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Wellbeing, wellness, welfare aziendale: è in atto l’era del well-workplace.

Il termine “well” è entrato con forza nell’ambito degli stili di vita e soprattutto di lavoro.
Il Benessere, esigenza primaria dell’essere umano, sta modellando un nuovo approccio al progetto del workplace e di tutto l’ambiente costruito. Sta assumendo un valore sempre più rilevante la funzione del generare bene, benessere.
I motivi sono etici, ma anche economici: non nascondiamoci che dietro alla sostenibilità (e anche dietro alle certificazioni!) c’è un grande business e molto marketing: il wellbeing è uno strumento di comunicazione per l’azienda e un fattore che impatta sul valore dell’immobile ed è dimostrato che il dipendente che sta bene è più produttivo

Non è solo una tendenza, è una nuova sensibilità diffusa che riguarda la necessità di un rapporto diverso con l’ambiente che ci ospita.
Una consapevolezza condivisa che in spesso sembra sinonimo di sostenibilità, ma “La sostenibilità è il mezzo, il benessere dell’uomo è il fine” come, in occasione di WellFerence, ha spiegato Giovanni Fabris, fondatore di Welldome, società di General Contractor che ha come mission il Ben-Essere negli ambienti costruiti.
La visione di benessere nel workplace, che si è per molto tempo confusa con l’ergonomia, oggi non è più incentrata solo sulla salute e la prevenzione di patologie, ma considera anche il benessere fisico, psichico e sociale.
Questa visione olistica ha oggi uno strumento di misurazione grazie al protocollo di certificazione Well che, spostando l’attenzione dal funzionamento dell’edificio a quello dell’organismo umano, valuta il livello di condizioni di vita ottimali attraverso 7 categorie di analisi e certificazione (aria, acqua, alimentazione, luce, fitness, comfort e mente) offrendo un’ulteriore dimostrazione che l’ambiente svolge un ruolo chiave per il raggiungimento del benessere.
La qualità della vita rimanda anche al Welfare aziendale, fino a pochi anni fa un approccio costituito da un insieme eterogeneo di iniziative sporadiche finalizzate al benessere dei dipendenti. Un concetto che si è recentemente evoluto fino a diventare un vero e proprio sistema organico ed equilibrato di gestione del personale adottato non solo dalle grande aziende.
WOW ha trattato più volte questo tema e in questi 5 anni e ne ha seguito il percorso evolutivo, ben sintetizzato nell’articolo “Mente, corpo e ambiente: benessere 3D in ufficio”.

Anche da IFMA in occasione della 18a edizione di FM Day, ha parlato di ricerca del benessere nella conferenza “Il welfare come stile di gestione amato dalle grandi aziende” affrontando come è cambiata la domanda di welfare e come ha modificato l’offerta di servizi legati al benessere dei dipendenti. Un argomento incluso anche nella legge di stabilità che ha ampliato il panorama delle prestazioni e dei servizi compresi nei piani di welfare, come ha illustrato Franca Maino, Direttrice del Laboratorio “Percorsi di secondo welfare”.
Non va trascurato che “il benessere è un fatto di Cultura, basato sulla condivisione di obiettivi e strettamente connesso con la comunicazione e la percezione dell’azienda” come ha spiegato Luca Ferioli, business developer di CEG Facility che ha sottolineato come gli effetti positivi generati dal benessere non richiedano budget elevati da parte dell’azienda.
Dunque si offre benessere per essere più attrattivi e anche perché, come ha commentato Giandomenico Martino, Facility Manager di ConTe.it “Le persone a cui piace quello che fanno, lo fanno meglio!”
Generare benessere è un percorso in progress, non illudiamoci di trovare ricette valide: come illustra la Piramide di Maslow, sempre attuale dopo oltre 60 anni, una volta realizzati i bisogni fondamentali si genereranno nuove necessità perché la nozione di benessere è in costante evoluzione, anche nell’ambiente di lavoro.

Editoriale di Renata Sias, direttore di WOW! Webmagazine.

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La tecnologia della felicità al lavoro in una app.

La tecnologia sarà alla base del raggiungimento della felicità in ufficio: è questo il risultato della ricerca i-Enjoy commissionata da Sedus nell’ambito della presentazione dell’app gestionale se:connects. Realtà aumentata, servizi cloud, dispositivi indossabili e IoT sono le quattro tecnologie che stanno cambiando il nostro modo di lavorare, aumentando la nostra capacità di essere autonomi, di instaurare relazioni positive, creare, padroneggiare il contesto e crescere professionalmente e personalmente: in una parola di essere felici al lavoro.

