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Office Design: spazi “terzi”, oltre la postazione di lavoro tradizionale.

Lo scenario contemporaneo degli spazi ufficio, vede sempre più aumentare l’importanza di quelli che vengono definiti spazi “altri”, “in-between” rispetto alle postazioni di lavoro tradizionali. Aree che attengono alla dimensione dell’accoglienza, a quella sociale, relazionale, ludica, di intrattenimento e, in generale, di servizio alla persona e alle sue esigenze globali durante il suo permanere, per tempi brevi o prolungati, all’interno di un ufficio sempre più organizzato per activity setting. Oppure che definiscono piccoli territori di privacy.

L’attenzione verso questi spazi “terzi” è sottolineata dai più interessanti casi di uffici contemporanei e va rafforzandosi. Nei giorni scorsi Sedus ha dedicato una giornata di workshop a questo tema (ne parleremo nel prossimo numero di WOW!).
La loro qualità, ovviamente complementare a quella delle postazioni di lavoro, appare sempre più strategica per l’identità corporate, ma anche per una migliore “qualità esperenziale” relativa allo stile di vita -e non solo di lavoro- in ufficio sia per i dipendenti che per gli ospiti temporanei.
Tutto ciò concorre positivamente alla fidelizzazione delle persone nei confronti del proprio luogo di lavoro e della propria azienda.
Anche al Salone Ufficio erano presenti diversi esempi di arredi non tradizionali, concepiti per aree-in between e che integravano non solo diverse nuove funzioni per rispondere alle nuove modalità lavorative, ma anche la variabile tempo.
Un passo oltre la polifunzionalità, piuttosto una sensibilità verso un dinamismo che nel workplace diventa una costante imprescindibile e che in molti casi genera tipologie di arredi ibridi.
Una sensibilità che rende inadeguata anche la staticità tipica della scrivania che nelle più evolute versioni diventa regolabile in altezza e personalizzabile.
Interessanti riflessioni progettuali su tema degli “In-between spaces” sono emerse anche nel corso del convegno “Office Design: oltre le postazioni di lavoro” che si è svolto il 16 aprile presso l’Agorà de La Passeggiata (a cura della Scuola del Design- Dipartimento di Design e  Consorzio Polidesign del Politecnico di Milano). All’incontro coordinato e moderato da Francesco Scullica, professore associato presso la  Scuola del Design del Politecnico di Milano sono intervenuti:
Giorgio Dal Fabbro, co-direttore corso Office Design- Polidesign, Michele Dell’Orto, sales engineer  Linak Italia, Jacopo Della Fontana,  Progettista titolare D2U, Silvia Piardi, direttore del dipartimento di Design del Politecnico di Milano, Marco Predari, architetto, presidente  Assufficio, Renata Sias, progettista e direttore WOW!Webmagazine, Silvia Tieghi, progettista D2U (design to users), Milano.

Didascalie
1,Steelcase Brody WorkLounge. Fornisce un elevato comfort, è dotato di tecnologia brevettata  LiveLumbar per una postura lounge ergonomica. La superficie di lavoro regolabile mantiene il PC al livello degli occhi, riducendo sforzo del collo e delle spalle.
2, Prooff #008 StandTable design Ben van Berkel, UNStudio. Un tavolo dinamico che aiuta le persone a connettersi.
3, Zanotta, Shoji, design LucidiPevere. Paravento rivestito in tessuto con mensola consolle.
4, Mascagni, Trés. Sistema di pannelli in legno curvato e forato per aumentarne la fonoassorbenza.

5, True Design, Pincettes, design Luciano Dell’Orefice. Una collezione di pannelli divisori che garantiscono privacy senza rinchiudere troppo l’utilizzatore.
6, Quinze & Milan, Skew, design Kazumi Okamoto. Seduta modulare, flessibile, versatile, amputabile all’infinito.
7, Materia (Kinnarps Group),Couture,design Marie Oscarsson. Arredi flessibili, con dettagli tessili. La superficie di base può essere equipaggiata con vari elementi per creare divani, tavoli e divisori.
8, Ares Line, Privée, design Progetto CMR. Sistema di architettura per interni, modulare e multifunzionale, che permette di creare oasi di privacy in spazi pubblici,
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Ecco perché EXPO mi ha delusa: scarsità di nuovi “Ways Of Thinking”.

