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Ways of Designing e ascolto: Marcello Ziliani.

La laurea in architettura al Politecnico di Milano –relatore il Maestro Achille Castiglioni– e tre anni di esperienza all’estero sono alla base dell’attività di Marcello Ziliani come industrial designer in vari settori dell’arredamento per molti importanti aziende, ma anche come art director, grafico, scenografo teatrale.
Come ci spiega in questa intervista esclusiva, il suo “way of designing” è fatto soprattutto di ascolto. Ama entrare in sintonia con il mondo, guardando le cose con occhi sempre diversi e lasciando da parte le sicurezze incrollabili. Requisiti indispensabili per operare in una situazione fluida dove ambiti diversi convergono in una dimensione olistica del progetto.

Che cosa caratterizza il tuo approccio progettuale nell’industrial design e come lo applichi in base alle diverse realtà produttive?
Continuo a trovare calzante una visione contenuta nel libretto che pubblicò su di me Corraini qualche anno fa in cui confrontavo leoni e camaleonti, affermando che leone no, non era il mio genere, camaleonte meglio. Trovo più divertente cambiare spesso d’abito (habitus), adattarsi alle situazioni, guardare le cose con occhi sempre diversi ed entrare in sintonia, parlare piano e soprattutto ascoltare, invece di ruggire sperando di sovrastare.
È questo il mio approccio al progetto, mi piace cercare di imparare ogni volta che mi confronto con nuove realtà, ascoltare le storie, annusare gli odori e assaggiare. Un progetto è figlio di mamma e papà e io credo di essere la mamma, con tutta la responsabilità e la fatica della gravidanza e la gioia (ma anche il dolore) del parto. L’azienda è il papà, che combina i suoi geni assieme ai miei e che poi prende per mano il progetto-bambino e lo conduce nel mondo. E come non ci sono due individui uguali credo non ci possano essere due progetti uguali, anche se ovviamente i caratteri di famiglia si notano, eccome… o almeno dovrebbero.

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Da anni lavori in diversi settori del design: emergono nuovi stili di vita e nuove esigenze da parte degli utenti?
La figura del progettista si trova, per definizione, in una situazione privilegiata e rischiosa, osservatore e allo stesso tempo attore nel vortice dei cambiamenti di modalità, abitudini, gusti ed esigenze. Io, per sicurezza, tengo sempre ben presente la legge di Lavoiser (morto ghigliottinato, accidenti), quella che dice che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Mi permette di non farmi prendere dall’ansia, di mantenere la giusta prospettiva di fronte a cambiamenti che sembrano ogni volta rivoluzioni copernicane. In modo di poterli guardare con stupore e curiosità, senza la pretesa di comprenderli o cavalcarli, ma con il desiderio di coglierne almeno qualche spunto per poter nutrire il mio operare quotidiano. Credo che la cosa più significativa che sta avvenendo oggi sia una mutata consapevolezza da parte di tutti noi che siamo utilizzatori di beni, oggetti, servizi, e cioè il fatto che in qualche modo non ci sentiamo più consumatori passivi orientati dall’alto ma possiamo avere qualche voce in capitolo nel progetto stesso degli oggetti che andremo d utilizzare.
La figura del prosumer non è solo l’ennesima parola macedonia inglesizzante (professional-consumer e/o producer-consumer) ma l’affascinante possibilità di assumere un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione e consumo (garantisco a questo riguardo che questo testo è completamente privo di olio palma). Lo human centered design (non con questo nome ma me lo insegnava già Achille Castiglioni al Politecnico una trentina di anni fa), e il design thinking sono in qualche modo un approccio onesto alla complessità con la quale ci dobbiamo confrontare e una modalità seria per dare risposte a domande correttamente poste.