Il rapido sviluppo tecnologico, a cui stiamo oggi assistendo, non sta solo ridefinendo il modo in cui lavoriamo, ma sta anche creando una nuova cultura del lavoro, favorendo il coinvolgimento attivo delle persone nella propria organizzazione, sempre più concentrata, a sua volta, sui bisogni del singolo impiegato.

Se, allora, parlare di felicità al lavoro significa includere considerazioni che vanno oltre la sfera personale e privata, quali engagement, fulfilment ed empowerment, allora la tecnologia può davvero giocare un ruolo chiave nel trasformare l’ufficio in un luogo dove perseguire la felicità, o almeno un certo tipo di essa.

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Certo, come fa notare Daniele Andriolo di Plantronics, intervistato nell’ambito della ricerca Sedus i-Enjoy, “la tecnologia fornisce un supporto determinante, ma non esclusivo, sia essa “passiva”, intesa come strumenti per un maggior comfort ambientale, o “attiva”, nel senso di strumenti, oggi principalmente informatici, per un più agevole ed efficace svolgimento delle attività lavorative”. Inoltre, mentre la tecnologia porta a dei grandi vantaggi come la migliore organizzazione temporale e spaziale delle attività e una migliore “ergonomia” del lavoro intellettuale, che lascia alle macchine lo svolgimento di compiti ripetitivi, lasciando alla componente umana la parte creativa, è anche vero che il gigantesco e costante flusso di informazioni rischia di farci “perdere di vista cosa conta davvero”.

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Oggi sono diverse le tecnologie e i servizi ad esse legati che si prefiggono di avere un impatto importante sulla felicità in ufficio: i server icloud e gli strumenti di realtà aumentata permettono di gestire una comunicazione ubiquitaria e trasparente coi colleghi e l’azienda, software e applicazioni come Happyfy Health forniscono ai dipendenti strumenti digitali in grado di motivare e fare da guida nello sviluppo delle capacità emozionali, mentre altri come Awesome Boss mirano ad aiutare i manager a gestire in maniera efficace un gruppo di lavoro.

È interessante notare, in quest’ottica, come la tecnologia stia avendo un grosso impatto anche sull’architettura e sul design degli ambienti di lavoro, basando la “felicità spaziale” sulla capacità del dipendente di poter dominare e usufruire liberamente dell’ambiente: poter scegliere quale area utilizzare, le condizioni di temperatura e luminosità, sviluppare i propri percorsi, interagire liberamente e modificare lo spazio. Dalla parte del management, invece, la stessa tecnologia permette contemporaneamente di elaborare diversi dati, intercettando ed elaborando le preferenze delle persone e offrendo la possibilità di realizzare uffici che soddisfano di più i dipendenti.

L’app se:connect di Sedus è un ottimo esempio di strumento che cerca di sfruttare l’utilità bifronte della tecnologia nello spazio, cercando di trovare soluzioni alle criticità dei nuovi spazi pensati in ottica smart working: attraverso il proprio smartphone, gli impiegati possono trovare agevolmente spazi di lavoro liberi e registrare la loro presenza nel sistema, permettendo ai dipendenti di farsi trovare, e a loro volta trovare i propri colleghi. Dall’altra parte i responsabili delle strutture riescono ad avere sempre a disposizione un report completo e aggiornato di numeri occupazionali e statistiche, avendo così strumenti per ottimizzare lo spazio e migliorarne l’efficacia, rendendo sia l’azienda sia gli impiegati più felici.
Testo di Gabriele Masi.

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Architettura della comunicazione per un ufficio da WOW effect.

“Find your way!” È questo il motto del futuro mondo del lavoro e del workplace, secondo la trend expert Birgit Gebhardt, intervenuta all’evento “L’evoluzione dello Smart Working: ripensare il lavoro, ridisegnare lo spazio”, presso lo showroom Dieffebi a Milano. Un ambiente costruito attorno a network e a dati, dove lo spazio si personalizza in una cultura basata sulla comunicazione e collaborazione.

Siamo in un momento in cui l’ufficio sta perdendo il suo WOW effect e la sua centralità, soppiantato da spazi terzi che permettono di svolgere il proprio lavoro in maniera più adatta alle esigenze individuali e a volte più efficace e creativa: come ripensare allora l’ufficio per fare in modo che giochi ancora un ruolo importante nel futuro?

Birgit Gebhardt è intervenuta a proposito lo scorso 10 ottobre, nell’evento organizzato nel palinsesto dei Brera Design Days presso lo showroom Dieffebi che, proprio nell’occasione, festeggia il primo anno dall’apertura.
La studiosa tedesca è partita da un’analisi del cambiamento strutturale in cui sono immersi il mondo del lavoro e la società attuale: da una struttura focalizzata sull’industria, e che trovava in “standardizzazione” e “massificazione” le sue parole chiave, si sta passando, nell’era digitale, a una struttura che mette al centro il network e lo scambio massivo di dati, permettendo una maggiore focalizzazione sull’individuo. Se il motto era precedentemente “big, faster, cheaper, further” oggi è diventato “unique, as many as needed, on the spot, feasible by anybody”.