Premetto che ritengo EXPO2015 una manifestazione ben organizzata, interessante da visitare e con padiglioni di buon livello architettonico (non ne parlo perché è già stato scritto molto).  A dispetto delle catastrofiche previsioni dei suoi detrattori, sta mostrando un’ottima immagine dell’Italia a tutto il mondo; anche l’indotto e i posti di lavoro che ha generato non sono da sottovalutare.
Eppure… mi ha lasciato delusa. L’aspetto “parco dei divertimenti” e “sagra agro-alimentare” prevalgono sul nobile tema che avrebbe dovuto essere il fulcro e l’anima dell’ esposizione. Il business prevale sull’etica.

All’interno dei bei contenitori dei padiglioni, spesso si trova solo superficialità e banalità; sono pochi i Paesi che hanno sviluppato nuovi “Way Of thinking”, concetti innovativi, modalità di analizzare e comunicare cosa significa “Nutrire il Pianeta”.
L’ “indigestione” di viaggi virtuali, proiezioni multimediali, percorsi esperenziali, effetti speciali, interattività, proiezioni su pareti di specchio, mi è sembrata poco “nutritiva”: uno sfoggio di altissime capacità tecniche che non lascia emozione profonda o sorpresa.
Mi aspettavo troppo? Può darsi, ma nella maggioranza dei casi mi è sembrato di essere a DisneyWorld (spettacolini inclusi) e di assistere alla proiezione di filmati promozionali dell’ente del turismo, il tutto condito con grande abbondanza di piantine aromatiche, orti verticali, botteghe di souvenir, stand di patatine fritte, lasagne e hamburger che hanno a che fare più con l’obesità che con la “Energia per la Vita”.
Tuttavia qualche messaggio forte e mirato si può trovare.
Per esempio al Padiglione Svizzero che ha riempito le sue 4 torri con acqua, caffè, sale e mele che i visitatori, informati che questi approvvigionamenti dovranno durare fino alla fine di EXPO, possono consumare o portare con sé. Mele e acqua erano già esaurite dopo una settimana. L’obiettivo è riflettere su un possibile sviluppo e consumo responsabile e sulla disponibilità degli alimenti nel mondo: “Ce n’è per tutti?” (per la cronaca, ho preso solo una scatolina di sale…).
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Il “Respiro” del Padiglione Austriaco, 54 gli alberi ad alto fusto e 12.000 piante che riproducono il microclima di un bosco austriaco ci spiegano che nutrire il Pianeta significa prima di tutto farlo respirare.
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Altro interessante Padiglione senza padiglione è quello dell’Olanda che ha enfatizzato e trattato con ironia il tema del Luna Park: tra ruota panoramica, ombrelloni colorati, comodi divani, mucche finte e camioncini per lo street food è presentato in un tendone da circo anche il Piano Delta: soluzioni creative e innovative per preservare la vita in una terra circondata dall’acqua.
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Sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e l’identità nazionale sono i concetti sui quali è incentrato il Padiglione del Belgio dove sono sono esposti e sperimentati ritrovati scientifici e tecnici atti ad affrontare la sfida alimentare, come i metodi alternativi di produzione alimentare, l’acquaponica, l’idroponica, la coltura d’insetti e di alghe. I visitatori sembrano però più interessati a cioccolato, birra e patatine made in belgium consumate con gusto su originali arredi outdoor.
Tra i padiglioni commerciali, il più stimolante è quello di Coop che con il Future Food District ideato da Carlo Ratti ha dato vita a un possibile scenario futuro del retail.
Le due ore di attesa in fila mi hanno fatta desistere dal visitare i padiglioni degli Emirati e della Cina.
Tornerò a Expo per visitarli e forse il mio giudizio si farà meno critico.
Editoriale di Renata Sias.

 

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Ways of Designing e innovazione: Marco Bonetto.


Ho avuto il piacere di presentare la biografia che Decio Carugati che recentemente scritto su Marco Bonetto e che mi ha dato la possibilità di conoscerlo meglio, di scoprire aspetti del suo carattere, della sua professionalità e del suo “way of designing” che mi erano ignoti. Marco è un industrial designer nel senso più puro del termine, con il pragmatismo e l’innovazione nel sangue, quale che sia il campo di applicazione del suo lavoro.