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Ci sono “contaminazioni” concettuali ed elementi in comune tra i diversi settori di progetto nei quali operi?
A questo punto non so se sia solo una questione di contaminazioni quanto invece di annullamento di confini. Tutto sta diventando fluido e mutevole, gli ambiti e i riferimenti con i quali eravamo abituati ad operare stanno perdendo di senso per convergere in una dimensione sempre più olistica del progetto. Non esistono più ambiti autonomi, la cucina entra in soggiorno, il bagno in camera, il soggiorno in ufficio, l’ufficio in casa. L’IOT, internet delle cose, pervade ormai tutto e modifica modalità e comportamenti, innescando contaminazioni e nuove modalità di fruizione degli oggetti.
Illuminazione e sistemi di controllo, musica e benessere acustico, riscaldamento e isolamento, automazione ed elettronica, tutto si fonde e si combina in configurazioni inedite abbattendo barriere e aprendo nuovi scenari e affascinanti prospettive.

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Quali cambiamenti si sono verificati nella visione di ufficio negli ultimi anni e come questi cambiamenti si rispecchiano nei nuovi prodotti?
Mi sembra che il mondo dell’ufficio sia, in termini di radicalità dei cambiamenti in atto, secondo solo a quello dell’illuminazione dopo l’arrivo del led.
Ma mentre per l’illuminazione si tratta fondamentalmente di una innovazione tecnica che ha indotto un profondo ripensamento della dimensione formale e funzionale degli apparecchi illuminanti (e siamo solo agli inizi), per il mondo dell’ufficio credo che il cambiamento sia fondamentalmente culturale. Come negli altri ambiti anche qui si stanno verificando fenomeni di contaminazione e ibridazione profonda, e la cosa è particolarmente percepibile a causa della tradizionale rigidità di questo mondo. Per anni le mutazioni sono state prevalentemente di ordine tecnico-meccanico, il confort e l’ergonomia l’hanno fatta da padroni riducendo spesso il progetto alla ricerca di caratteristiche prestazionali. Oggi, finalmente, si assiste a tutta una serie di fenomeni che, per assurdo, mi ricordano tanto le donne che bruciavano in piazza il reggiseno o i figli dei fiori che mettevano margherite nelle canne dei fucili dei poliziotti.
Lavorare in piedi discutendo attorno a un tavolo regolabile in altezza, chiudersi in meditazione con il proprio tablet-feticcio dentro a un bozzolo confortevole che ti isola dal resto del mondo rumoroso e caotico, partecipare a riunioni seduti o meglio ancora adagiati su divanetti, tappeti, pouf sorseggiando tisane, condividere spazi di lavoro temporanei con altri professionisti creando aggregazioni e connessioni mutevoli e casuali, giocare, saltare, correre o pedalare mentre si lavora… forse si sta anche un po’ esagerando, ma è certo tutto molto stimolante e ricco di opportunità per sviluppare nuovi progetti che sappiano cogliere e interpretare questi cambiamenti e queste sfide.

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1, Pannello fonoassorbente Snooze per Pedrali.
2, Libreria illuminante Twist&Light per Natevo.
3, Scala pieghevole Flo per Magis.
4, lampada Tilee per Flos.
5, Poltrona “light office” Cookie per Infiniti.
6,Sedia Mammamia per Opinion Ciatti.
7; Tavolo Acacia per Calligaris.
8, Sedia Mini per Parri.

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Smart working e cultura Mitteleuropea.

E’ stato recentemente inaugurato nel centro di Vienna il Thonet Pop-Up Cafè che, per un anno, rappresenterà la meta imperdibile per gli amanti del design e i nostalgici della Mitteleuropa. Luogo perfetto per celebrare la cultura del caffè viennese e, grazie alla connessione wi-fi, per accogliere smart worker che vogliano lavorare comodamente in un’atmosfera unica, proprio come facevano oltre un secolo fa, con penna e taccuino, gli scrittori mitteleuropei.

Fino alla prossima estate 2017, gli storici locali della Alte Post avranno una nuova destinazione d’uso. Thonet ha scelto infatti un’area all’interno dell’edificio di 35.000 mq della ex Posta viennese (oggetto di un complesso progetto di riqualificazione che partirà il prossimo anno) per realizzare un innovativo concept di showroom-café temporaneo.

