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#99domandeWOW: opinion poll sul Workplace e i nuovi Ways of Working.

WOW! propone uno strumento inconsueto per identificare il sentiment, i dubbi, le opinioni e i quesiti sul tema del workplace e delle nuove modalità lavorative.
Un opinion poll attivato tramite i canali social che darà vita a un workshop in occasione dell’evento “5 anni di WOW!” il prossimo 21 marzo a Milano.
Insieme ad alcuni esperti discuteremo le opinioni ricevute e cercheremo possibili risposte.
Ora ci serve il tuo contributo: condividi la tua domanda sulle pagine FB, LinkedIn, Twitter di WOW! oppure invia la tua domanda via email.

Imitando il format della mostra “999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo” in corso alla Triennale, insieme al curatore Stefano Mirti lanciamo attraverso i canali social di WOW! l’opinion poli intitolato

#99 domandeWOW: quesiti sul Workplace e i nuovi Ways Of Working.
Qualificati professionisti in diverse discipline, tra i quali ovviamente anche Stefano Mirti, saranno presenti in occasione dell’evento per festeggiare il 5°anniversrio di WOW! dove è previsto un workshop per condividere e discutere le opinioni e i quesiti dei follower e, forse, trovare insieme delle risposte.

A formulare le prime due domande sono proprio Stefano Mirti e Raffaella Mangiarotti, che incontriamo alla Triennale di Milano all’interno dell’Undecided Space arredato da Manerba:

“Perché non si dorme in ufficio?” chiede Mirti.

“Può l’ufficio essere più bello e confortevole di casa tua?” è il quesito di Mangiarotti.
Si apre così il workshop in progress dedicato ai nuovi modi di vivere l’ambiente di lavoro.

Partecipa anche tu e condividi con il WOW! Network i tuoi interrogativi, usando l’hashtag #99domandeWOW.
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Internazionalizzare e fare sistema: queste le priorità del settore ufficio.

Lo scorso settembre, Gianfranco Marinelli è stato eletto all’unanimità Presidente di Assufficio (Associazione Italiana dei Produttori di Arredi per Ufficio e Comunità) dal Consiglio Direttivo.
Laureato alla Bocconi, Marinelli ha una conoscenze profonda del settore ufficio grazie al ruolo di direttore generale che per molti anni ha coperto in Unifor, azienda del Gruppo Molteni.
In occasione della sua elezione ha dichiarato “Sia compito e responsabilità dell’Associazione dare una nuova spinta e una nuova linfa al settore”.
Incontriamo il settimo presidente di Assufficio che in questa intervista esprime il suo punto di vista sul Mercato Ufficio e sulle strategie dell’associazione.

Quale pensa siano i suoi compiti principali in qualità di presidente di Assufficio?

Durante il primo consiglio direttivo ho indicato dei punti che credo debbano essere oggetto di approfondimento e per la cui realizzazione serve la spinta del presidente, ma anche la partecipazione e collaborazione di tutte le aziende associate.
Innanzitutto per l’associazione e per la sua sostenibilità è fondamentale ampliare il numero degli associati.
Tra i punti da affrontare avevo incluso anche l’importanza del Salone Ufficio 2019 e la necessità di dare un nostro contributo come associazione.
Vedo anche la necessità di dare una spinta all’internazionalizzazione che oggi e limitata solo alle principali aziende italiane del settore, mentre spesso le piccole aziende non ne hanno la forza.
Il tema è complesso ma bisogna iniziare a prendere in considerazione oltre a Orgatec anche altre fiere in altri Paesi ai quali si può accedere.
Altro aspetto importante che credo di dovere affrontare come presidente è l’urgenza di riprenderci un po’ della marginalità che, come settore, abbiamo perso.
Sull’esempio di quanto già fu promosso in passato, intendo proporre una sorta di decalogo etico che in fase di offerta impegni le aziende a chiedere al cliente il recupero di una serie di costi di logistica che oggi non possono più essere assorbiti nei prezzi di offerta: per esempio trasporto, montaggio, tiro al piano, certificazioni che vengono richieste, eventuale ritiro dell’usato. Servizi che potevano essere  forniti gratuitamente quando il mercato non chiedeva gli sconti ai quali siamo oggi costretti, ma che in questa situazione economica vanno a intaccare il margine industriale.
Vorrei anche che venisse aggiornato il contratto-tipo di fornitura a disposizione delle aziende associate; ne sono stato promotore perché ritengo che in qualsiasi trattativa, il fornitore sia avvantaggiato se può fornire un suo contratto; anche se ci saranno modifiche da apportare, l’azienda sarà agevolata  perché spesso i clienti impongono un loro contratto e diventa difficile aprire un contraddittorio per modificare clausole che a volte possono essere vessatorie.
Infine, nella mia posizione di neutralità, vorrei sollecitare una nostra “apertura mentale” invitando alle nostre riunioni un paio di volte all’anno esperti che parlino di economia in generale, di sviluppo tecnologico o di argomenti più specifici che vadano oltre gli aspetti che quotidianamente dobbiamo affrontare.
Una sfida che tutti dobbiamo porci è per esempio se esistono modalità alternative alla pura acquisizione di un’azienda da parte di un’altra, per esempio formule di collaborazione anche commerciale, per uscire dalla situazione di nanismo nella quale si trovano le aziende produttrici del settore ufficio.
Altra sfida che deve essere attuata è quella di “fare sistema” attraverso azioni concrete e declinata in vari ambiti.
Per esempio per Orgatec 2020 le aziende italiane si potrebbero presentare insieme chiedendo all’organizzazione un intero padiglione che possa esporre il valore del made in Italy come patrimonio comune.
Questi ritengo siano i compiti della cui soluzione vorrei essere promotore.

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Quali sono le sue impressioni sul mercato nazionale e quali le principali problematiche in Italia ed europeo dell’ultimo anno? Dal report FEMB quali dati emergono nel resto d’Europa?

Il settore ufficio è da anni sotto pressione; dal 2007 tutte le aziende – sia che operino sul mercato interno sia all’estero- hanno subito una forte riduzione della capacità di affari e una compressione sui margini operativi.
Le ragioni? L’ufficio è cambiato; qualcuno sostiene che il mobile per ufficio non serva più, ma io non condivido questa teoria. Credo che le aziende debbano, non solo adeguarsi ai trend attuali, ma anche prevedere le nuove necessità. Lo scenario attuale dimostra che a fronte di un calo del numero di scrivanie, aumentano altre tipologie di arredo per are colloquiali. Certamente l’ufficio non è più fatto solo di scrivanie.
La situazione non è molto diversa nel resto d’Europa, come è emerso dall’ultima riunione FEMB (Federazione Europea dei Produttori di Arredi per Ufficio) a Vienna , alla quale Assufficio ha preso parte.
Ad eccezione dei rappresentanti di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria che si sono espressi in termini positivi, tutti gli altri hanno evidenziato le difficoltà che derivano dalla compressione dei prezzi e dalla frammentazione della domanda che obbliga le aziende a essere artigiani anziché imprese.
In teoria questa richiesta del mercato potrebbe portare vantaggi all’Italia, ma in realtà questa frammentazione ha un costo che il mercato non vuole pagare. Il mercato pretende prodotti personalizzati, ma pretende di pagare lo stesso prezzo del prodotto seriale realizzato in migliaia di pezzi.

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Quanto pesano gli acquisti della PA in termini di fatturato e quante aziende coinvolgono in Italia?

La Pubblica Amministrazione rappresenta l’acquirente principale in Italia; CONSIP indice con frequenza biennale gare che arrivano a 40 o 50 milioni di euro.
Finora però solo poche aziende hanno partecipato perché il livello qualitativo del prodotto e il prezzo suggerito erano talmente bassi da non risultare interessanti per la maggior parte delle aziende.
Le cose però sono cambiate e stanno cambiando; grazie alla spinta della Commissione Tecnica dell’ Associazione che da anni dialoga con Consip, il livello qualitativo di riferimento si è alzato e conseguentemente anche i prezzi.
Il colloquio tra Assufficio e Consip è divenuto continuo e costante e, insieme, a dicembre si è convenuto di trovare soluzioni adeguate per evitare, come è accaduto in passato, che le gare andassero deserte a causa della complessità e della difficoltà di rispondere a tutte le normative indicate.
Come primo passo si rende indispensabile redigere capitolati ai quali le aziende associate possano rispondere. Questo è il nostro compito per permettere al maggior numero di aziende associate di partecipare, ma porta vantaggi anche all’ente appaltante perché la maggiore offerta si traduce inevitabilmente in prezzi più competitivi.
Ho potuto verificare la massima apertura e disponibilità da parte di Consip e anche del Ministero dell’Ambiente, come ha anche dimostrato la partecipazione del dr Sergio Saporetti (Direzione Clima e Certificazione Ambientale) al seminario “I CAM cambiano le regole?” che Assufficio ha organizzato sul tema dell’applicazione dei CAM (Criteri Minimi Ambientali) per gli acquisti della PA.

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Il prossimo Salone Ufficio 2019 si avvicina…cosa si può anticipare?

Da qualche mese stiamo lavorando su questo tema, Assufficio ha creato al suo interno un’apposita commissione con l’intento di raccogliere visioni e idee da parte delle aziende associate.
Quello che posso anticipare è che abbiamo individuato alcuni filoni tematici che si fondano sui concetti di tecnologie e approccio antropologico al workplace e stiamo discutendo con le strutture preposte del Salone del Mobile per individuare il “regista” che potrà concretizzare questi concetti.

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Dalla Burocrazia alla Zainocrazia. Seminario Assufficio (27/2 Milano).

In che modo si possono stimolare la dinamicità del nomadismo professionale e la fluidità dell’organizzazione aziendale all’interno del workplace?
“Dalla Burocrazia alla Zainocrazia: scenari per un ufficio fluido.” è il titolo del seminario organizzato da Assufficio per affrontare queste tematiche con Leonardo Previ, che ha coniato il neologismo “Zainocrazia”, e con qualificati relatori che offriranno diversi punti di vista (27 febbraio 2018, Milano).

Se l’organizzazione statica dell’ufficio dell’era industriale è bene sintetizzata nel termine Burocrazia, Zainocrazia è il neologismo che esprime modalità di lavoro agile, basate sull’interconnessione che sposano l’approccio esplorativo con la necessità del lavorare insieme in un workplace di qualità.