Sebbene il suo Maestro sia indubbiamente il padre Rodolfo (al quale da 20 anni dedica il premio Targa Bonetto), definire Marco Bonetto “figlio d’arte” è riduttivo. Dalla sua esperienza giovanile come pilota di rally automobilistici ha imparato a sposare il rigore e la flessibilità mantenendoli alla base del suo modus operandi. Grazie a una visione lungimirante dell’industrial design, sul modello dei più grandi studi all’estero, ha impostato il suo Design Center sul lavoro in team; ha ampliato il campo di intervento dal product design al design strategy e, sin dagli esordi e tra i primi in Italia, si è dotato dei più sofisticati CAD 3D per il car design.
Sebbene il suo campo principale di intervento resti l’automotive, i suoi progetti toccano anche il design dell’interfaccia e spaziano dalle attrezzature sportive all’elettromestico, dalle macchine industriali alla nautica, dalle macchine per il caffè ai telefoni pubblici: è stato proprio il telefono pubblico a scheda della Sip che nel 1984 che lo ha reso famoso.
Ha progettato in tutti i campi tranne in quello del furniture design; non sente la “predisposizione per il design dell’arredo”, mi spiega.
Invece è molto stimolato dall’interior design per le auto del prossimo futuro dove la tecnologia sta aprendo scenari assolutamente nuovi.
Come ci spiega in questa intervista, molto presto lavoreremo su auto che si guidano da sole e l’abitacolo diventerà un vero e proprio workplace in movimento.

Già nel presente l’auto è diventata il luogo “di lavoro” principale dal quale telefonare, quali sono ora le prossime evoluzioni?
L’auto è un oggetto in movimento, va guidata e richiede la massima attenzione, esistono già come optional dispositivi per rendere più sicura la guida, ma la gente non li usa. In ogni caso è dimostrato che anche la conversazione in vivavoce riduce l’attenzione alla guida.
Attualmente le migliori case automobilistiche stanno incrementando i sistemi di sicurezza, per esempio Volvo che ha introdotto il dispositivo di frenata automatica. Ma futuro è in un’altra direzione.
In un futuro molto più prossimo di quanto si immagini saranno sul mercato autovetture dotate di autopilota che permettono, oltre alla guida normale, di pre-impostare un percorso. Ne ho provata pochi mesi fa una della Audi in Germania, nel pieno del traffico cittadino di Monaco: è stato sorprendente! La tecnologia è già pronta, l’unico attuale ostacolo è di tipo legale per definire il problema di chi sia responsabile in caso di incidente.
In seguito arriverà anche il dispositivo che, interfacciandosi con lo smartphone, permetterà di scendere dall’auto e lasciarla parcheggiare da sola per poi richiamarla quando serve di nuovo. Il proprietario di Tesla ha dichiarato che presto l’autopilota dovrà essere imposto a tutte le auto perché è più sicuro e garantisce maggiore sicurezza evitando l’errore umano. Le supercar si potranno guidare solo su pista.
In un settore automotive dove le auto si guidano da sole, quali sono gli scenari innovativi che immagini? 
Prevedo sistemi di interfaccia più evoluti, la connessione totale anche tra automobili e una concezione completamente diversa dell’abitacolo; questo microambiente potrà diventare un vero e proprio ufficio con la possibilità di sedersi dietro, avere una disposizione dei sedili tipo salotto per poter lavorare, da solo o in modalità meeting, mentre l’auto va a destinazione. Dal punto design tratterei la plancia e le interfaccia in modo diverso, per esempio con grandi schermi per le informazioni di viaggio e l’infotainment, stiamo già studiando delle proiezioni olografiche che riproducono un “maggiordomo” capace di darci tutte le informazioni su siti, hotel o ristoranti personalizzati in base ai nostri gusti e interessi e dei voice analyzer per fargli domande.
Lo scenario che si prospetta è davvero entusiasmante per chi fa design e davvero si potrà definire l’auto un ambiente di lavoro.
Quale è la tua definizione di innovazione?

Innovare nell’ambito di un prodotto significa apportare un miglioramento significativo o una invenzione tecnologica che risulti come un avanzamento rispetto il prodotto precedente.
Che cosa significa fare innovazione nel settore del design?
Fare innovazione nel settore del design significa applicare un processo di ricerca il cui risultato sia un miglioramento significativo non solo delle forme ma anche della funzionalità (grazie anche a una migliore tecnologia), un’innovazione può essere minima (ma percepibile dall’utente) o un concetto totalmente nuovo del prodotto.

Didascalie
1,Telefono a scheda Urmet-Sip, design Marco Bonetto,1984.
2, City car Miky, design Marco Bonetto,1994.
3, Modello virtuale interno per BMPV Fiat Auto, design Marco Bonetto, 2000.
4, Lampada Capri per Koizumi, design Marco Bonetto, 2004.
5, Abitacolo Audi, design Marco Bonetto.
6, Studio treno alta velocità Trenitalia, design Marco Bonetto, 2005.
7, Scarpone per Nordica, design Marco Bonetto.
8, Macchina per caffè Rancilio, design Marco Bonetto, 2015.