I nuovi locali, che occupano una superficie di 250 mq, offrono la possibilità di degustare le raffinate proposte di Jonas Reindl Coffee a base di caffè provenienti da tutto il mondo, all’interno di ambientazioni che ripercorrono la storia del rinomato brand austriaco; un inconsueto omaggio alla cultura del caffè viennese e una vetrina d’eccezione per questi arredi classici che hanno aperto la storia del design: dai pezzi in legno curvato tra cui la famosa Vienna Coffee House Chair 214 disegnata da Michael Thonet, ai mobili in tubolare di acciaio dell’epoca Bauhaus, fino ai pezzi più moderni firmati da James Irvine. Sedie, divani e poltrone oltre a tavoli, mobili da bar e scrivanie.

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Un ambiente fuori dal tempo ispirato alla tradizione del caffè viennese che non trascura però i nuovi stili di vita; grazie alla connessione wi-fi dei diversi ambienti al Thonet Pop-Up Cafè è anche possibile lavorare in modalità smart.
Thonet Pop-Up Cafè
è stato realizzato in collaborazione con Jonas Reindl Caffè e Standart Mag con il supporto di alcune aziende (USM, Porzellanmanufaktur Augarten, Vorwerk Flooring, Carpet Sign e Cooper Colours).

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Modelli e fattori di sviluppo nel workplace.

Siamo a fine anno (del terzo anno di vita di WOW!) è tempo di inventario e di previsioni per il prossimo futuro e gli articoli di questo ultimo numero del 2015 vogliono esprimere in sintesi alcuni dei principali elementi di cambiamento in atto che stanno segnando con sempre maggiore chiarezza gli sviluppi dei prossimi ways of working e anche la configurazione dei workplace per i nostri figli o nipoti.

Già si guarda alla Generazione Z che, tutto sommato, non ha esigenze tanto diverse da quelle dei più individualisti nonni Baby Boomer. Con una grande differenza: la Gen Z si aspetta di trovare ambienti di lavoro che rispondano a queste esigenze e vuole condividerli con altri; lo ritiene un diritto e non tollera delusioni.
Il Design Forecast di Gensler sintetizza quali sono i fattori chiave per disegnare il workplace in un mondo frammentato, dominato dalle tecnologie e pervaso dalle informazioni. Il dominio del digitale porta alla riconsiderazione dei valori reali, dei bisogni concreti.
Alcuni tra i principali fattori chiave?
Lavorare dovunque. Sotto il nome di Smart Working o Lavoro Agile si delinea una filosofia che cambia radicalmente non solo il concetto di lavoro e luogo di lavoro ma gli stili di vita, le destinazioni d’uso degli immobili e gli sviluppi stessi del Real Estate, perché -come ha sintetizzato Paolo Gencarelli di Unicredit al convegno RE-Start- smart working è sinonimo di ibridazione e di flessibilità.
Elementi perfettamente rappresentati nel coworking che conferma la sua crescita e il valore forte della Community diventando un modello di riferimento anche per le grandi aziende.
Desiderio di natura e rispetto per la natura sono altri i temi che influenzano la progettazione in ogni grandezza di scala, dal prodotto all’interior design; dal progetto architettonico a quello urbano. Gli headquarters sono sempre più simili al modello olivettiano di campus e integrati alla natura, al territorio. Anche per le sedi di dimensioni minori è quasi un must avere un parco o un terrazzo per lavorare a contato con la natura.
Sostenibilità e benessere sono le parole chiave di un nuovo design thinking al servizio del Pianeta e capace di produrre felicità (AntropoDesign, per usare il neologismo di Francesco Schianchi).
La ricerca di benessere si esprime anche in una progettazione sempre più attenta all’esperienza degli utenti, agli aspetti sensoriali, al comfort ambientale (che include anche l’interior design acustico) e cambia l’accezione di Bellezza che nel progetto non è più solo una categoria estetica.
Forse non occorre guardare tanto lontano, basta tenere gli occhi puntati su questi temi per tracciare i contorni del prossimo futuro, ma ci aspettiamo grandi stimoli dalla prossima Triennale Internazionale di Milano “21st Century, Design after Design” che nel 2016 ci illustrerà cosa aspettarsi “dopo”.
Editoriale di Renata Sias, direttore di WOW! Webmagazine

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Ways of Designing e innovazione: Peter Solomon.

