fatto propendere per la soluzione a navata unica. Una configurazione “ad albero” con una certa densità, che probabilmente si evolverà nel tempo. Avendo l’azienda eliminato il telefono fisso per ogni dipendente, sono stati anche creati dei Phone booth, adibite a chiamate veloci”.
Anche il seminterrato è un open space con larghe finestre e accesso dal giardino, una comfort zone pensata per incentivare gli incontri in un ambiente informale, in un’area tra le più grandi dell’azienda fornita anche di oggetti ludico-ricreativi come il calcio balilla o il ping pong.
“Cercando di riassumere il progetto del quartier generale Neomobile si possono individuare tre concetti chiave” conclude Antonio Borghi. “Uno spazio efficiente e differenziato, studiato appositamente per le diverse tipologie di lavoro dei vari settori. Nessuno spazio è lasciato inutilizzato e nessuna funzione eccede il suo reale bisogno. Poi direi che è un workplace dinamico e smart, capace cioè di supportare diverse attività con un linguaggio architettonico non convenzionale, pensato fuori dagli schemi”.
Testo di Gabriele Masi.

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2015: Anno Internazionale della Luce.

Euroluce 2015 cade nell’anno che l’UNESCO ha dedicato alla luce, quali sono gli aspetti che vuole emergano con questa assegnazione? Euroluce saprà affrontare le problematiche più vive? Ne parliamo con Stefano Bordone, presidente di Assoluce, particolarmente attento agli aspetti percettivi ed emozionali della luce. “ Non a caso in Italiano ‘venire alla luce’ è sinonimo di nascere” ci fa notare.


L’UNESCO assegna ad ogni anno un tema con l’obiettivo di sensibilizzare su particolari problematiche, quale aspetto si vuole che emerga dedicando il 2015 alla Luce?
Dedicando il 2015 alla Luce, l’UNESCO vuole soprattutto fare emergere il tema del risparmio energetico, che pur essendo un elemento molto importante non è però l’unico significativo.
Nel secolo scorso la Luce ha segnato umanità con innovazioni nei campi più disparati: dalla teoria della relatività all’applicazione in ambito medicale dei raggi laser, dalla televisione LED a Internet.
Purtroppo permangono anche ai nostri giorni profondi squilibri -non solo per quanto riguarda luce- ma forse se solo l’elettricità arrivasse in ogni punto del mondo, molti problemi sarebbero risolti.

Nel mondo occidentale il dato più recente è la graduale sensibilizzazione del consumatore finale sulla qualità della luce. Fino a pochi anni fa ci si limitava a considerare ‘c’è tanta luce’ o ‘c’è poca luce’ oggi possiamo affermare che è in atto un’evoluzione culturale che riguarda sia il consumo energetico sia il ruolo importante che la luce ricopre nella qualità di un ambiente.
Naturalmente l’industria risponde a queste esigenze. E’ però importante che il consumatore sia consapevole e non si limiti a una visione superficiale di risparmio energetico. Per esempio si tende a percepire l’illuminazione LED come la soluzione a tutti i problemi, ma c’è scarsa informazione sul fatto che i LED non sono tutti uguali (spendendo poco anche la qualità della luce è scarsa). Inoltre, nella rincorsa acritica verso questa tecnologia, non si considera che anche le riconversioni industriali per produrre LED anziché normali lampadine creano consumi di altro genere. Sicuramente ci saranno benefici a lungo termine, ma al momento sono sopravvalutati.
Il tema della percezione è fondamentale perché la luce ha una forte carica emozionale e influisce non solo sulla qualità ambientali, ma sullo stato d’animo, sull’umore delle persone, come molte ricerche scientifiche hanno confermato.

Perché  nell’ufficio, si tende a privilegiare l’aspetto tecnico e quantitativo con soluzioni illuminotecniche piuttosto banali che non suscitano emozioni?
Paradossalmente c’è molta attenzione a un benessere che va oltre la 626 e alle migliori condizioni psicofisiche che hanno benefici anche sulla produttività, ma difficilmente vengono coinvolti lighting designer nel progetto di un ambiente di lavoro. L’illuminazione è una voce che si prende in considerazione solo alla fine del progetto, spesso quando il budget è esaurito.
Su questo tema vanno sensibilizzati i developer e i progettisti perché la figura del lighting designer è fondamentale e va integrata nel progetto generale. Il lighting designer è in grado di rendere “bella” la luce, trasferisce un modo di pensare, interpreta la luce.
E’ necessario integrare questa competenza tecnica nel progetto e, se fatto in fase iniziale, il costo non è più alto ma si possono ottenere anche risparmi economici.

Dunque la luce “trasferisce un modo di pensare”, Euroluce 2015 sarà in grado di trasmettere questo messaggio e portare emozione anche nella luce tecnica?
Euroluce ha sempre avuto una doppia anima, decorativa e tecnica, unire le due anime rischia di aumentare troppo i costi di un prodotto. Euroluce potrà dimostrare che la luce decorativa non è solo maquillage, se le aziende lo avranno compreso.
Nel campo dell’illuminazione tecnica un fenomeno che sta emergendo e che denota la capacità delle aziende di innovare è unire più funzioni nel corpo illuminante: dispositivi fonoassorbenti o apparecchi per emissione di musica, per esempio.
Questi prodotti ibridi offrono soluzioni di comfort visivo e acustico e rispondono a nuove esigenze del mercato.
Oggi l’ufficio è concepito come un luogo dove si deve stare bene e questi prodotti ibridi vanno verso questa direzione, unire più funzioni porta probabilmente anche benefici a livello economico.
Questo è un chiaro esempio della necessità di un equilibrio tra dove va il mondo e cosa fanno le aziende. Euroluce ci mostrerà altri esempi di innovazione finalizzata alle nuove esigenze emergenti.