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Sarà Leonardo Previ (autore del saggio “Zainocrazia”, docente di Gestione delle Risorse Umane all’Università Cattolica e presidente di Trivioquadrivio) a descrivere gli elementi chiave della filosofia Zainocratica.
Seguito dal racconto di esperienze concrete che offriranno scenari e punti di vista diversi:
Andrea Montuschi, presidente di Great Place to Work, porterà la testimonianza delle Best Company; Paolo Mantero, architetto, racconterà l’esperienza di BNL che ha attivato un percorso di change management partendo dalla trasformazione dello spazio fisico; Paolo Favaretto, designer consulente di aziende in tutto il mondo, offrirà la panoramica delle mutate esigenze anche da parte delle aziende produttrici di arredi.
Modera l’incontro Renata Sias, direttore di WOW! Webmagazine.

Il seminario è gratuito e aperto al pubblico. E’ richiesto l’accredito entro il 23 febbraio 2018 compilando la scheda online o scrivendo a  assufficio@federlegnoarredo.it 

Titolo: Dalla Burocrazia alla Zainocrazia: scenari per un ufficio fluido.
Quando: 27 febbraio 2018 (ore 17,30/19,30)
Dove: Foro Buonaparte 65 Milano

Programma
17,15/ 17,30 Registrazione degli ospiti
17,30/ 17,45
Apertura dei lavori e introduzione al tema.
Gianfranco Marinelli (presidente Assufficio)
ore 17,45 /18,10
Zainocrazia versus Burocrazia
Leonardo Previ, autore del saggio “Zainocrazia”, docente di Gestione delle Risorse Umane all’Università Cattolica e presidente di Trivioquadrivio.
ore 18,10/18,35
Quanto sono “zainocratiche” le Best Company?
Andrea Montuschi, presidente di Great Place to Work Italia
ore 18,35/19,00
Il Caso BNP Paribas. La trasformazione dello spazio può stimolare il change management?
Paolo Mantero, architetto progettista degli interiors delle sedi BNLRoma e BNP Milano.
19,00/19,20
Lo zaino può sostituire la scrivania? Che cosa chiedono oggi al designer le aziende produttrici di arredi.
Paolo Favaretto, designer Favaretto & Partners
19,20/19,30 Dibattito
Modera l’incontro arch Renata Sias, direttore di WOW! Webmagazine e consulente Assufficio.
La serata si conclude con un aperitivo.

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Mark Catchlove allo IULM per parlare di Living Office (6/2/18, Milano).

Gli studenti dell’Università Iulm, all’interno del “Master LabDesignDirection: Communication & Management”, avranno la possibilità di scoprire come è cambiato il mondo del lavoro da Mark Catchlove, direttore del Knowledge e Insight Group di Herman Miller, azienda leader nella produzione di arredamento per ufficio, che terrà un seminario il 6 febbraio alle ore 14.

Mark Catchlove è un vero guru del workplace, con una trentennale esperienza nel settore ufficio; fa parte del team di Herman Miller dal 1998 e ha tenuto oltre 500 seminari nella regione EMEA.
Nell’incontro allo IULM, Mark Catchlove affronterà la relazione tra workplace e identità aziendale “Le ricerche dimostrano che cambiando l’ambiente fisico dell’ufficio in modo tale da riflettere il carattere e gli l’obiettivi aziendali, il lavoratore si sente maggiormente coinvolto e questo processo genera non solo maggiore prosperità all’individuo, ma anche all’insieme di tutti i colleghi e dell’azienda stessa. È dunque ora di ridefinire il concetto di ufficio”.

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Lavorando con antropologi, psicologi, ergonomi e designer, Herman Miller ha realizzato qualcosa di meglio di un semplice prodotto: ha ideato una metodolgia e filosofia per ispirare i lavoratori, aumentare la produttività e il coinvolgimento e rappresentare la filosofia dell’azienda. Tutto ciò è chiamato Living Office.
Il seminario rappresenta un’ottima occasione di apprendimento per futuri designers, product managers e architetti per capire in che modo sia cambiato l’ambiente e come le aziende debbano adattarsi a questo cambiamento.

Titolo evento: Living Office. Mark Catchlove all’Università Iulm.
Dove: Via Carlo Bo, 1, Milano
Quando: 6 Febbraio 2018, ore 14

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Ikigai: il benessere che viene dal sol levante.

Per vivere in una vera condizione di benessere è necessario dare un senso alla propria vita, trovare il proprio scopo di esistere e questo vale anche nell’ambiente di lavoro.
Applicare concetto giapponese di Ikigai nell’ambito professionale, come ci dimostra KMSenpai, può aiutarci non solo a evitare la tipica “sindrome da lunedì mattina”, ma anche a migliorare i rapporti con i colleghi, ad essere più sereni e meno stressati. Ecco in pochi semplici passaggi come essere più felici al lavoro.

Secondo la cultura giapponese ognuno ha il proprio Ikigai. La traduzione suona più o meno “il senso della propria esistenza”, “la realizzazione di ciò che si desidera per la propria vita”. Ma quanti possono davvero dire di averlo trovato?
Possiamo scoprirlo rispondendo, senza barare, a 4 domande:
1) Che cosa ti appassiona e davvero desideri fare?
Ognuno ha una sua motivazione forte e forse i desiderata non sempre corrispondono a quello che fa per guadagnare.
2) Che cosa sai fare bene?
Ognuno ha una sua abilità, ma non sempre questa bravura corrisponde a quello che vorrebbe fare o che fa di lavoro.
3) Il mondo che cosa vuole da te?
Domanda importante che entra nella sfera della propria mission, nell’ambito dell’etica e della corporate social responsibility. Nell’ambito lavorativo riguarda anche le aspettative che gli altri hanno nei nostri confronti.
4) Qual è la tua professione?
Domanda molto pratica, forse non semplice in un’era multitasking, che può anche generare risposte in contraddizione con quelle delle domande precedenti.

E poi?
Trovare l’equilibrio è il trucco, come illustra l’immagine, anche se la ricerca interiore per riuscire ad applicarlo può essere lunga e certo non immediata.
Per esempio non è detto che seguire solo la propria passione renda felici, ma è molto probabile che possiamo provare benessere e soddisfazione se riusciamo a collocarci in quell’area centrale che si determina tra i diversi elementi.

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Come applicare l’Ikigai nell’ambiente di lavoro.

KMSenpai, società di consulenza nella gestione d’impresa che da 20 anni opera in Italia, applica questo approccio in azienda con l’obiettivo di rendere più piacevole il clima del luogo di lavoro.
Tra i casi di successo vanta quello di un’azienda del settore plastico che ha totalmente modificato il proprio stile di gestione con ottimi risultati.

In un articolo recentemente pubblicato nella sua newsletter, KMSempai propone una serie di domande che il manager può porsi per capire se il suo stile di gestione permette ai collaboratori e dipendenti di trovare il proprio Ikigai:
1) Puoi ritenerti un buon capo se rendi gli altri infelici?
2) Talento e passione sono stati criteri base nella selezione dei collaboratori?
3) Fai qualcosa per evitare che i tuoi colleghi e collaboratori siano infelici nel luogo di lavoro?
4) Intorno a te ci sono persone intelligenti costrette a fare lavori stupidi?
5) Personale demotivato può dare buoni risultati in termini di produttività?

Per essere più concreti KMSempai suggerisce poi una sorta di decalogo per definire i pilastri di un’azienda che genera benessere e Ikigai, I punti sono contestualizzati in tre diversi ambiti.
1) Individuazione e condivisione degli scopi da raggiungere espressi in:
risultati
attesi, in termini di obiettivi e performance (perché, quanto);
tempi da rispettare in termini di date fasi di processi (quando);
risorse materiali o immateriali da rendere disponibili e utilizzare (chi, cosa, come);
2) Individuazione e condivisione del metodo espresso in:
formazione
da effettuare e comunicazione da attivare;
fattori critici da monitorare e azioni correttive in caso di allontanamento dagli obiettivi;
analisi autocritica risultati e anche di eventuali fattori che abbiano portato al mancato raggiungimento degli obiettivi;
3) Design e ottimizzazione dello spazio fisico del workplace con l’obiettivo di:
evidenziare le disfunzioni
nel flusso delle attività, per poter risolvere immediatamente i problemi;
ridurre al minimo i costi fissi
e i tempi morti;
analizzare i costi
separandoli in base alla loro natura (interni, esternio, diretti, comuni);
eliminare gli sprechi e anche tutto ciò che non è utilizzato o che rende poco agevole muoversi nello spazio.

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Buone abitudini quotidiane.
Infine KMSempai ha stilato una sintetica guida di azioni che dovrebbero essere normale comportamento quotidiano tra colleghi, basato sul rispetto della persona.

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WOW! festeggia i suoi primi 5 anni… e cambia.

WOW!, un’avventura cominciata quasi per gioco cinque anni fa, segna un traguardo importante che vogliamo festeggiare adeguatamente per tutto il 2018, ovviamente nello stile WOW! in modo informale, dinamico e originale.
Per iniziare, sarà online a febbraio WOW #61 in versione responsive con una grafica completamente rinnovata.
A marzo è previsto un evento, chiamiamolo pure una festa di anniversario, dove non si spegneranno solo 5 candeline, ma si darà vita a un workshop in progress.
Il resto per ora è top secret.. su WOW! e sulle pagine social scoprirete tutti i dettagli. Stay tuned!

Sono stati 5 anni intensi, stimolanti e fecondi: 60 numeri, più di 2500 articoli oltre agli incontri jelly session, i corsi per architetti e i seminari; abbiamo superato le 500.000 sessioni, non poche per essere un magazine “di nicchia”.
Questi 5 anni hanno dato l’occasione di imparare cose nuove a me, ignorante digitale, nonostante 40 anni di esperienza nell’editoria cartacea.
Giovani collaboratori che hanno l’età dei miei figli mi hanno fatto da maestri. Forse proprio per questo mi sono divertita.
Abbiamo fatto crescere il magazine trasformandolo in una vera e propria piattaforma multimediale strettamente integrata con le pagine social e gli eventi.
Possiamo affermare senza modestia di essere diventati un punto di riferimento sulle nuove modalità lavorative e sulla nuova identità che il workplace sta assumendo. Temi che interessano sempre più persone e che toccano anche la sfera emotiva di ognuno di noi.
Naturalmente vogliamo ancora migliorare e potervi offrire contenuti di sempre maggiore valore e occasioni di confronto, interazione e sorpresa.