Ho conosciuto Peter Solomon molti anni fa, dopo che aveva ottenuto il master alla Domus Academy; lavoravamo nello studio milanese di Isao Hosoe, un grande Maestro che ci ha insegnato la ricerca costante dell’innovazione. Un insegnamento sul quale Peter ha voluto basare tutta la sua attività di industrial designer quando ha iniziato a lavorare da solo e, nel 2011, tornato negli Stati Uniti ha fondato in Florida Peter Solomon Design.

Nel suo profilo LinkedIn Peter Solomon si presenta come “Design Director and Innovation Guru” e suo “way of designing” è ben sintetizzato nella mission del suo studio “Progettazione di innovativi prodotti che suscitano passione, basati sulla profonda comprensione della mente umana”.
L’esperienza multiculturale e interdisciplinare è un elemento chiave  di questo studio che unisce la personalità e l’eleganza del design italiano e il solido know-how tecnologico americano.
Quale è la tua definizione di innovazione?
Innovazione significa creare qualcosa di nuovo. Ma ho posto ulteriori condizioni per rendere questa definizione significativa o degna; deve saper anticipare il benessere, il comportamento o l’interazione dell’utente con l’innovazione.
In che modo il tuo studio applica concetti innovativi per aziende diverse? C’è un metodo unico o si modifica secondo il settore?
Per Peter Solomon Design tutto inizia da una ricerca approfondita. Studiamo gli utilizzatori, le loro interazioni con i prodotti che stiamo progettando, i loro stili di vita, i loro modelli, i loro bisogni. Cerchiamo ciò che è sbagliato, ciò che non funziona al meglio, le soluzioni, i disagi accettati, quello che manca. Tutto questo diventa opportunità di design, se siamo in grado di risolvere uno qualsiasi di questi problemi,  potremo creare un concetto innovativo in grado di migliorare la vita degli utenti. Ogni concetto diventa il fattore determinante di un nuovo design.
Ciascuno dei nostri clienti opera in un settore diverso, in un mercato diverso e ha una cultura diversa, quindi ognuno ha esigenze particolari, ma al centro di tutti i progetti è sempre la ricerca etnografica con l’obbiettivo di innovare per l’utente.
Nel settore workplace e office furniture quali sono gli scenari innovativi che immagini?
Ci sono così tanti scenari innovativi che lasciano intuire verso dove si muove l’ufficio, soprattutto considerando gli incredibili progressi della tecnologia combinata con la globalizzazione. Possiamo già vedere gli incontri e la collaborazione fisica sostituiti da teleconferenze. Con la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo, risparmiando tempo e denaro per non dover andare fisicamente a lavorare o visitare un cliente, le possibilità workplace futuro sono meravigliose e spaventose allo stesso tempo. Abbiamo bisogno di sottolineare la necessità di incontro e di scambio, anche la discussione impreviste e informale presso la macchina del caffè è un productive asset che deve essere rivalutato. I progettisti dovranno bilanciare il digitale e virtuale, con i benefici di esperienze fisiche e reali.
Che cosa è l’innovazione in un’era dove tutto si rinnova ad altissima velocità, non solo le tecnologie e gli oggetti, ma anche gli stili di vita e di lavoro?     
L’innovazione deve essere continua per definizione, altrimenti diventa ordinaria e poi antiquato. In un mondo in cui le tecnologie e il loro impatto sui nostri comportamenti stanno cambiando così rapidamente, anche noi dobbiamo innovare più velocemente; in parte dobbiamo reagire alla nuove tecnologie e ai nuovi comportamenti, ma soprattutto dobbiamo prevederli per progettare migliori scenari di vita dovuti a tali previsioni.
Che cosa significa fare innovazione nel settore del design?
Scienziati, tecnici e ingegneri creano fantastiche innovazioni tecnologiche, sebbene molte siano dalla parte del progresso tecnologico e molte siano troppo astratte o senza un’applicazione chiara.
Il designer può davvero concentrarsi sulla necessità dell’utente durante e creare innovazioni significative per le persone. Siamo in grado di applicare la tecnologia a un problema per trovare una soluzione adeguata e nuova. Siamo in grado di creare prodotti che migliorino la vita delle persone, che creino un legame emotivo con chi li usa. Un progettista può utilizzare l’innovazione per rendere diverso un prodotto, per creare profitto per l’azienda ed elevare il marchio, ma anche per dare un significato ai prodotti, per renderli responsabili, capaci di fare qualcosa di più che inquinare o riempire gli scaffali dei negozi, solo per il desiderio di fare un prodotto in più.
Testo a cura di Renata Sias