L’automobile diventa un workplace: nuovi scenari.

9, 10, Gea, Italdesign, Giugiaro design.
11, Hyundai, Curb.
12, Tata Motors Advanced design concept.
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Ways of Designing e innovazione: Peter Solomon.

Ho conosciuto Peter Solomon molti anni fa, dopo che aveva ottenuto il master alla Domus Academy; lavoravamo nello studio milanese di Isao Hosoe, un grande Maestro che ci ha insegnato la ricerca costante dell’innovazione. Un insegnamento sul quale Peter ha voluto basare tutta la sua attività di industrial designer quando ha iniziato a lavorare da solo e, nel 2011, tornato negli Stati Uniti ha fondato in Florida Peter Solomon Design.

Nel suo profilo LinkedIn Peter Solomon si presenta come “Design Director and Innovation Guru” e suo “way of designing” è ben sintetizzato nella mission del suo studio “Progettazione di innovativi prodotti che suscitano passione, basati sulla profonda comprensione della mente umana”.
L’esperienza multiculturale e interdisciplinare è un elemento chiave  di questo studio che unisce la personalità e l’eleganza del design italiano e il solido know-how tecnologico americano.
Quale è la tua definizione di innovazione?
Innovazione significa creare qualcosa di nuovo. Ma ho posto ulteriori condizioni per rendere questa definizione significativa o degna; deve saper anticipare il benessere, il comportamento o l’interazione dell’utente con l’innovazione.
In che modo il tuo studio applica concetti innovativi per aziende diverse? C’è un metodo unico o si modifica secondo il settore?
Per Peter Solomon Design tutto inizia da una ricerca approfondita. Studiamo gli utilizzatori, le loro interazioni con i prodotti che stiamo progettando, i loro stili di vita, i loro modelli, i loro bisogni. Cerchiamo ciò che è sbagliato, ciò che non funziona al meglio, le soluzioni, i disagi accettati, quello che manca. Tutto questo diventa opportunità di design, se siamo in grado di risolvere uno qualsiasi di questi problemi,  potremo creare un concetto innovativo in grado di migliorare la vita degli utenti. Ogni concetto diventa il fattore determinante di un nuovo design.
Ciascuno dei nostri clienti opera in un settore diverso, in un mercato diverso e ha una cultura diversa, quindi ognuno ha esigenze particolari, ma al centro di tutti i progetti è sempre la ricerca etnografica con l’obbiettivo di innovare per l’utente.
Nel settore workplace e office furniture quali sono gli scenari innovativi che immagini?
Ci sono così tanti scenari innovativi che lasciano intuire verso dove si muove l’ufficio, soprattutto considerando gli incredibili progressi della tecnologia combinata con la globalizzazione. Possiamo già vedere gli incontri e la collaborazione fisica sostituiti da teleconferenze. Con la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo, risparmiando tempo e denaro per non dover andare fisicamente a lavorare o visitare un cliente, le possibilità workplace futuro sono meravigliose e spaventose allo stesso tempo. Abbiamo bisogno di sottolineare la necessità di incontro e di scambio, anche la discussione impreviste e informale presso la macchina del caffè è un productive asset che deve essere rivalutato. I progettisti dovranno bilanciare il digitale e virtuale, con i benefici di esperienze fisiche e reali.
Che cosa è l’innovazione in un’era dove tutto si rinnova ad altissima velocità, non solo le tecnologie e gli oggetti, ma anche gli stili di vita e di lavoro?     
L’innovazione deve essere continua per definizione, altrimenti diventa ordinaria e poi antiquato. In un mondo in cui le tecnologie e il loro impatto sui nostri comportamenti stanno cambiando così rapidamente, anche noi dobbiamo innovare più velocemente; in parte dobbiamo reagire alla nuove tecnologie e ai nuovi comportamenti, ma soprattutto dobbiamo prevederli per progettare migliori scenari di vita dovuti a tali previsioni.
Che cosa significa fare innovazione nel settore del design?
Scienziati, tecnici e ingegneri creano fantastiche innovazioni tecnologiche, sebbene molte siano dalla parte del progresso tecnologico e molte siano troppo astratte o senza un’applicazione chiara.
Il designer può davvero concentrarsi sulla necessità dell’utente durante e creare innovazioni significative per le persone. Siamo in grado di applicare la tecnologia a un problema per trovare una soluzione adeguata e nuova. Siamo in grado di creare prodotti che migliorino la vita delle persone, che creino un legame emotivo con chi li usa. Un progettista può utilizzare l’innovazione per rendere diverso un prodotto, per creare profitto per l’azienda ed elevare il marchio, ma anche per dare un significato ai prodotti, per renderli responsabili, capaci di fare qualcosa di più che inquinare o riempire gli scaffali dei negozi, solo per il desiderio di fare un prodotto in più.
Testo a cura di Renata Sias