Editoriale di Renata Sias

Ringraziamo i nostri follower e soprattutto le aziende partner che hanno aderito a questo progetto e sostenuto WOW!
AkzoNobel, Aresline, BTicino, Caimi, Cardex, Dieffebi, Emme Italia, Estel, Fonology, Herman Miller, HW style, Interface, Kinnarps, Linak, Manerba, Mascagni, Plantronics, Sedus, Snowsound.

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Smart design per gli uffici Arcadis a Milano.

Materiali, arredi e colori: sono questi gli ingredienti dello smart design degli uffici Arcadis di Milano disegnati da D2U. Attraverso il bilanciamento di questi elementi, la divisione degli spazi di lavoro in isole e il bilanciamento tra spazi per la condivisione e ambienti individuali, il progetto ha come obiettivo quello di favorire la sinergia nei gruppi di lavoro, adattando le tendenze dello smart working alla particolarità aziendale.

Nel riunire i propri uffici in un’unica sede a Milano, in via Monterosa 93, Arcadis si è posta come obiettivo quello di utilizzare il design per “infondere sempre più sinergia nei gruppi di lavoro” interpretando “in chiave efficace le linee guida del gruppo in chiave smart working”, come ha riferito Roberto Talotta, Managing Director dell’azienda.

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I 1.500 metri quadrati del progetto sono stati affidati al team di D2U (Design to Users) guidato da Jacopo della Fontana, che lo ha sviluppato in stretta collaborazione con un team interno e al project manager Arcadis Alberto Spacone. “Progettare al fianco del cliente permette di interpretare in chiave creativa il brief e rispettare gli obiettivi di tempi e costi stabiliti”, spiega l’architetto della Fontana.
Il workplace ruota attorno alle due grandi navate a tutta altezza intervallate da un mezzanino centrale, collegate tra loro da scale a vista e raggiungibili in entrambe i piani da due ingressi su due livelli diversi.

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In questo spazio prevalentemente open, si alternano spazi chiusi per riunioni e che favoriscono la concentrazione, le aree di ricevimento per i clienti e la caffetteria interna. Le postazioni di lavoro, invece, sono raggruppate per ambito di attività in isole, intervallate da tavoli per riunioni del team e da postazioni individuali, garantendo uno spazio capace di seguire le necessità che si creano durante il processo lavorativo e la giusta flessibilità per accomodare le future esigenze e cambiamenti dell’azienda.

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Protagonisti dello spazio sono i colori, i materiali e gli arredi, studiati in un approccio ergonomico per garantire comfort e assorbimento acustico in un ambiente vibrante e dinamico. Gli arredi, in particolare, prevalentemente disegnati dalla casa olandese Ahrend, hanno visto coinvolti anche diversi fornitori tra cui moquette Interface.
Testo di Gabriele Masi.

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Wellbeing, wellness, welfare aziendale: è in atto l’era del well-workplace.

Il termine “well” è entrato con forza nell’ambito degli stili di vita e soprattutto di lavoro.
Il Benessere, esigenza primaria dell’essere umano, sta modellando un nuovo approccio al progetto del workplace e di tutto l’ambiente costruito. Sta assumendo un valore sempre più rilevante la funzione del generare bene, benessere.
I motivi sono etici, ma anche economici: non nascondiamoci che dietro alla sostenibilità (e anche dietro alle certificazioni!) c’è un grande business e molto marketing: il wellbeing è uno strumento di comunicazione per l’azienda e un fattore che impatta sul valore dell’immobile ed è dimostrato che il dipendente che sta bene è più produttivo

Non è solo una tendenza, è una nuova sensibilità diffusa che riguarda la necessità di un rapporto diverso con l’ambiente che ci ospita.
Una consapevolezza condivisa che in spesso sembra sinonimo di sostenibilità, ma “La sostenibilità è il mezzo, il benessere dell’uomo è il fine” come, in occasione di WellFerence, ha spiegato Giovanni Fabris, fondatore di Welldome, società di General Contractor che ha come mission il Ben-Essere negli ambienti costruiti.
La visione di benessere nel workplace, che si è per molto tempo confusa con l’ergonomia, oggi non è più incentrata solo sulla salute e la prevenzione di patologie, ma considera anche il benessere fisico, psichico e sociale.
Questa visione olistica ha oggi uno strumento di misurazione grazie al protocollo di certificazione Well che, spostando l’attenzione dal funzionamento dell’edificio a quello dell’organismo umano, valuta il livello di condizioni di vita ottimali attraverso 7 categorie di analisi e certificazione (aria, acqua, alimentazione, luce, fitness, comfort e mente) offrendo un’ulteriore dimostrazione che l’ambiente svolge un ruolo chiave per il raggiungimento del benessere.
La qualità della vita rimanda anche al Welfare aziendale, fino a pochi anni fa un approccio costituito da un insieme eterogeneo di iniziative sporadiche finalizzate al benessere dei dipendenti. Un concetto che si è recentemente evoluto fino a diventare un vero e proprio sistema organico ed equilibrato di gestione del personale adottato non solo dalle grande aziende.
WOW ha trattato più volte questo tema e in questi 5 anni e ne ha seguito il percorso evolutivo, ben sintetizzato nell’articolo “Mente, corpo e ambiente: benessere 3D in ufficio”.

Anche da IFMA in occasione della 18a edizione di FM Day, ha parlato di ricerca del benessere nella conferenza “Il welfare come stile di gestione amato dalle grandi aziende” affrontando come è cambiata la domanda di welfare e come ha modificato l’offerta di servizi legati al benessere dei dipendenti. Un argomento incluso anche nella legge di stabilità che ha ampliato il panorama delle prestazioni e dei servizi compresi nei piani di welfare, come ha illustrato Franca Maino, Direttrice del Laboratorio “Percorsi di secondo welfare”.
Non va trascurato che “il benessere è un fatto di Cultura, basato sulla condivisione di obiettivi e strettamente connesso con la comunicazione e la percezione dell’azienda” come ha spiegato Luca Ferioli, business developer di CEG Facility che ha sottolineato come gli effetti positivi generati dal benessere non richiedano budget elevati da parte dell’azienda.
Dunque si offre benessere per essere più attrattivi e anche perché, come ha commentato Giandomenico Martino, Facility Manager di ConTe.it “Le persone a cui piace quello che fanno, lo fanno meglio!”
Generare benessere è un percorso in progress, non illudiamoci di trovare ricette valide: come illustra la Piramide di Maslow, sempre attuale dopo oltre 60 anni, una volta realizzati i bisogni fondamentali si genereranno nuove necessità perché la nozione di benessere è in costante evoluzione, anche nell’ambiente di lavoro.

Editoriale di Renata Sias, direttore di WOW! Webmagazine.

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Living Office, IoT e co-design: nuove visioni da Worktech17.

L’ufficio non come è pensato, ma come è vissuto. Questo è il punto in comune dei diversi approcci contemporanei al design dell’ambiente di lavoro, che uniscono tecnologia, benessere e cultura aziendale, partendo dall’esperienza e dalle necessità del singolo, come ha testimoniato il forum Worktech17 Madrid, a cui ha partecipato Herman Miller con aziende leader come Interface insieme a grandi studi di architettura come Zaha Hadid ArchitectsCarlo Ratti Associati e Studio Banana.

“We feel before we think”: prima di agire in modo conscio, il nostro corpo percepisce in maniera inconscia l’ambiente, un fattore che ha un potente impatto su di noi. Questa è una delle sette provocazioni contenute nello studio Living Office, condotto da Herman Miller in collaborazione con antropologi, psicologi e designer, che ha come scopo quello di studiare l’ambiente ufficio in un approccio olistico, definendo dei punti in grado di orientare la discussione tra progettisti e azienda.  I risultati della ricerca sono stati confermati dalle diverse realtà progettuali intervenute a Worktech17, un forum dedicato a tutti coloro che sono impegnati nel futuro del lavoro e dell’ufficio tra real estate, tecnologia e innovazione.

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Particolarmente interessante nell’intrecciare questi tre aspetti è la modalità di progettazione proposta da Ulrich Blum, di Zaha Hadid Architects nel suo intervento dal titolo già indicativo “The self-learning workplace”.  La disposizione degli elementi e delle persone all’interno dello spazio si deve basare, secondo Blum, sul monitoraggio costante di dati attraverso rivelatori e sensori IoT costantemente all’opera: bisogna pensare l’ambiente ufficio come un network vivo che si definisce in una attività quotidiana in grado di essere letta in base a parametri come distanza, visibilità e illuminazione.

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Attraverso i dati raccolti, il progettista può calcolare quali siano le necessità reali di ogni singolo dipendente e disporre le scrivanie e i diversi tipi di ambiente per ottimizzare la comunicazione, la concentrazione e il tempo di lavoro. Le stesse informazioni possono essere usate anche per creare algoritmi in grado di calcolare i gruppi di lavoro più efficaci e metterli nelle migliori condizioni: l’idea è quella di sovvertire l’idea di gerarchia: non più quella che pensa il boss, ma la gerarchia per come si forma nella realtà di ogni giorno. “Vogliamo inserire le persone in una reale gerarchia e non in una artificiale. Questo è il nostro metodo di lavoro: facciamo sedere una persona al desk e misuriamo la distanza che percorre, finché non raggiungiamo il miglior compromesso tra i diversi parametri. Dobbiamo mettere insieme arredo e intelligenza artificiale, in modo da aumentare la flessibilità che gli arredi possono dare”.