Didascalie
1, Lampada Onda, prodotta da Luxit, design by Isao Hosoe e Peter Solomon.
2, Cuffie HeadFoams, prodotte da Marblue, design by Peter Solomon e Marble Design Department.
3, Chitarra The Handle, prodotta da XOX Audio Tools, design by Peter Solomon.
4, Sistema espositivo SEV, prodotto da Nova System, design by Peter Solomon e Alessio Pozzoli.


5, Penna Sleeq Stylus, prodotta da Marblue, design by Peter Solomon.
6, Carrozzella elettrica Elegant Electric Wheelchair, prodotta da Y&L, design by Peter Solomon.
7, Gratta-schiena And I’ll scratch Yours, prodotto da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
8, Lampada Laser Tulip Laser Light Bulb, prodotta da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
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La Casa More diventa WOW! e Trilobite.

MORE brand del Gruppo Terra Moretti propone due sorprendenti tipologie di casa prefabbricata pensate per nuovi stili di vita e di abitare: Casa Trilobite, progettata da Giulio Ceppi e WOW House, sviluppata con il Politecnico di Milano e Future Concept Lab.

WOWHouse (WOrldWide) è rivolta a un mercato internazionale, si ispira al modello archetipo di casa e presenta una pianta dalla forma regolare e razionale il cui cuore è rappresentato da un vano strutturale per la distribuzione architettonica (vano scale) ed energetica; una spina dorsale che dà vita ed energia a tutto l’organismo della casa.
Per ottimizzare l’industrializzazione, i costi e le prestazioni il progetto di  WOWHouse è concepito con una impronta terra fissa, un impianto unico ed una metratura invariabile di circa 130mq calpestabili, suddivisa in 2 piani da 60mq l’uno e un blocco scale. La sua invariabilità è il suo punto di forza, non pregiudica la personalizzazione e permette l’ottimizzazione delle performance energetiche e di eco-sostenibilità.
Le possibili interpretazioni del progetto elaborato da More sono state anche oggetto di uno studio sviluppato dal Politecnico di Milano (Giulio Ceppi) con la collaborazione del sociologo Francesco Morace di Future Concept Lab.


Esistono tre diverse tipologie di WOWHouse:
Minimal: le superfici a vetro sono in quantità essenziale e il volume interno è ottimizzato per ricavare il maggior numero di camere e spazi privati.
Comfort: prevede una distribuzione più fluida degli spazi interni ed una presenza più importante di aperture vetrate e un patio.
Deluxe: la superficie vetrata circonda completamente il piano terra e annulla ogni soluzione di continuità con la natura circostante. Gli spazi interni prediligono soluzioni open space e ambienti molto ampi e vivibili.

 

La Casa Trilobite nasce come un organismo dotato di un proprio metabolismo, sensibile alla posizione del sole e alle condizioni climatiche e paesaggistiche. È stata ideata dall’architetto Giulio Ceppi dello studio Total Tool e sviluppata dal team MORE.
Un unico elemento monolitico si ripete modularmente con grande efficacia costruttiva, trasformando un archetipo in un modello abitativo contemporaneo, aperto verso l’esterno ma dotato di una forte direzionalità e circolarità nell’uso degli spazi abitativi.
Il grande lucernario centrale permette di amplificare la relazione con l’ambiente esterno, creando una connessione costante con l’ampia luce verticale del fronte principale.
La casa trilobite consente svariate configurazioni e diverse volumetrie e la sua forma articolata si adatta a numerose composizioni e aggregazioni.