Didascalie
1, Lampada Onda, prodotta da Luxit, design by Isao Hosoe e Peter Solomon.
2, Cuffie HeadFoams, prodotte da Marblue, design by Peter Solomon e Marble Design Department.
3, Chitarra The Handle, prodotta da XOX Audio Tools, design by Peter Solomon.
4, Sistema espositivo SEV, prodotto da Nova System, design by Peter Solomon e Alessio Pozzoli.


5, Penna Sleeq Stylus, prodotta da Marblue, design by Peter Solomon.
6, Carrozzella elettrica Elegant Electric Wheelchair, prodotta da Y&L, design by Peter Solomon.
7, Gratta-schiena And I’ll scratch Yours, prodotto da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
8, Lampada Laser Tulip Laser Light Bulb, prodotta da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
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1-Fondazione- Prada-Bas-Princen-wow-webmagazine

E’ tutto arte quel che luccica: Fondazione Prada a Milano.

Una ex distilleria in una zona industriale di Milano, grazie progetto di OMA, diventa un affascinate polo internazionale per gli amanti dell’arte e dell’architettura.
Aperta da solo un mese, la sede milanese della Fondazione Prada è già una tra le mete culturali imperdibili della città. Occupa la suggestiva area dove sorgeva una distilleria risalente agli anni dieci del ‘900 che il progetto di OMA ha trasformato in un luogo magico: un polo dal respiro internazionale (spazi espositivi, cinema, laboratori, biblioteca, bar) dove dialogano la dimensione della conservazione e quella della nuova architettura. Un luogo di incontro di ricerca e di condivisione dell’arte che contribuisce ad accelerare la riqualificazione di una ex zona industriale e degradata.

Il tocco magistrale di OMA (diretto da Rem Koolhaas) ha regalato un’identità e un’aura sorprendenti al grande complesso lungo la ferrovia di circa 19.000 mq che ospitava la Società Italiana Spiriti.
L’abile intervento di conservazione del sito e dei sette edifici preesistenti (magazzini, laboratori, depositi e silos) dialoga con le tre nuove strutture (uno spazio espositivo per mostre temporanee, un ambiente multifunzionale con sala cinematografica e una torre ancora in fase di costruzione).

Geniale l’idea di affidare a un regista cinematografico -Wes Anderson- l’interior design del bar e a un artista –Andreas Slominski– la connotazione della Biblioteca.
Gli ampi percorsi, pavimentati di pietra o legno (traversine delle rotaie sezionate), si aprono sui vecchi edifici dalle facciate grezze, capriate e pilastri a vista che hanno mantenuto la loro identità industriale – la Cisterna, il Deposito e la galleria nord che ospitava gli uffici della distilleria-,  oppure sui nuovi volumi minimali del cinema completamente specchiante o del Podium dalle facciate vetrate.
Su tutto il complesso spicca l’ironica Casa degli Spiriti (Haunted House) un edificio di quattro piani vistosamente rivestito con uno strato di foglia d’oro.

OMA ha curato anche l’allestimento della mostra “Serial Classic” (nel Podium) che analizza il tema della serialità nell’arte classica ed è l’ideale fil rouge della mostra “Portable Classic” attualmente in corso nella sede di Venezia della Fondazione Prada.
La Casa degli Spiriti ospita un’installazione permanente di Robert Gober e due opere di Louise Bourgeois (). “An Introduction”, il percorso di oltre 70 opere che parte dagli anni ’60, occupa il deposito sud; “In Part”, mostra che esplora l’idea del frammento corporeo, occupa il corpo a nord. La Cisterna ospita Trittico, esposizione dinamica concepita dal Thought Council.

Il Cinema
Il cinema è un parallelepipedo specchiante, nel foyer trova una nuova collocazione l’opera in ceramica policroma di Lucio Fontana realizzata nel 1948 per il Cinema Arlecchino di Milano; lo spazio polifunzionale del cinema ospita attualmente il progetto dal titolo “Roman Polanski:my Inspirations”.
Biblioteca / Accademia dei Bambini
L’edificio che unisce l’Accademia dei Bambini e la Biblioteca è un contenitore adatto allo svolgersi di attività multidisciplinari aperto al dialogo intergenerazionale, l’allestimento architettonico è stato affidato a un gruppo di giovani studenti dell’école Nationale de Architecture de Versailles guidati dali loro insegnanti Cèdric Libert e Elias Guenoun.
L’artista Andreas Slominski ha connotato la Biblioteca, ancora in fase di allestimento, con un installazione che include 16 quadri e due sculture: Himmel, una capriata capovolta e Erde, un box wc da cantiere capovolto e sospeso.