L’ufficio, dunque, è prima di tutto un’interazione reale tra persone: “you +me = 3” è un’altra provocazione di Living Office e così come “incontra una meravigliosa confusione”, che mette in luce come gli uffici debbano esprimere un caos controllato, base imprescindibile di un processo creativo. Questa interazione può essere guidata dalla tecnologia, un elemento fondamentale che è in grado di sovvertire il rapporto tra uomo e ambiente. “La tecnologia deve creare un ambiente resiliente. Dobbiamo pensare non come noi che ci dobbiamo adattare all’ambiente, ma come l’ambiente si possa adattare a noi. Dobbiamo sperimentare per progettare spazi che siano in grado di modificarsi per le esigenze che arriveranno tra vent’anni e l’unico modo di andare incontro al futuro è inventarlo, fare esperimenti, applicare i prototipi alla realtà e vedere come la gente reagisce ad essi”. È stato questo il cuore dell’intervento di Marco Maria Pedrazzo di Carlo Ratti Associati, uno studio che ha fatto del “management tecnologico” dell’ambiente il proprio campo di ricerca.

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Occorrono a questo punto due precisazioni. La prima è che la tecnologia diventa davvero efficace quando ci dimentichiamo della sua presenza: si realizza di avere una scarpa bella quando non la si sente addosso, e così deve essere per la digitalizzazione dell’ufficio: la sfida è quella di inserirla nel processo lavorativo come una cosa naturale.  La seconda invece riguarda l’ultima provocazione di Living Office: “The next thing isn’t for you”. L’innovazione, a qualunque livello e in qualunque ambito si presenti, deve rispettare la cultura aziendale, le reali necessità è i tempi del processo di evoluzione in atto. L’innovazione non deve, quindi, spaventare, allontanare i lavoratori o minare il senso di appartenenza, ma deve generare l’esatto contrario: l’intervento di Key Portilla dello Studio Banana è andato proprio in questa direzione.

studio-banana-wow-webmagazineCome inserire la tecnologia nell’ambiente di lavoro? Attraverso un processo che parte dalla sorpresa, in grado di generare una curiosità e apprendimento costante, anticamere della creatività. Può essere interessante costruire lo spazio attraverso sessioni di co-design, in cui i manager o i dipendenti prendono parte attiva alla realizzazione dell’ambiente di lavoro, facendo così aumentare loro il senso affettivo e di appartenenza. Infine, un’altra indicazione può essere quella di pensare agli ambienti di lavoro come dei campus universitari, basati su diversi ambienti in grado di favorire diverse attività e diversi stati emozionali.

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Per creare un senso di benessere in ufficio, però, la tecnologia non basta: non bisogna scordare l’attrazione e l’amore istintivo dell’uomo per la natura. Oliver Heath, di Interface, ha esposto una interessante ricerca che dimostra come un “design biofilico” capace di ricreare questo contatto con la natura, un “sense of nature”, attraverso il diretto contatto con elementi naturali (luce, piante, acqua) o riferimenti ad essi (colori, pattern, materiali) può ridurre lo stress e aiutare il benessere, migliorando la produttività, la felicità e il senso di appartenenza. Un design che tenga conto della naturale biofilia dell’uomo, inoltre, aiuta la creatività, offrendo spazi adatti al relax che permettono di calmare o ridare energie, essenziali durante una lunga giornata di lavoro.
Report di Mario Colombo (Herman Miller), editing di Gabriele Masi.

 

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Design, non solo business, ma un obbligo morale.

Comasco di nascita e cosmopolita per vocazione, Mario Colombo vive con grande interesse le relazioni con clienti e rivenditori appartenenti a culture e Paesi diversi perché crede che la comprensione della diversità possa essere la chiave per una crescita in tutti i campi.
Perfettamente calzante è dunque il ruolo che ricopre come direttore commerciale dell’area mediterranea per Herman Miller, azienda multinazionale fondata in Michigan oltre un secolo fa e nota in tutto il mondo come esempio di innovazione e di eccellenza nel design.

Quali sono i valori aziendali che guidano e distinguono Herman Miller in tutto il mondo?

Esistono delle linee guida storicamente riconosciute nell’azienda e che a mio avviso si possono riassumere in una singola frase: “Design non solo come business, ma come obbligo morale”.
La missione di Herman Miller è quella di creare delle soluzioni di design che aiutino le persone a fare grandi cose. Ciò sintetizza il nostro atteggiamento nell’approccio alla progettazione dei prodotti, sempre intrapreso contemplando la centralità dell’individuo.
Accoppiato a questo criterio c’è un impegno costante per l’ambiente che è stato un focus fin dagli anni ’50.

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In che modo questi valori diventano driver delle vostre strategie?

Ogni prodotto realizzato deve essere generato tramite quello che viene definito “Human Centric Design”. Se un elemento non ha alcuno scopo per l’utente, ha fallito questo obiettivo. Questo modus operandi è intessuto nel DNA della società e lavoriamo con designer come Yves Behar, Studio 7.5, Tim Wallace, e altri che condividono il nostro atteggiamento e la nostra passione.
I nostri obiettivi ambientali vanno di pari passo con il processo di progettazione. Ogni articolo viene valutato per la sua riciclabilità alla fine della sua vita, ma altrettanto importante è creare prodotti fatti per durare.
Ad esempio, la sedia Aeron recentemente riproposta nella versione Remastered, fino al 91% riciclabile, è anche dotata della nostra garanzia di 12 anni 24 ore su 24.

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Da sempre Herman Miller ha avuto il ruolo di grande innovatore e portatore di visioni inedite per l’ufficio -penso a masterpiece come Action Office o Aeron, solo per fare due esempi. Oggi sono ancora possibili evoluzioni straordinarie di questo tipo? 

Il paesaggio dell’ufficio è in continua evoluzione, quindi è difficile prevedere come le cose cambieranno in 5 o 10 anni.
L’home office guadagna consensi anche in Europa e nell’area mediterranea, la flessibilità è una linea guida per molte organizzazioni, segnali che lascerebbero intuire una progressiva e radicale trasformazione dell’ufficio. Penso che gli spazi collaborativi negli uffici continueranno a crescere, così aziende come Herman Miller cercheranno di identificare i modi migliori per supportare le persone che lavorano in quegli spazi.
Abbiamo progettisti in tutto il mondo che lavorano per lo sviluppo di nuovi prodotti, e presto ci saranno novità sul mercato globale e europeo.

Nel tuo ruolo di Sales Director della vasta area che va dal Portogallo fino ad Israele includendo l’Italia, quale differenze cogli nella cultura del lavoro, nelle esigenze e nei ways of working dei diversi Paesi?

Operando in latitudini e longitudini cosi ampie ho modo di osservare molte realtà culturalmente diverse fra loro, e farei una distinzione tra clientele multinazionali e organizzazioni locali. Le multinazionali spesso hanno linee guida operative standardizzate in tutto il mondo anche per le scelte di design, a prescindere dal paese in cui operano. Organizzazioni meno esposte al circuito globale detengono ancora la prerogativa dell’approccio individuale nelle scelte.
Gli architetti che si occupano di interior design, fit-out, progettazione di modelli, sono sempre i migliori ambasciatori dei trend di modernizzazione in quanto sono le persone a cui i clienti, sia globali che locali, si appoggiano per la consulenza e il progetto. Questo è un denominatore comune in tutti i Paesi in cui lavoro. Quindi l’importanza della divulgazione anche tramite gli architetti è fondamentale per un’azienda come la nostra al fine di espandere le nostre ricerche e i nostri risultati nell’osservazione delle modalità di operare nell’ufficio racchiuse nel progetto Living Office.

Le ricerche sulle tematiche e nuove prospettive del workplace che Herman Miller sviluppa in USA- quindi basate su una cultura anglosassone- sono valide e applicabili anche nei Paesi dell’area mediterranea?

Mentre molte ricerche provengono ancora dagli Stati Uniti, teniamo conto del fatto che ci sono tendenze che si sviluppano in tutto il resto del mondo. Osservando i clienti in Italia, in Europa e nel bacino del Mediterraneo, vediamo gli stessi orientamenti verso uffici open space e spazi collaborativi.
Il Regno Unito e l’Europa si stanno muovendo da anni in questa direzione addirittura più velocemente rispetto agli Stati Uniti.
Un altro esempio è l’interesse per i tavoli sit-stand regolabili in altezza si è sviluppato in Scandinavia molto tempo prima che venisse abbracciato nell’area del Mediterraneo.
Le nostre ultime ricerche convergono sul tema “Happiness in the office” un seminario che divulghiamo sempre più spesso e che rivela come le dinamiche di approccio al lavoro in ufficio sono le stesse in tutto il mondo, per cui l’intento è quello di creare uno strumento opportuno per capire la natura dell’azienda cliente e le personalità delle persone che ci lavorano, al fine di offrire un approccio olistico nella progettazione dell’ufficio. Questa ricerca converge nel progetto Living Office già menzionato.

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Negli ultimi mesi la filiale italiana è stata oggetto di cambiamenti. Come è organizzata la nuova struttura? Quali saranno i punti di forza e quali strategie sono previste per affrontare il mercato in Italia?

Dopo vari anni trascorsi nell’area Export, sono molto felice di poter dare il mio contributo all’azienda anche per il mercato italiano. Lo Showroom Herman Miller di Milano è un Hub Europeo che, assieme a Parigi e Londra, consolida una presenza forte nella regione EMEA.
La mia priorità è quella di mantenere e, dove necessario, intensificare una rete distributiva efficiente e in linea con la visione di crescita nel il bacino del Mediterraneo in cui operiamo tramite funzionari storici e anche grazie a nuove leve, che fanno parte ora della nostra organizzazione cosiddetta a matrice.
Alcuni colleghi appartengono a linee di reporting non correlate a me, ma bensì alla filiale nel Regno Unito. L’azienda ha consolidato la regione del Sud Europa comprendendo Italia, Iberia e East Med, per allineare le strategie in territori molto diversi fra loro, alcuni dotati di una presenza diretta come in mercati consolidati -quale è l’Italia, dove abbiamo showroom e uffici- altri con colleghi operanti da remoto come nell’East Med e in Iberia.
La divulgazione delle nostre ricerche è un asset che utilizziamo volentieri in tutta la regione dell’EMEA -anche nelle aree che seguiamo dall’Italia- che ci offre visibilità con clienti e architetti, i quali hanno un ruolo fondamentale.
La divulgazione avviene tramite seminari, partecipazione a eventi e conferenze in collaborazione con il nostro Insight Group gestito da colleghi che si occupano prevalentemente di ricerca e sviluppo nel settore.

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Il futuro dell’Italian Smart Office con 80 anni di passato.