 

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Design, arte e stili di vita su due ruote.

Iniziato qualche anno fa nella Grande Mela, il fenomeno “bicicletta” interessa ora ogni grande città e, oltre che i designer, ispira anche il mondo dell’arte. Questo boom è il segno di nuovi stili di vita eco-sostenibili, di un cambiamento sociale, culturale, politico e di nuove opportunità di business: si parla già di Bikeconomics.

Sembra passato un secolo da quando Jannacci cantava “Lei al lavoro come viene? In bicicletta. Ma non è fine, la credevo un tipo snob!”. Oggi in ogni metropoli del pianeta è molto radical chic andare in ufficio in bicicletta; le scatto fisso sfrecciano in ogni centro urbano; i progetti di uffici più innovativi e sostenibili prevedono percorsi ciclabili, parcheggi per biciclette e docce per i dipendenti ciclisti. Le aziende più eco-friendly e politicamente corrette, per esempio Sace a Roma, attivano servizi bike sharing per i dipendenti e utilizzano solo corrieri petrol free (per esempio Urban Bike Messengers o Milanbike a Milano).


Si moltiplicano i raduni di chi condivide questa passione (tra cicli e design “Vélo Velo” promossa il 25 giugno da Gallery S.Bensimon a Parigi) e si aprono ciclo-bar dove sorseggiare un drink mentre si registra un mozzo.
Insomma le due ruote fanno bene anche al business e aprono un mercato dove c’è ancora molto da inventare.
Uno degli ultimi Time Out London riporta in copertina gialla uno “smile” con due ruote al posto degli occhi e chiede ironicamente a caratteri cubitali “Bike Curious?”.
Anche in Italia, nonostante la carenza di piste ciclabili, nascono siti specializzati come Urban Cycling per aggiornamenti costanti sull’universo bici.
La Città di Buenos Aires ha lanciatoBetter by Bikela campagna di sensibilizzazione all’uso della bicicletta promossa da manifesti che spiegano con una grafica molto raffinata  i benefici della bicicletta al corpo e alla mente.
Il design non si lascia sfuggire questa occasione: se al top delle city bike design oriented si colloca la pieghevole Brompton, non mancano bici custom-made in bambù (quella di Lhenry ha vinto il 7° Red Hook Criterium) più naturali di quelle in fibra di carbonio e più leggere dello scultoreo modello in legno realizzato dalla Falegnameria Tino Sana esposto nell’atrio di FederlegnoArredo.

E’ stata un’antesignana delle city-bike l’italianissima fluida.it creata da Marco Gaudenzi e Isao Hosoe (…sono fiera di possedere il prototipo).
Sono ibridi tra design, pezzo d’arte e mezzo di trasporto la Cinelli Laser interpretata da Keith Haring nel 1987 e la Look L96 decorata con i colori di Mondrian.
L’arte si è lasciata da tempo sedurre dal fascino delle due ruote. Tra le interpretazioni più interessanti non possiamo dimenticare il ready made “Ruota di bicicletta” di Marcel Duchamp del 1913, emblema del dadaismo, o le biciclette pop-art di Mario Schifano degli anni ’80.
Non da ultimo, Ai Weiwei (in fondo la bicicletta è da sempre un’icona della Cina) dopo l’installazione site specific “Forever” alla Lisson Gallery di Londra, composta da una dozzina di telai, a Palazzo Franchetti di Venezia (fino al 23 novembre) espone l’imperdibile, ciclopica versione con 1179 biciclette assemblate, nell’ambito della mostra Genius Loci presentata sempre da Lisson Gallery. Nella stessa mostra è esposto anche  “White Water Falls” di Richard Long, un’opera di land art ispirata dalla bicicletta.
Pittura, bicicletta e “letteratura” sulla strada sono anche gli elementi del progetto Bike Ride Story di Stefania Galegati Shines (vincitrice del Concorso RiGenerazione, 48° Edizione del Premio Suzzara) con Paolo Roversi, un racconto scritto in pittura lavabile su una pista ciclabile che resisterà per i prossimi 20 anni, scolorendosi in modo naturale e non inquinante.
Testo di Renata Sias, direttore di WOW! Webmagazine.