Il Bar Luce
Entrare nel bar dà l’impressione di trovarsi realmente nella scenografia di un film di Wes Anderson, l’ambiente ricrea l’atmosfera di un tipico caffè della vecchia Milano. Mantiene le strutture in acciaio a vista applicate alle pareti e riproduce sul soffitto la copertura in vetro della Galleria Vittorio Emanuele. Gli arredi, le sedute, i mobili di formica, il pavimento, i pannelli di legno impiallacciato che rivestono le pareti e la gamma cromatica ricordano la cultura popolare e l’estetica dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, a cui Anderson si è già ispirato per alcuni suoi film.
Sebbene i film del cineasta americano siano spesso composti da un susseguirsi di “quadri” simmetrici, per Anderson: “non c’è una prospettiva ideale per questo spazio. Dal momento che è stato pensato per essere ‘vissuto’, dovrebbe avere molti posti comodi dove sedersi per conversare, leggere, mangiare, bere… Credo che sarebbe un ottimo set, ma anche un bellissimo posto per scrivere un film. Ho cercato di dare forma a un luogo in cui mi piacerebbe trascorrere i miei pomeriggi ‘non cinematografici’”.
Un luogo perfetto e ricco di ispirazioni anche per lavorare in modalità smart, aggiungerei.
Testo di Renata Sias
Foto 1,2,3,4: Bas Princen 2015, Courtesy Fondazione Prada .
Foto 5/20: Gabriele Pagani, WOW! Webmagazine.
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Cuscini Ares Line al Teatro Olimpico.

Ares Line ha realizzato e donato i nuovi cuscini di velluto rosso ergonomici per i 400 posti a sedere del celebre Teatro Olimpico di Vicenza, progettato da Andrea Palladio. Un atto non solo di responsabilità civica, come sottolinea il presidente Roberto Zuccato, perché «è anche grazie al rapporto con la cultura e le bellezze di un territorio che un’azienda costruisce il proprio successo nel mondo».

Uno dei limiti del Teatro Olimpico di Vicenza, come ha sottolineato nella conferenza stampa di presentazione del progetto il vicesindaco di Vicenza, Jacopo Bulgarini d’Elci, era la scomodità delle sedute che fino ad oggi non permetteva una fruizione comoda agli spettatori. Problema di cui Ares Line ha voluto prendersi carico, rendendosi protagonista di un mecenatismo culturale che oggi riveste un significato fondamentale per la preservazione di un patrimonio che «racchiude valori di eccellenza e che non è solo di questa città, ma del mondo intero».
«Le sedute del Teatro Olimpico sono state create ad hoc dal nostro reparto ricerca e sviluppo e realizzate utilizzando il meglio dei prodotti presenti sul mercato», spiega Nicola Franceschi, amministratore delegato di Ares Line. «Ares Line ha fornito le sedute per la sala principale del Teatro Comunale di Vicenza, per questo la città è da tempo il nostro naturale show room. Donando le nuove sedute al Teatro Olimpico, iniziamo un percorso che vede aziende e istituzioni unite per promuovere il nostro patrimonio culturale e, in questo caso, per aiutare il Comune a conservare meglio una delle meraviglie artistiche di Vicenza».
Orgoglioso del progetto il presidente di Ares Line Roberto Zuccato: «La nostra azienda è interprete e testimone del nuovo manifatturiero, sia perché investiamo in capitale umano innovativo dalle elevate competenze, sia, soprattutto, per il forte legame con la cultura e il territorio, che esprimiamo nei nostri prodotti e attraverso collaborazioni di ampio respiro».
Il contributo complessivo di Ares Line ammonta ad un valore di circa 30 mila euro. I cuscini, di velluto rosso scuro, ergonomici e numerati, saranno disposti a partire dal Galà d’estate, il 21 giugno prossimo.
Testo di Gabriele Masi.

 

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Neomobile: layout diversi per attività diverse.

Passione, innovazione, trasparenza e bellezza” questi secondo il CEO di Neomobile Gianluca D’Agostino sono gli ingredienti del nuovo quartier generale a Roma disegnato da Salvatore MarinaroAntonio Borghi di Unispace, che lo ha presentato alla Jelly Session durante lIsola WOW! Lavoro Agile alla Piscina Cozzi. “Dietro al muro di mattoni, ci sono 4 piani di lavoro, uffici moderni e flessibili che supportano il nostro team e sono fonte di ispirazione per portare avanti la tecnologia della monetizzazione attraverso il mobile”.