Massimo Stella, 42 anni, rappresenta l’ingresso della terza generazione in Estel Group dove ha iniziato a lavorare nel 2006.
Dal 2012 ricopre la carica di Sales Director, ma più che il suo ruolo tiene a sottolineare il “lavoro di squadra” portato avanti con impegno e dedizione. Nessun conflitto, quindi con le generazioni precedenti e forse proprio l’equilibrio dinamico e il quotidiano confronto su strategie, comunicazione, persone e prodotti sono tra i motivi del successo di questa azienda, posizionata tra le prime 20 in Europa, che celebra l’80esimo anniversario.

Dalla sua fondazione, quali sono state le tappe principali che secondo te hanno portato Estel tra le prime 20 aziende in Europa? Oggi ripercorreresti lo stesso percorso?

Il momento di svolta coincide certamente con l’ingresso della seconda generazione in azienda avvenuto negli anni ’70, con il susseguente passaggio da azienda artigianale ad industria; un altro momento focale è stato l’ingresso nel mondo dell’arredo ufficio all’inizio degli anni ’80.
Poi, nei primi anni 2000 l’azienda si è evoluta ulteriormente, interiorizzando la cultura del progetto: grazie ad una gamma di prodotti allargata e alla capacità di realizzare soluzioni custom e su misura, richieste ed apprezzate soprattutto dai grandi clienti.
Ogni storia è figlia del suo tempo: il prossimo percorso sarà segnato da una velocità di percorrenza ancora superiore.

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Quali sono i valori aziendali che guidano e distinguono Estel in tutto il mondo?

Estel è un’azienda in costante divenire, che osserva e analizza la realtà e le evoluzioni del mercato su scala globale per poter sviluppare le giuste risposte in termini di prodotto. Siamo giunti ad essere leader nel settore degli arredi per uffici in un periodo storico (gli anni 80’ e 90’) assai differente dal contesto odierno: oggi partiamo dall’assunto che l’attuale mondo del lavoro ha subito un cambiamento epocale poiché nelle aziende di ogni dimensione la staticità delle postazioni fisse è stata messa in discussione grazie alla possibilità di lavorare in costante mobilità, con la conseguente necessità di dover adeguare tutti gli spazi di lavoro.
La tecnologia è il motore di questa grande rivoluzione; quindi per consentire ad uno smart worker di ottenere le migliori prestazioni è assolutamente necessario offrire i giusti strumenti, ovvero soluzioni di arredo in grado di facilitare la vita del lavoratore nomade: Estel risponde aumentando l’investimento in Ricerca e Sviluppo per migliorare costantemente il Know-how Tecnico-Organizzativo e la Logistica, con il fine di proporre prodotti sempre più sofisticati in termini di design, materiali ed integrazione tecnologica, ma sempre con molta attenzione alla convenienza.
L’altro aspetto cruciale è certamente quello della progettazione: non ci consideriamo più solo dei “semplici” produttori di mobili ma un’azienda in grado di offrire soluzioni complete per lo space planning degli ambienti di lavoro, grazie alla vastità della nostra gamma e alla capacità e all’esperienza dei nostri progettisti.

Qualità del design e ricerca sono tra i fattori di successo di Estel, in percentuale quante energie e risorse dedicate a questi fattori?

L’avvento di nuove modalità di svolgimento delle attività lavorative ha investito in maniera diretta anche l’attività di progettazione dei luoghi di lavoro, secondo una semplice relazione: se cambia il metodo di lavoro anche l’ambiente in cui questo si svolge deve modificarsi.
La ricerca è da sempre per Estel un elemento strategico: proprio per questo motivo ogni prodotto – sia esso una scrivania, una seduta da ufficio o una parete attrezzata – nasce dopo un attento processo di studio finalizzato alla definizione di un concept. L’obiettivo finale è quello di creare oggetti che garantiscano benessere e funzionalità all’interno dell’’ambiente di lavoro.
In termini di progettazione il nostro approccio pone dunque il lavoratore al centro del processo creativo, con il fine creare arredi che possano accompagnare al meglio le varie attività che si svolgono in un ufficio; proprio per questo gli arredi della nostra gamma Smart Office non sono più categorizzati in maniera “gerarchica” (esecutivo, direzionale…) ma in base alla loro funzione.
Un team di professionisti affiatati e la continua collaborazione con studi di architettura d’interni di primo piano permettono a Estel di essere una delle aziende leader nel settore dello Smart Office, con prodotti unici sia in termini stilistici sia per quanto riguarda la qualità dei materiali.


Estel si è fatta promotrice del “piacere del lavoro agile”, coniando il claim “Italian Smart Office”: tra i vostri clienti quanti in Italia e all’estero abbracciano l’approccio smart working e quanti sono legati a visioni più tradizionali?

E’ innegabile che rispetto agli Stati Uniti, pionieri dello smart working, il nostro paese sia in netto ritardo. Se valutiamo invece i Paesi della UE solo Inghilterra, Germania e paesi scandinavi sono “avanti” in termini di meri numeri.
Il 2016 per l’Italia è stato un anno di svolta: il nostro paese sta cominciando a recepire i possibili vantaggi che lo Smart Working può apportare all’azienda ed al dipendente, anche in virtù del recente decreto legge. Le grandi imprese italiane cavalcano l’onda di questo nuovo modo di lavorare da anni, facendo registrare un aumento del 30% di progetti strutturati di Smart Working, mentre le PMI cominciano gradualmente ad avvicinarsi a questo mondo.
Il cambio di mentalità è forte: i lavoratori oramai sono divenuti flessibili e disposti a “rinunciare” ad abitudini un tempo radicate – come la personalizzazione o la dimensione della propria scrivania – e grazie al cambio generazionale c’è una maggiore predisposizione verso  nuove indispensabili tecnologie.
Secondo i dati del Politecnico di Milano sono oltre 300.000 i lavoratori “Smart” in Italia ma, a mio avviso, questo numero è destinato a crescere fortemente con l’arrivo delle nuove generazioni di lavoratori cresciuti a “Pane e Tecnologia”, abituati a stare in continuo movimento e ad essere cittadini del mondo.

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Avete arredato alcuni tra i più autorevoli HQ in tutto il mondo, come viene accolta la vostra visione di “Italian Smart Office”? Quali differenze cogli nella cultura del lavoro, nelle esigenze e nei ways of working dei diversi Paesi? 

Nei Paesi che lavorano in maniera “smart” da molto più tempo rispetto all’Italia ci si trova a dialogare con stakeholders già formati sulla materia; in altri Paesi invece queste teorie sono ancora semi-sconosciute e provocano curiosità ed interesse.
In base allo stato dell’arte, dunque, cambia nettamente l’approccio commerciale: se, ad esempio, negli Stati Uniti si propongono i nostri prodotti sottolineandone gli aspetti di design e finiture, molto differente sarà l’approccio utilizzato in chiave commerciale nel Far East, dove si punta maggiormente a far conoscere e proporre un più articolato concept.
Questa flessibilità in chiave commerciale è doverosa per aziende della nostra dimensione e riflette la nostra identità: per natura abbiamo la capacità di offrire prodotti seriali su larga scala ma, allo stesso tempo, siamo aperti a piccole declinazioni in termini di misure e finiture poiché sappiamo che nel contesto internazionale gusti e modalità di lavoro possono essere molto differenti.

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Architettura della comunicazione per un ufficio da WOW effect.

“Find your way!” È questo il motto del futuro mondo del lavoro e del workplace, secondo la trend expert Birgit Gebhardt, intervenuta all’evento “L’evoluzione dello Smart Working: ripensare il lavoro, ridisegnare lo spazio”, presso lo showroom Dieffebi a Milano. Un ambiente costruito attorno a network e a dati, dove lo spazio si personalizza in una cultura basata sulla comunicazione e collaborazione.

Siamo in un momento in cui l’ufficio sta perdendo il suo WOW effect e la sua centralità, soppiantato da spazi terzi che permettono di svolgere il proprio lavoro in maniera più adatta alle esigenze individuali e a volte più efficace e creativa: come ripensare allora l’ufficio per fare in modo che giochi ancora un ruolo importante nel futuro?

Birgit Gebhardt è intervenuta a proposito lo scorso 10 ottobre, nell’evento organizzato nel palinsesto dei Brera Design Days presso lo showroom Dieffebi che, proprio nell’occasione, festeggia il primo anno dall’apertura.
La studiosa tedesca è partita da un’analisi del cambiamento strutturale in cui sono immersi il mondo del lavoro e la società attuale: da una struttura focalizzata sull’industria, e che trovava in “standardizzazione” e “massificazione” le sue parole chiave, si sta passando, nell’era digitale, a una struttura che mette al centro il network e lo scambio massivo di dati, permettendo una maggiore focalizzazione sull’individuo. Se il motto era precedentemente “big, faster, cheaper, further” oggi è diventato “unique, as many as needed, on the spot, feasible by anybody”.

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Il design dell’ambiente di lavoro diventa così la chiave per favorire e porre l’accento sulla comunicazione, non più per strutturare e definire rigidamente i processi, ma per fornire un palcoscenico per diverse performance e competenze.
Uno spazio che, grazie alle nuove tecnologie IoT, diventa intelligente, capace di portare ovunque e sempre la comunicazione, emozionale e in grado di influenzare la nostra creatività e i nostri stati d’animo.
L’ufficio ha dunque bisogno di una “architettura della comunicazione”, capace attraverso la trasparenza, la non gerarchizzazione, la continua malleabilità e interazione con l’utenza di creare uno spazio dove l’individuo possa esprimere, far crescere e imparare nuove competenze.
“Non abbiate paura di provare qualcosa di totalmente diverso o pensare in una direzione totalmente differente”, ha suggerito Gebhardt, mostrando diversi esempi tratti da scuole e uffici disegnati prendendo spunto da diversi modelli di comunicazione umana.
Come fare, però, a costruire uno spazio efficiente, in grado di veicolare queste idee, che non si preoccupi più della “struttura della macchina”, ma della “struttura della collaborazione e della comunicazione”?