Didascalie
1,UBM, Urban Bike Messenger.
2, VèloVelo, Gallery S.Bensimon, Parigi.
3,4, Better by Bike, campagna di sensibilizzazione all’uso della bicicletta della città di Buenos Aires.
5, City bike pieghevole Brompton.
6, Cinelli Laser interpretata da Keith Haring nel 1987.
7, Look L96 con i colori di Mondrian.
8,
fluida.it creata da Marco Gaudenzi e Isao Hosoe.
9, Lo scultoreo modello della Falegnameria Tino Sana di Bergamo nell’atrio di FederlegnoArredo.
10, Marcel Duchamp e il suo ready-made Ruota di Bicicletta del 1913.
11, Una delle biciclette di Mario Schifano degli anni’80.
12, Ai-Weiwei,  Forever (2014) assembla 1179 telai di bicicletta. ’Forever è una famosa marca che dal 1940 produce biciclette a Shanghai. Courtesy Lisson Gallery.
13, “White Water Falls” di Richard Long, un’opera concettuale ispirata dalla bicicletta. Courtesy Lisson Gallery.
14, Bike Ride Story di Stefania Galegati Shines (vincitrice del Concorso RiGenerazione, 48° Edizione del Premio Suzzara) con Paolo Roversi.

 

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I vincitori di Archinovo Saint-Gobain award.

Si svolge oggi, 17 ottobre, presso Pavillon de l’Arsenal di Parigi, la cerimonia di premiazione di Archinovo Saint-Gobain 2013, la seconda edizione dell’award francese dedicato all’architettura residenziale con focus sull’innovazione ispirata ai nuovi stili di vita.
I vincitori sono:
Premio dal Pubblico e Menzione Speciale della Giuria
Maison Escalier à Paris, 2012. Moussafir Architectes:
Abitazione per single, con una struttura a scala su diversi livelli che ospitano funzioni diverse (home theatre, ingresso-cucina-soggiorno, ufficio, spogliatoio, terrazzo). La facciata sud, completamente vetrata e protetta da persiane, suggerisce la complessità volumetrica e la continuità degli spazi interni.
Superficie: 1037 mq (lorda), 153 mq (netta). Costo: 850.000 €. Foto: © Hervé Abbadie
Premio della Giuria
Maison L dans les Yvelines, 2011.
Christian Pottgiesser ArchitecturesPossibles: Nel cuore della vegetazione, annessa a un orangery del XVIII secolo, questa abitazione è stata progettata come un “villaggio di torri”. Dalla base che accoglie le aree comuni, emergono cinque torri cubiche rivestite in pietra Cadaqués: una per i genitori e una per ciascun figlio.
Superficie: 4850 mq (lorda); 616 mq (netta). Foto: © George Dupin
Premio Speciale Abitazione Sostenibile
Maison Shishiodoshi à Rezé, 2010. Avignon-Clouet Architectes:
Si sviluppa in altezza l’estensione di una casa esistente che ha fornito un piano in più per ciascuno dei tre figli della famiglia. La facciata nord-ovest, riparata da un aggetto del tetto, è animata da un sistema di gronde prese in prestito dal shishiodoshi (fontana giapponese basculante in cui scorre l’acqua piovana). Questo originale e poetico dispositivo, non solo fornisce il recupero delle acque piovane, ma è anche un modo per rivisitare le grondaie, elementi esteticamente poveri e mettere la casa in relazione con giardino.
Superficie: 500 m² (lorda);150 m² (netta). Costo : 110.000 €. Foto: © Stéphane Chalmeau.

C12 (Ventura Lambrate) Slouch, design Anita Donna Bianco.

Arredi ibridi per utenti multitasking.