Neomobile è un gruppo leader nel mobile commerce che opera a livello globale. Istituita nel 2007, oggi aiuta gli sviluppatori di app, adnetwork e aziende digitali come content provider, social network a monetizzare i loro servizi o prodotti digitali, oppure il traffico web e mobile, attraverso il carrier billing, la fatturazione con l’operatore telefonico.
“È una azienda internazionale, quindi avevano ben chiaro il concetto di smart working e non c’è stato bisogno di lavorare sul change management”, spiega Antonio Borghi, l’architetto di Unispace che si è occupato dello space planning del progetto del nuovo quartier generale Neomobile all’EUR di Roma.
“Ci siamo concentrati solo sul nostro core business: la progettazione di un edificio abbastanza complesso, il braccio di un vecchio monastero in un parco, perciò con vincoli strutturali pesanti. Il nostro ruolo è stato quello di ripulire la struttura e riportarla allo stato originale e riadattarla in un dialogo vivo tra lo spazio preesistente e le esigenze dellazienda in ogni settore”.
Necessità diverse che hanno portato a progettare i quattro piani della struttura con un diverso layout e diverse soluzioni di interior design.
Partendo dal secondo piano, dove lavora il settore tech, cuore dell’azienda, il layout prevede stanze separate da pareti in vetro, all’insegna della trasparenza e della continuità visiva, che affacciano su un corridoio aperto con piccole sale riunioni usufruibili in caso di necessità.
Le pareti di vetro sono utilizzate come vere e proprie lavagne dove attaccare fogli plastificati e appunti.
Il centro amministrativo è situato al primo piano, dedicato al top management e alla sala del consiglio, ma lo spazio principale è il piano terra, uno spettacolare open space con grandi finestre sul giardino che ospita al suo interno diverse funzioni.
“Poichè la struttura dell’edificio non presentava il classico allineamento di pilastri centrali abbiamo deciso di creare una spina centrale di scrivanie” spiega Antonio Borghi. “La luce è abbastanza alta, è una sala molto ampia, e questo ci ha fatto propendere per la soluzione a navata unica. Una configurazione “ad albero” con una certa densità, che probabilmente si evolverà nel tempo. Avendo l’azienda eliminato il telefono fisso per ogni dipendente, sono stati anche creati dei Phone booth, adibite a chiamate veloci”.
Anche il seminterrato è un open space con larghe finestre e accesso dal giardino, una comfort zone pensata per incentivare gli incontri in un ambiente informale, in un’area tra le più grandi dell’azienda fornita anche di oggetti ludico-ricreativi come il calcio balilla o il ping pong.
“Cercando di riassumere il progetto del quartier generale Neomobile si possono individuare tre concetti chiave” conclude Antonio Borghi. “Uno spazio efficiente e differenziato, studiato appositamente per le diverse tipologie di lavoro dei vari settori. Nessuno spazio è lasciato inutilizzato e nessuna funzione eccede il suo reale bisogno. Poi direi che è un workplace dinamico e smart, capace cioè di supportare diverse attività con un linguaggio architettonico non convenzionale, pensato fuori dagli schemi”.
Testo di Gabriele Masi.

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Star: rivoluzione smart di un’azienda tradizionale.

Dalla scrivania fissa e personale all’open space, da uno spazio fortemente gerarchizzato alle postazioni libere. Come portare un’azienda tradizionale e con un una lunga storia nell’era dello smart working? Durante la seconda jelly session dell’Isola WOW! Lavoro Agile, Matteo Melchiorri, HR Star e Antonella Grenci de Il Prisma hanno illustrato le caratteristiche dei nuovi uffici Star di Milano.