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Ecco un’altra formula, per dirla in maniera semplice: “varietà di codici, multiprospettiva e cultura dell’apprendimento”.
Bisogna tenere innanzitutto a mente che lo spazio è sempre percepito attraverso una memoria emotiva individuale e che quindi bisogna creare una reciproca adattabilità tra spazio e persona, che non imbrigli o deprima l’individuo, ma che sia in grado di farne esprimere a pieno il potenziale. Non è solo la persona che deve adattarsi alla situazione, ma è anche lo spazio che deve adattarsi alle persone che vi abitano: “Hai bisogno di toccarlo e di cambiarlo. Se c’è troppo design le persone non faranno nessuna di queste cose”, ha commentato Gebhardt.

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In secondo luogo, seguendo le ricerche neuropsicologiche sulla creatività, è importante che vi siano spazi che permettano una “non focalizzazione”, basati sulla libertà di trovare la propria situazione ideale e sul “lasciare che le cose accadano”. Un ambiente, cioè, che si avvicini maggiormente agli atelier o ai laboratori degli artisti, capaci di fornire diverse stimolazioni sensoriali, anche e soprattutto attraverso aree relax stimolanti o luoghi di incontro.

Infine è uno spazio dove l’apprendimento deve poter essere libero e costante, dove ognuno può imparare di continuo, attivamente e passivamente, dall’incontro con chiunque, un “landscape of learning” basato sulla self-organization, dove il focus principale non sia più su ciò che manca, ma sull’opportunità, non più sulla iper-specializzazione, ma sullo sviluppare sempre nuove prospettive e punti di vista.
Testo di Gabriele Masi.
foto da New Work Order ,bBirgit Gebhardt
Didascalia:
1. La Scuola di Atene, Raffaello: un modello per i workplace contemporanei
2. Pittogrammi metaforici usati Rosan Bosch per descrivere i modelli di comunicazione.
3. Ørestad Gymnasium, Danimarca, foto di Adam Moerk

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La gioia del comfort, del design e del colore.

Flessibilità, leggerezza e semplicità sono requisiti indispensabili per gli spazi e gli arredi adatti ai nuovi Ways of Working.
I nomadic worker sono costantemente in movimento anche all’interno del workplace tra una riunione, un workshop, un incontro informale e una sosta alla postazione di lavoro. Per questi spazi fluidi serve una sedia, semplice, confortevole, versatile come se:joy, l’ultima creazione di Martin Ballendat per Sedus, capace di aggiungere una nota gioiosa all’ambiente.

“”Rispecchia la mia idea di realizzare prodotti indipendenti, riconoscibili e al contempo utili, efficienti e di impiego versatile nel maggior numero possibile di ambiti.” dichiara il designer Martin Ballendat a proposito di se:joy.

Essenziale e allegra con un carattere deciso e dinamico. Il linguaggio formale ispirato alla natura è caratterizzato dalla struttura di supporto leggera in un unico pezzo che, dal punto di vista ergonomico, consente una perfetta distribuzione dei carichi lungo la colonna vertebrale senza necessità di regolazione, per utenti di qualsiasi corporatura.
Gioiosa anche nei colori, se:joy è disponibile con struttura nera o grigio chiaro che si abbinano alle 6 tinte proposte per la membrana elastica (azzurro, arancio, verde, sabbia, grigio chiaro, antracite).


Seduta e schienale sono adattabili e assicurano un’area di sostegno adeguata grazie all’utilizzo di una innovativa membrana strutturata, elastica e indeformabile.
Il meccanismo basculante consente un’inclinazione del sedile di 4° in avanti e 7° indietro, sostiene i movimenti e consente di alternare posture diverse.
Il range di regolazione in altezza del sedile varia da 390 a 510 mm.

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Work Smart! Convegno #OSW17 (11/10, Milano).

Come ogni anno l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ci offrirà lo stato dell’arte dello Smart Working in Italia. Il convegno 2017 intitolato “Smart Working: sotto la punta dell’iceberg” si svolgerà l’11 ottobre ( h 9/16) nell’aula magna del Politecnico del Campus Bovisa. L’evento è gratuito previa registrazione e i partecipanti riceveranno il Booklet Report. Come ogni anno WOW! patrocina questa iniziativa. Segui l’hashtag #OSW17.
Per informazioni e registrazione clicca qui.

Dopo l’apertura dei lavori a cura di Umberto Bertelè, Chairman degli Osservatori del Politecnico di Milano, saranno Mariano Corso e Fiorella Crespi, rispettivamente Responsabile Scientifico e Direttore dell’OSW a fornire i dati della Ricerca 2017 svolta in collaborazione con Doxa.
Scopriremo a che punto è lo Smart Working nel panorama nazionale; quanti sono gli Smart Worker e quali effetti queste modalità lavorative hanno sulle persone.
I risultati offriranno anche le percentuali di diffusione dello SW non solo tra le piccole, medie e grandi aziende, ma anche nella Pubblica Amministrazione.
Il percorso di crescita costante iniziato da qualche anno in Italia, grazie anche al Jobs Act sul lavoro autonomo approvato in Senato per disciplinare il Lavoro Agile, è inevitabilmente destinato a espandersi in modo esponenziale e a coinvolgere sempre più lavoratori.
Ma che cosa è indispensabile per attuare un progetto di Smart Working?
Forniranno concrete risposte a questa domanda Monica Parrella, Dirigente generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Coordinatrice del progetto Lavoro Agile nella PA; Francesca Gagliarducci, Capo del Dipartimento per il Personale della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Maurizio Di Fonzo, Chief HR, Organization and Change Management del Gruppo AXA Italia; Franco Ghiringhelli, Senior Vice President, Human Resources, Organization and ICT di Maire Tecnimont.
Dopo l’enfasi su tecnologia e change management, sempre maggiore importanza sta assumendo il terzo pilastro dello SW, ovvero il cambiamento dell’ambiente fisico, il valore del workplace, il concetto di luogo come elemento di facilitazione di questa trasformazione che è soprattutto culturale.

Tavola Rotonda
La mattinata si concluderà con una tavola rotonda che coinvolgerà i sostenitori della Ricerca di OSW: Lorenzo Maresca, Country Manager, Sedus; Ilaria Santambrogio, Country Manager, Plantronics Italia; Massimo Roj, AD di Progetto CMR; Alessandro Magnino, Head of Corporate Marketing, Vodafone Italia, Luba Manolova, Marketing & Operations, Microsoft Italia; Enrico Miolo, Smart Working initiative leader, Cisco; Mauro Mordini, Country Manager, Regus Italia e Malta.

Smart Working Award 2017
Nel pomeriggio avremo anche testimonianze dirette da parte delle aziende che, dopo la cerimonia di premiazione, racconteranno le best practice di Smart Working in Italia.

L’edizione 2017 dell’Osservatorio Smart Working è realizzata con il supporto di:
Cisco, Doxa, Microsoft, Plantronics, Progetto CMR, Regus, Sedus, Vodafone, GetConnected e con il patrocinio di WOW! Webmagazine.

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Titolo evento: Work Smart! Convegno Osservatorio Smart Working 2017
Dove: Aula Magna Carassa Dadda, edificio BL.28, via Lambruschini 4b, campus Bovisa Milano
Quando: 11 Ottobre 2017 (9.00/16.00)

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Real Estate per la human experience in ufficio.

Engagement, Fulfilment, Empowerment: è questa la triade di valori dell’ufficio del futuro secondo lo studio “Workplace powered by Human Experience” di JLL (brand name di Jones Lang LaSalle) . Il Real Estate si conferma ancora una volta essere un potente fattore di trasformazione aziendale, volto alla creazione di esperienze significative in un ambiente di lavoro sempre più umano.

“Un ambiente di lavoro alimentato dall’esperienza umana va ben oltre un buon work-life balance. Guida come le persone si sentono circa il loro ufficio, come sentono il controllo sul proprio percorso, il senso di dedizione verso l’azienda e quanto sono soddisfatti”. Con queste parole Marie Puybaraud, Global Head of Research di JLL Corporate Solutions, commenta il report “Workplace powered by Human Experience”, parte del programma di ricerca Future of Work lanciato da JLL.
Lo studio si basa su 40 aziende clienti della società professionale di consulenza americana, specializzata in servizi immobiliari e di gestione degli investimenti, e sui risultati di un’indagine condotta su oltre 7.300 persone comprese tra i 18 e i 65 anni. La survey ha interessato 12 paesi: Australia, Cina, Francia, Germania, India, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Sud Africa, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.

Partendo dalla concezione dell’ufficio come un ecosistema, per cui un ambiente di lavoro ben organizzato può portare a una maggiore diffusione di idee, prodotti e strategie organizzative ottimali, e dunque ad un vantaggio competitivo per l’azienda stessa, lo studio mette in risalto tre fattori chiave dell’ufficio del futuro, sempre più concepito come “creatore di esperienze”: engagement, cioè il senso di dedizione (traduzione italiana imperfetta per il sinonimo spesso usato “commitment”), fulfilment, cioè il senso di comfort e appagamento, ed empowerment, cioè il creare la sensazione di controllo da parte del dipendente del proprio lavoro e della propria formazione.

Tra i fattori maggiormenti determinanti il senso di engagement ed empowerment ci sono la fiducia, la gentilezza e la possibilità di prendere l’iniziativa, che si traducono a livello di organizzazione e di design in ways of working agili, in grado di creare le condizioni per sviluppare nei dipendenti uno spirito imprenditoriale.
Il senso di appagamento è dato principalmente, invece, dal vedere riconosciuto il proprio lavoro, dalla possibilità di sviluppare le proprie competenze e la propria creatività, e da un ufficio incentrato sulla continua sfida e innovazione, in grado di soddisfare gli standard di benessere.

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C’è, poi, una relazione tra densità all’interno dell’ambiente di lavoro e l’efficacia dei dipendenti: gli uffici più innovativi prevedono un’alta percentuale di spazi comuni con un layout open-plan e favoriscono una bassa densità attraverso un approccio agile e flessibile.
Un ambiente di lavoro ideale deve, così, essere composto da un giusto mix di ambienti collaborativi e di incontro, come le “aree in between” ed aree break, spazi dedicati al co-working o project rooms. Utile è anche la presenza di incubatori, spazi dedicati in cui dipendenti e talenti esterni possono sviluppare progetti personali utilizzando le infrastrutture, il supporto e i consigli dell’azienda.