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Il design dell’ambiente di lavoro diventa così la chiave per favorire e porre l’accento sulla comunicazione, non più per strutturare e definire rigidamente i processi, ma per fornire un palcoscenico per diverse performance e competenze.
Uno spazio che, grazie alle nuove tecnologie IoT, diventa intelligente, capace di portare ovunque e sempre la comunicazione, emozionale e in grado di influenzare la nostra creatività e i nostri stati d’animo.
L’ufficio ha dunque bisogno di una “architettura della comunicazione”, capace attraverso la trasparenza, la non gerarchizzazione, la continua malleabilità e interazione con l’utenza di creare uno spazio dove l’individuo possa esprimere, far crescere e imparare nuove competenze.
“Non abbiate paura di provare qualcosa di totalmente diverso o pensare in una direzione totalmente differente”, ha suggerito Gebhardt, mostrando diversi esempi tratti da scuole e uffici disegnati prendendo spunto da diversi modelli di comunicazione umana.
Come fare, però, a costruire uno spazio efficiente, in grado di veicolare queste idee, che non si preoccupi più della “struttura della macchina”, ma della “struttura della collaborazione e della comunicazione”?

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Ecco un’altra formula, per dirla in maniera semplice: “varietà di codici, multiprospettiva e cultura dell’apprendimento”.
Bisogna tenere innanzitutto a mente che lo spazio è sempre percepito attraverso una memoria emotiva individuale e che quindi bisogna creare una reciproca adattabilità tra spazio e persona, che non imbrigli o deprima l’individuo, ma che sia in grado di farne esprimere a pieno il potenziale. Non è solo la persona che deve adattarsi alla situazione, ma è anche lo spazio che deve adattarsi alle persone che vi abitano: “Hai bisogno di toccarlo e di cambiarlo. Se c’è troppo design le persone non faranno nessuna di queste cose”, ha commentato Gebhardt.

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In secondo luogo, seguendo le ricerche neuropsicologiche sulla creatività, è importante che vi siano spazi che permettano una “non focalizzazione”, basati sulla libertà di trovare la propria situazione ideale e sul “lasciare che le cose accadano”. Un ambiente, cioè, che si avvicini maggiormente agli atelier o ai laboratori degli artisti, capaci di fornire diverse stimolazioni sensoriali, anche e soprattutto attraverso aree relax stimolanti o luoghi di incontro.

Infine è uno spazio dove l’apprendimento deve poter essere libero e costante, dove ognuno può imparare di continuo, attivamente e passivamente, dall’incontro con chiunque, un “landscape of learning” basato sulla self-organization, dove il focus principale non sia più su ciò che manca, ma sull’opportunità, non più sulla iper-specializzazione, ma sullo sviluppare sempre nuove prospettive e punti di vista.
Testo di Gabriele Masi.
foto da New Work Order ,bBirgit Gebhardt
Didascalia:
1. La Scuola di Atene, Raffaello: un modello per i workplace contemporanei
2. Pittogrammi metaforici usati Rosan Bosch per descrivere i modelli di comunicazione.
3. Ørestad Gymnasium, Danimarca, foto di Adam Moerk

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Al via la 1a edizione di #DesignCityMilano (1/9 ottobre).

C’è curiosità e attesa per la prima edizione di Design City Milano, l’iniziativa sostenuta dal Comune di Milano, organizzata da StudioLabo e caldeggiata dall’assessora Cristina Tajani, che si svolgerà dal 1 al 9 ottobre. Non un Fuorisalone d’autunno, ma una sorta di festival diffuso sul modello di Piano City e Book City. Tutti possono partecipare gratuitamente inviando entro il 15 settembre le proposte che saranno giudicate dal comitato scientifico.