Star, la famosa azienda alimentare, ha da poco trasferito i suoi uffici presso il centro MAC7 di Milano. Gli interni, progettati dall’architetto Antonella Grenci de Il Prisma, propongono una concezione dell’ambiente di lavoro, all’insegna del “chance encounters”.
“Abbiamo optato per un open space uguale per tutti senza postazioni assegnate” spiega Matteo Melchiorri, direttore risorse umane Star “Abbiamo scelto uno spazio molto generoso, senza un obiettivo di ottimizzazione della superfice. Di per sé la postazione è tradizionale, ma non ci sono pannelli divisori e soprattutto sono stati ridotti al minimo gli spazi fisici per l’archiviazione dei documenti, perché abbiamo adottato un approccio paper-less.
Per accompagnare il processo di cambiamento verso questo nuovo modo di lavorare, abbiamo dotato ogni dipendente di un locker, armadietto 35x35x60cm per gli oggetti personali”.
L’elemento che contraddistingue il progetto è la forte impronta che lazienda ha voluto dare allo spazio, in primo luogo nell’uso del colore.
“Chiunque entri negli uffici non ha dubbi di trovarsi in Star per i colori inconfondibili del marchio”, spiega Antonella Grenci. “Una moquette verde, un grande prato, e le nuvole colorate dei pannelli acustici gialle, rosse e bianche: i colori di Star sono presenti ovunque”.
Altro forte elemento architettonico e cuore del progetto è lagorà.
“Gli uffici hanno una struttura ovale” continua Melchiorri “al centro c’è un’agorà che riproduce l’ambiente famigliare di una cucina, con un bancone, un frigorifero, vending machine, tavolini e divanetti. Unarea break flessibile e multifunzione che può essere utilizzata per rilassarsi o lavorare in autonomia o con altri in maniera informale.
Volevamo un luogo che favorisse lincontro e la condivisione tra i dipendenti. Abbiamo anche una cucina vera, professionale, uno spazio di lavoro dove organizziamo show cooking, eventi con la stampa, coi consumatori, con gli studenti universitari, etc”.
Qual è, però, il fattore più importante del passaggio allo smart working per un’azienda tradizionale come Star?
Melchiorri non ha dubbi: “È il change management, fatto di accompagnamento,verso il nuovo e di spiegazione del perché delle scelte.
Proprio con questa finalità abbiamo illustrato le varie fasi di realizzazione dei nuovi spazi attraverso un website dedicato ed abbiamo organizzato un focus group interno per ascoltare i dubbi e gli spunti delle nostre persone”.
Limportante è non dare per scontato nulla e rispondere a tutte le domande che arrivano”.
Il passaggio allo smart working, come tiene a sottolineare Melchiorri, non è comunque semplice e richiede una sua gradualità.
“Non possiamo definirci un’azienda agile, ma abbiamo scelto per il momento una maggior flessibilità in entrata (dalle 7.30 alle 9.30), nella gestione dell’orario durante la giornata e di conseguenza anche dell’orario di uscita, ma soprattutto abbiamo eliminato la timbratura, all’insegna del trust ed dell’accountability. Abbiamo deciso di non adottare in questa fase l’home working, per il futuro vedremo…”.
Testo di Gabriele Masi.

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L’acustica e qualità ambientale nel workplace.


L’evento si svolgerà il prossimo 10 giugno presso Spazio US49 di Milano e vedrà la partecipazione di quattro attori del mondo della progettazione acustica, ognuno con un sapere e una caratteristica ben precisa nel modo di vedere e sentire il progetto sonoro ponderato per gli spazi di lavoro collettivi ed individuali.

Introdurrà la serata l’Architetto Marco Predari (Universal Selecta), precursore nella progettazione degli spazi a pianta aperta per ambienti di lavoro seguace, sin dagli albori, delle filosofie del Burolandshaft e delle prime applicazioni di Space Planning.
Nella parte centrale della conferenza un piacevole dibattito fra due filosofie progettuali: l’ingegnere e l’architetto.
L’ “incontro-scontro” fra tecnicità ed estetica, rappresentati dall’Ingegner Ezio Rendina (Viva Consulting), consulente e progettista impegnato nella valutazione, nella previsione, nella progettazione di sistemi di abbattimento dell’inquinamento acustico ambientale e del disturbo da vibrazioni prodotte da agenti esterni di contro l’Architetto Cristiana Cutrona (Revalue) specializzata nella progettazione di interni per grandi ambienti di lavoro, sostenitrice del pensiero dello Smart Working per cui cambiando il modo di stare nello spazio e di organizzarlo si può coniugare l’eccellenza del servizio alla missione dell’architettura.
Concluderà l’evento l’intervento dell’Ingegner Franco Mialich (MCM ): project manager nel settore Real Estate con pluriennale esperienza nella gestione di progetti immobiliari complessi in tutti i settori delle costruzioni civili ed industriali.
Con il patrocinio di AREL Italia ( Associazione Real Estate Ladies).
Titolo: L’acustica protagonista della qualità ambientale in ufficio.
Dove: Spazio US49 Eventi, Via Ettore Ponti 49, Milano.
Quando: 10 giugno 2015 ore 18,30, segue aperitivo.
Per informazioni:
marketing@universal-selecta.it