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Tra i dati più interessanti prodotti è da sottolineare come quasi il 70% degli intervistati concordi sul fatto che la felicità sul lavoro sia l’ingrediente principale di una buona esperienza del luogo di lavoro e circa il 54% è favorevole all’idea di una figura professionale come un ’Responsabile della Felicità’ dedicato al benessere dei dipendenti. La metà circa degli intervistati ha dichiarato, inoltre, di essere attualmente soddisfatto dell’attuale ambiente lavorativo e aspira ad un ambiente dinamico, stile start-up, anche se prevale un atteggiamento ancora di incertezza riguardo all’accettazione del cambiamento: solo il 42% ha rivelato, infatti, di sentirsi pronto a trasferirsi dal proprio desk personale ad una situazione di ufficio open space o postazioni di lavoro fisse, per avere accesso a nuovi luoghi di lavoro innovativi.
Il design e l’immobiliare assumono, quindi, un cruciale valore educativo, strategico e operativo.
“In un mondo sempre più guidato da dati e innovazione digitale, il futuro del lavoro in realtà si basa più sulle persone di quanto si possa pensare”, ha dichiarato Neil Murray, CEO EMEA di Corporate Solutions presso JLL. “Le società non possono più solo focalizzarsi sul fornire luoghi di lavoro, ma devono creare spazi che consentano alle persone di realizzare le proprie ambizioni. Offrire ciò che le persone desiderano può generare cambiamenti vantaggiosi per le imprese.”
Testo di Gabriele Masi.

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Global Change: biofilia per pavimenti performanti.

Ideata da Kari Pei, Lead Product Designer di Interface, la nuova collezione di pavimentazione tessile Global Change, lanciata al Neocon, applica i concetti del design biofilico e riflette la necessità umana di cercare la natura anche negli spazi indoor. I raffinati decori che interpretano in modo artistico il fogliame, le texture naturali, le ombre create da alberi e foglie rendono più accoglienti e naturali anche i workplace.

La biofilia è un trend in forte crescita nel modo dell’interior design e dell’architettura anche se non possiamo dire che la “tendenza innata a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali” sia una novità. Questa ipotesi scientifica fu proposta da Edward O. Wilson nel 1984 e da allora le sue applicazioni sono state molte. Interface è stata tra le prime aziende a intercettare questo approccio e da diversi anni applica i concetti del design biofilico nelle sue collezioni di pavimentazioni tessili.
L’ultima nata, Global Change è stata lanciata al Neocon di Chicago e fonde l’ispirazione alla natura con le alte competenze nel settore dei sistemi di pavimentazione modulari che sono prerogativa di Interface.
La collezione evoca il fogliame attraverso l’interpretazione artistica dei modelli di ombreggiatura di alberi e foglie. Gli elementi e i riferimenti biofilici si riflettono anche in modelli casuali e transizioni fluide ispirate a texture trovate in natura.
Decori che fino a poco tempo fa avremmo considerato adatti solo per il settore residenziale o alberghiero oggi sono perfetti anche per un workplace sempre più informale, domestico e fluido.

Global Change è composta da sette stili di decoro disponibili in sei palette di colori organici.
Progression 1,2 3 sono le tre tipologie di doghe fondamentali: tre texture con tre diversi livelli di prezzo.
Glazing e Shading traggono ispirazione dai pergolati, con le forme del fogliame abbinate alle linee della trama:
Ground e Raku evocano l’aspetto cracking della terra secca e possono essere installati secondo ogni direzione.
Sono disponibili in formati da 50 cm x 50 cm e 25 cm x 100 cm .
Per questi sette decori, il team di progettazione Interface ha ideato una gamma di colori che prendono spunto dalla terra e dai minerali (Eclipse, Evening Creep, Ombra del deserto, Fawn, Daylight e Morning Mist).
Global Change guida l’utente in un viaggio dalla foresta alla costa, offrendo un’estetica di qualità, ma anche la versatilità e la funzionalità delle pavimentazioni modulari. -ha affermato Kari Pei- Ogni prodotto della collezione è stato progettato per armonizzarsi con gli altri e la collezione ha la capacità unica di adattarsi poiché il design e i gusti evolvono costantemente”.
Global Change è in linea con gli impegni di sostenibilità di Interface: ha l’impatto di CO2 più basso di qualsiasi altra collezione, utilizza contenuti riciclati e la sua leggerezza riduce l’impronta ecologica della spedizione e del trasporto di prodotti.

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Neocon: ispirazioni per nuovi stili di vita professionali.

Neocon, alla sua 49a edizione si conferma come un eccezionale centro d’ispirazione di soluzioni e tendenze: il design del luogo di lavoro sta diventando essenziale per attrarre e trattenere i lavoratori della Gig Economy, i Millennials e la Generation Z, nuovi volti di questo moderno stile di lavoro ispirato alla “cultura della condivisione“. Interni piacevoli, accoglienti e improntati al benessere psico-fisico rispondono alle nuove regole della co-creazione dell’ufficio e della collaborazione.

L’arredamento adattivo, la privacy su richiesta, il comfort acustico e il controllo del suono, il design biofilico e le nuove tecnologie per la ricarica in wi-fi dei dispositivi e le esperienze di visualizzazione in 3D, ispirano il nuovo design dello spazio di lavoro.
I prodotti sono versatili, modulabili, configurabili, multifunzionali e regolabili per offrire soluzioni flessibili e dinamiche che consentano la massimizzazione delle diverse impostazioni di lavoro: privacy secondo le esigenze, sessioni di lavoro collaborativo o aree riunione improvvisate.
Illuminazione, pareti divisorie, scrivanie e posti a sedere, tutti gli elementi possono essere riconfigurati di continuo per offrire possibilità di allestimenti virtualmente infiniti e ispirare e sostenere il lavoro, dal formale al casual. Le nuove geometrie sono le serpentine, i rettilinei, le unità transitorie.
Pavimenti, pareti divisorie e i prodotti in generale utilizzano materiali naturali o riproducono immagini della natura o propongono altre esperienze tratte dal mondo naturale, secondo la nuova tendenza del design biofilico.

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Insomma “the office is unoffice“, per dirla con l’espressione evocativa di West Elm, un marchio di New York di mobili per la casa che si sta espandendo in modo innovativo anche nelle soluzioni di arredo per workplace.

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Il Neocon merita sempre il viaggio soprattutto quest’anno con l’atmosfera di festa per i 100 anni di Florence Knoll, designer leggendaria e visionaria, ex presidente della Knoll e fondatrice di KnollTextiles, e la conferenza di Antonio Citterio presso il Museo d’Arte Contemporanea di Chicago, considerata, insieme alla sua retrospettiva, uno degli appuntamenti più importanti della Windy City.
Aspettando di vedere cosa ci porterà la 50a edizione, è meglio ricordarsi di prenotare il viaggio per tempo!

Testo di Silvia Fattore.

1. West Elm, Haus, design by Qdesign.
Si tratta di una postazione singola di lavoro, ispirata all’architettura tradizionale e alle cabine aree di prima classe, progettata per il lavoro individuale e di gruppo. Collegate insieme, le tre configurazioni trasformano un ufficio aperto in un villaggio dinamico, un nuovo paesaggio della comunità creativa.

2. Buzzispace, BuzziPleat, design by 13&9Design.
Vincitore del Best of Neocon 2017 Gold.
Categoria: Acoustic Panel & Solutions.
Reinterpreta le tecniche antiche usate nella moda, come lo smocking e la plissettatura, per creare forme scultoree di ampie dimensioni, ma leggere, realizzate in BuzziFelt per l’assorbimento acustico. E l’elemento acustico sospeso si unisce con una sorgente luminosa per sposare il controllo acustico e l’illuminazione in un prodotto multifunzionale.

3. Arper, Parentesit, design by Lievore Altherr Molina.
Collezione di pannelli decorativi modulari dalle audaci forme grafiche (cerchio, quadrato, ellisse) ulteriormente personalizzabili con l’aggiunta di un diffusore o di una luce ambientale. La collezione è ora completata dalla versione freestanding, per la concentrazione o la conversazione silenziosa in ambienti di lavoro condivisi o collaborativi.

4. Fluidconcepts & Design Inc., Orbit, Inline Systems.
Le workstation si conformano in base a come le persone effettivamente lavorano fornendo l’accesso all’area di lavoro di un utente in una circonferenza ergonomica continua. Le postazioni possono essere configurate nella loro piena circolarità o in segmenti parziali, collegate in configurazioni a serpente, tangenti o come moduli indipendenti. La postazione può avere diametri, raggi e altezze diverse. I divisori curvi sono disponibili in vari materiali quali laminato, tessuto, metallo stampato e acrilici. È elettrificabile e l’installazione è facile e veloce.

5. Steelcase, Surround, design Steelcase Design Studio.
Vincitore del Best of Neocon 2017 Gold.
Categoria: Healthcare Guest/ Lounge seating.
Una collezione di arredi destinati a supportare l’assistenza sanitaria. Surround, disponibile nella versione a 3 posti per uso letto, a 2 e a 1 posto, è un sostegno al ruolo dinamico e al coinvolgimento dei membri della famiglia del paziente, aiutandoli nell’impegno e favorendo il loro benessere nei i momenti che contano di più: dal riposo e al relax, all’accogliere gli ospiti e comunicare con i medici.

6. Davis, Q6, design by Jonathan Prestwich.
Vincitore del Best of Neocon 2017
Innovation. Categoria: Furniture Collections for Collaboration.

Una linea all-inclusive ispirata ai modi di lavorare di oggi che risponde alle necessità dei diversi tipi di spazi di lavoro. Composta da posti a sedere, schermi, banchi, tavoli e pouf, offre una gamma versatile di elementi eleganti e funzionali.

7. Snowsound USA (Caimi Brevetti), Snowsound Diesis, design by Alessandro Mendini, Francesco Mendini.
Vincitore Best of Neocon 2017 Silver. Categoria: Acoustic Panels & Solutions.

Elemento fonoassorbente realizzato con strutture portanti in acciaio e drappi realizzati con tecnologia Snowsound-Fiber. Questi elementi hanno nella loro parte alta dei telai in acciaio che consentono al drappeggio di cadere assumendo precisi raggi e stratificazioni studiate per ottimizzare le performance acustiche. E’disponibile nella versione a soffitto o free-standing.