Arredi con spiccata personalità che superano il concetto di multifunzionalità e si ispirano a stili di vita e di lavoro più flessibili e meno convenzionali. Elementi ibridi da fruire in modo fluido, concepiti per ambienti di piccole dimensioni dove attività diverse si alternano, si sovrappongono, si fondono.

1 C12 (Ventura Lambrate) Slouch, design Anita Donna Bianco.

Complemento d’arredo ibrido con una duplice funzione: divano e tappeto; uno spazio “libero” ispirato ai tappeti-gioco per bambini.

2 Skandiform, Pond, design by Charlotte Elsner.

A table builds on the notion of the lounge as a pool of tranquillity, integrated within the water-lily shape is an elegant rack for storing magazines or e-book readers.

3 Adele C Design Collection, TT design by Ron Gilad.

“Un ibrido tra il concetto di vassoio e quello di tavolino”. Così descrive il suo progetto Ron Gilad. TT, Tray Table, sono infatti tavolini dalle linee esili caratterizzati dal top estraibile che diventa anche un vassoio.

4 Danese, Doubleside, design by Matali Crasset.

Un componibile gioioso elemento di arredo sedia/tavolo.

5 Martinelli Luce, Clochard, design Orlandini Design.

Non è solo una lampada, è anche un tavolino, è anche un vuota tasche, è anche un comodino, è un oggetto nomade, dinamico.

6 Prooff, SitTable design UNStudio.

Un tavolo-scrivania, luogo per il pensiero e terreno d’incontro sociale.

7 Tjep, Il Treno.

Intimità e romanticismo in un vezzoso tavolo-alcova per due che ricorda i vagoni dell’Orient Express.

APPiness: proposte di felicità con device mobili.

IL progetto APPiness è nato dalla collaborazione tra OgilvyOne e SPD Scuola Politecnica di Design. In una settimana è stato chiesto a sei gruppi di lavoro di progettare un’applicazione mobile per migliorare la vita delle persone. I giovani creativi di SPD – guidati dal Direttore Creativo Esecutivo Paolo Iabichino e affiancati durante il workshop dai creativi senior dell’agenzia Luca Comino, Andrea Guzzetti e Tommaso Minnetti – hanno concepito applicazioni in grado di costituire uno spazio virtuale di comunicazione e interazione tra sei importanti brand e i loro consumatori.

Giuria: composta da Guerino Delfino (CEO e Chairman di Ogilvy & Mather Italy), Paolo Iabichino (Executive Creative Director OgilvyOne e OgilvyAction Italia) e Federico Ferrazza, Responsabile di Wired.it – partner dell’iniziativa. Wired ha infatti deciso di dare il supporto a APPiness per la vicinanza del concept del progetto alla missione della rivista “cambiare in meglio il mondo”.

Le APP proposte sono promesse di felicità che comprendono maggiori utilità, usabilità, divertimento, accesso allargato, abbracciando tutti gli stili di vita e le categorie di consumo: viaggi, denaro, cibo, mobilità, moda e comunicazione.

Da anni il corso di advertising è orientato a individuare nella relazione tra le persone e i brand le nuove opportunità di scambio, oltre l’esperienza del prodotto. E sempre più spesso i brand sono chiamati a occuparsi di un benessere a tutto tondo, in modo che la semplice funzione d’uso di prodotti e servizi venga accompagnata da un reale miglioramento della vita delle persone e del loro quotidiano.

Il progetto vincitore: Get Lost è l’applicazione concepita dalle studentesse Alexandra Balisova, Livia Galeazzi, Viktoria Shopolova e Olga Mikhailova volta a far riscoprire alle persone la voglia di “esplorare” e “perdersi per scoprire”, in linea con la filosofia di Timberland. Il tema centrale dell’applicazione è il “verde” in città. Scoprire parchi, mappare luoghi verdi sconosciuti e inesplorati, identificare piante incontrate per strada muovendosi per la città con l’aiuto di una bussola, uno strumento analogico inserito in un device digitale. Queste e altre funzionalità coinvolgono l’utente e lo invitano a condividere le proprie scoperte.