8.Interface, Global Change. Design by Kari Pei, Interface Lead Product Designer.
Rappresenta ad oggi il massimo della flessibilità per una pavimentazione; unisce il design biofilico ispirato alla natura con la modularità dei sistemi di pavimentazione di Interface (quadrotte e doghe). La collezione offre una gamma integrata di opzioni di progettazione che permette infinite composizioni. Interpreta in modo artistico foglie e rami; gli elementi e riferimenti biofilici si esprimono in modelli casuali e in transizioni fluide ispirate a texture trovate in natura.

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9. Herman Miller, Prospect, design by Richard Holbrook.
Vincitore Best of NeoCon Gold.Categoria Arredi per la Collaborazione.
Una linea di arredi freestanding semicircolari ideati per favorire la collaborazione e la creatività individuale negli uffici e nei luoghi di apprendimento. Offre la quantità di privacy adeguata ed è il luogo ideale per il brainstorming, il pinning e per assecondare con facilità la transizione dal lavoro individuale a quello di piccoli e medi team. Gli schermi sono attrezzati con lavagne bianche, superfici sfoderabili e display multimediali.


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Forme archetipiche della città in ufficio.

Il progetto di DAP Studio per la sede di GFT Italia a Milano è la concretizzazione di un paradosso: il workplace di questa multinazionale che opera nell’immaterialità dell’Information Technology recupera infatti i valori spaziali e sociali della città, la più complessa e materiale creazione dell’uomo. Così, anziché escludere dal luogo di lavoro la vita urbana, la si integra nel paradigma dell’esperienza lavorativa.

“Abbiamo immaginato un luogo dove relazioni umane e conoscenze si muovano lungo strade e piazze, dove ci si possa appartare per discutere in salotti accoglienti oppure scambiare opinioni di fronte ad un lungo tavolo da pranzo. Così l’open space dell’ordinario palazzo per uffici diventa un nuovo paesaggio urbano, teatro di un nuovo modo di intendere il lavoro” spiegano Elena Sacco e Paolo Danelli di DAP Studio.

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L’organizzazione non gerarchica dell’azienda si traduce in una fluidità spaziale capace di stimolare le relazioni interpersonali e la condivisione di informazioni generando 1500 mq di uffici liberi sia dall’omologazione dell’open space che dall’anonimato dell’ufficio tradizionale.


L’ingresso disegna una soglia labile tra spazio esterno e spazi di lavoro introducendo con ironia alcuni segni tipici del paradigma urbano in scala ridotta.

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I percorsi si articolano intorno a questo corpo centrale: se la sezione suggerisce l’archetipo della casa, il volume allungato è l’evocazione della “fabrica”, luogo per antonomasia della produzione. Un’architettura in miniatura con tetto a falda e superfici giocosamente forate che tendono al dinamismo e alla “smaterializzazione”.

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La “casa” enfatizza ovviamente l’ibridazione tra ufficio e spazio domestico e si propone come ospitale e vivace luogo di incontro e scambio di idee, caldo e molto materico all’interno.

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La dualità tra matericità e smaterializzazione è un elemento ricorrente nell’ambiente che spicca nei rivestimenti in cemento contrapposti alle ampie superfici vetrate delle meeting room e nel candido minimalismo delle workstation (touch-down e condivise) che fa da contrappunto al legno di rovere dei serramenti e di alcuni arredi.
Il luogo del lavoro diventa percettivamente stimolante e offre un’inedita e costantemente mutevole esperienza spaziale.
Foto di Barbara Corsico

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Arredi su misura: moda, ricerca estetica o esigenza reale?

Tradizionalmente gli arredi “su misura” erano riservati agli ambienti di lusso, agli spazi di rappresentanza, agli uffici dirigenziali oppure alle case borghesi. In seguito, con il diffondersi dell’industrial design, la modifica “fuori serie” si è resa indispensabile per adattare sistemi di arredo troppo rigidi alle caratteristiche dell’edificio, oppure per non cadere nella banalità dell’omologazione.
Oggi che l’industrial design ha accolto il concetto di personalizzazione e di design delle opzioni, l’arredo “su disegno” continua a mantenere un suo fascino anche e soprattutto nei nuovi workplace come i coworking dove vira in una sorta di “manierismo shabby”.
Perché? Costa meno? Oppure ognuno vuole creare la propria estetica?

I nuovi sistemi produttivi permettono la massima personalizzazione dei componenti e delle finiture, allora da cosa nasce questa ossessione dell’arredo su disegno?
Le aziende produttrici sono messe in crisi dalla costante richiesta di campionature “personalizzate” che arrivano anche dai grandi clienti. Si sono impegnate, e hanno investito parecchio, nello sviluppo di sistemi di arredo articolati e complessi da permettere praticamente ogni tipo di soluzione customizzata, ma questo non basta ancora ai loro clienti sempre più esigenti.
Non è raro che grossi gruppi bancari si affidino all’architetto per disegnare le proprie scrivanie: possibile che tra centinaia di prodotti in commercio nessuno corrispondesse alle loro richieste?
Se penso a un arredo su disegno mi vengono in mente i raffinati dettagli di Scarpa nello showroom Olivetti, le morbide curve dei tavoli di Mollino, le sorprendenti soluzioni di Gio Ponti… ma che senso ha far realizzare su disegno centinaia di scrivanie uguali per N piani di open space?
Il “virus” del su misura colpisce anche i workplace di dimensioni minori, in particolare quelli che puntano a un mood domestico – Plantronics, Doxa, Digital Entity o Clubhouse Brera, per citarne alcuni- mossi dal desiderio di creare un’immagine di ufficio che non sembri un ufficio.

Da quanto dicono, far realizzare gli arredi da un artigiano è meno costoso che comperarli di serie. E in fondo mixare prodotti di stile diverso per creare il nostro look fa parte della nostra cultura: la moda insegna. Però mi chiedo: gli standard di qualità, di ergonomia e di resistenza sono allo stesso livello dei prodotti industriali ingegnerizzati e testati come richiedono le normative?
Poi c’è il mondo in costante espansione dei coworking -non più una nicchia- che apre un altro universo.

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La sua estetica “raw design” è fatta di tavoli da officina, poltrone recuperate in solaio, arredi di cartone, sedie riciclate, la visione di base è qiuella del bricolage che ricicla gli scarti di una società consumista. L’immagine sciatta e scrausa è voluta, ma, dal mio punto di vista, sta diventando una nuova forma di omologazione.

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Alcune aziende produttrici stanno seguendo questo “filone Garage”Hack di Vitra (foto sopra), Pakiet Zieta, PlayWood di OSB o Pixel di Bene (foto sotto) – ma personalmente sono già stanca di vedere ferro arrugginito e legno grezzo in ufficio. Hanno perso la loro carica trasgressiva.

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Forse è solo moda e presto sarà superata, come tutte le mode.

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Questo manierismo shabby, ha visto però il coinvolgimento di Carlo Ratti per la realizzazione di scrivanie e pareti divisorie negli spazi del coworking Talent Garden Milano Calabiana, mentre un altro importante coworking,

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COWO, ha istituito un gruppo di progetto per realizzare “scrivania ideale” da utilizzare nei suoi spazi: effettivamente ci sono alcuni aspetti innovativi che rispondono in modo efficace alle esigenze di uno spazio di lavoro estremamente dinamico.
Non c’è conclusione a queste mie riflessioni. Non ho risposte e sono bene accetti i commenti, anche di chi la pensa in modo diverso.

Editoriale di Renata Sias, direttore WOW! Webmagazine

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L’acustica declinata con sapienza.

Mascagni, che dal 1930 produce arredi per ufficio e da sempre affianca la divisione Casa a quella Workplace e Contract, ha affrontato il tema imprescindibile del comfort acustico in modo completo, integrato e articolato. Un percorso in progress sviluppato in modo coerente, declinando il tema dell’acustica in una gamma di soluzioni di interior design che non hanno competitor sul mercato.

L’unicità delle proposte dell’azienda bolognese deriva dall’approccio adottato e trova radici nell’esperienza e nel proprio know-how fatto di sperimentazione, di sinergie con fornitori che operano in altri settori e di applicazione di tecnologie mai usate nel furniture design.
Le linee di prodotti presentati a Workplace3.0 erano la fotografia di un modo di operare con precisione e cura dei particolari. Proposte coordinate tra loro per creare ambienti che trasmettono sensazioni piacevoli e benessere, disponibili in una gamma di configurazioni e di materiali tanto ampia da trasformarli in prodotti ad hoc, anche per progetti on demand.

Il versatile pannello fonoassorbente TrèS Sound caratterizzato dalla superficie in legno (o melaminico) curvato, sagomato e microforato che racchiude a sandwich il materiale fonoassorbente, non solo si arricchisce di nuove funzionalità, ma diventa elemento base per varie soluzioni di interior design che si sviluppano tridimensionalmente nello spazio: verticalmente come schermo divisorio, ma anche a parete come funzionale boiserie e a soffitto.
La veste d’uso come partizione divisoria autoportante è rappresentata da TrèS Screen che garantisce sempre alte performance nei diversi materiali disponibili.

TrèS genera TrèS Spine, sistema di d’arredo dalle geometrie semplici con moduli sovrapposti che dividono lo spazio in maniera creativa ed efficiente con altezze differenziate.
Grazie alla collaborazione con 3F Filippi, azienda bolognese di illuminotecnica nasce TrèS Sound Lux, il pannello fonoassorbente che integra luce LED.
Per rivestimenti a soffitto la soluzione è TréS Sound Sky System che, attraverso l’utilizzo di giunti snodabili modulari e modulabili, gli inserti triangolari di pannello fonoassorbente, in legno, laminato o tessuto, crea ambienti eleganti e acusticamente confortevoli.
L’esperienza di Mascagni come produttore di pareti divisorie si esprime in ALLinONE Slim che grazie ai profili in alluminio estrusi accoglie indifferentemente pannellature di vetri singoli, doppi o a facciata piena con struttura interna in acciaio.

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Il calore domestico che tutti cercano nell’ambiente di lavoro trova una risposta in ALLinWOOD sistema di partizioni divisorie isolanti con profilo di legno massello che accoglie indifferentemente vetri singoli, doppi o a facciata piena.

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