Milano è capitale del Design tutto l’anno. Da questo dato di realtà prende vita, dal 1 al 9 ottobre 2016, la prima edizione di Design City Milano, un imperdibile palinsesto di eventi dedicati alla ricerca, alla cultura e all’etica del progetto più che al prodotto. “Comunicare il Design- Innovare la Città” è l’headline e “Contaminazione, co-progettazione, ibridazione” sono le parole chiave.
Si aprirà con i Brera Design Days presso la Mediateca Santa Teresa, in via della Moscova 28, dove – dopo l’inaugurazione del 30 settembre- nelle prime due giornate di ottobre si svolgeranno incontri e workshop sul tema “Progetto e Innovazione tra Digitale e Territorio”.
Il festival proseguirà con eventi diffusi su tutto il territorio milanese: tutti possono entrare nel palinsesto iscrivendo sul sito ufficiale di Design City Milano una proposta di evento che sarà giudicata dal comitato scientifico composto da Chiara Alessi, Valentina Auricchio, Paolo Ferrarini e Marco Sammicheli.
Musei, istituzioni (Museo del ‘900 e Triennale), scuole e università (Politecnico, Ied e Bicocca), associazioni (Federlegno) Ordine degli Architetti e nuovi workplace come Copernico e Clubhouse Brera hanno dato l’adesione al festival che vede tra i main partner Abitare, IED oltre a Brera Design District.
Design City Milano abbraccerà anche appuntamenti consolidati già in calendario a Milano in quel periodo come la quarta edizione di MDFF (Milano Design Film Festival) dal 6 al 9 ottobre, come di consueto all’Anteo Spazio Cinema, e la terza edizione di IF (Italians Festival dedicato alla creatività) dal 6 all’8 ottobre presso il Teatro Parenti.
Tutti gli aggiornamenti sulla pagina Facebook #DesignCityMilano.

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Il valore economico del design: convegno ADI a Palazzo Mezzanotte.

Il convegno “Pensiero e azione. Cultura, organizzazione ed economia del design”, organizzato da ADI in collaborazione con Borsa Valori di Milano, FLA, Assolombarda e Regione Lombardia, ha affrontato il tema complesso del valore strategico ed economico del design, un concetto troppo spesso trascurato dalla diffusa e scorretta accezione di Design=Libertà creativa. Anche la scelta della sede del convegno non è casuale: Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa di Milano.

Dopo i saluti istituzionali e la premiazione delle aziende lombarde che hanno ricevuto il Compasso d’Oro, il convegno è entrato direttamente negli elementi economici, culturali e sociali che il design rappresenta oggi.
Il Presidente ADI Luciano Galimberti ha evidenziato gli snodi salienti del percorso di ADI nell’ultimo mezzo secolo: dal Congresso ICSID del 1983 che aveva coinvolto tutta la città di Milano sulla riflessione sul futuro del design, alla presenza di ADI alle 17a Triennale di Milano del 1988 nella quale per la prima volta vengono presentati i veicoli pensanti, le categorie culturali delle  riduzioni e un nuovo approccio all’arredo, nella Casa che respira. Design Memorandum, Design Memorandum 2.0 e il riconoscimento della Collezione del Compasso d’Oro come Patrimonio culturale italiano, sono state le altre tappe ricordate come esempi di un’attività prioritariamente culturale prima che organizzativa realizzata dall’ADI.
Dopo le testimonianze di aziende orientate al design considerato un loro reale valore aggiunto, sono intervenuti docenti del Politecnico.
Il prof. Giuliano Noci ha evidenziato al necessità di superare un’autoreferenzialità penalizzante anche per il design, per affrontare i nuovi scenari di business nei quali la dimensione relazione assume sempre più un ruolo decisivo.
Il prof Francesco Zurlo ha sottolineato come il design, la sua cultura progettuale e il suo orientamento ai mercati in trasformazione svolga un ruolo strategico, non tattico: è appunto di capacità di dare senso ai progetti, ai processi, alle relazioni che colloca il design in un ruolo centrale nei nuovi modelli organizzativi delle imprese.
Il Prof. Francesco Schianchi, dopo aver tratteggiato l’evoluzione del design, dalle amigdale alla contemporaneità, da un lato ha evidenziato come nella doppia “anima” del design come produttore di soluzioni e come produttore di senso, negli ultimi anni il “pendolo” del design esperto si sia sempre più orientati verso l’essere una “tecnicalità” funzionale a produrre soluzioni che funzionano nel mercato.
Per questo ha sollecitato a riportare il pendolo verso il senso, verso quello che ha coniato “antropodesign”, al servizio della vita dell’uomo, per migliorarne la qualità.

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BASE Milano: condivisione è cultura.

Un progetto di riferimento per la cultura e la creatività a Milano, 6.000 mq di coworking, laboratori, una foresteria e una fitta programmazione di iniziative ed eventi: BASE Milano nasce dalla riqualificazione degli spazi dell’ex-Ansaldo con l’intento di innovare il rapporto tra cultura ed economia, un impianto architettonico di grande fascino, capace di testimoniare la natura ex industriale del sito e di farla rivivere nel meglio dei talenti, delle imprese e delle realtà creative italiane e internazionali.

“Oggi restituiamo ai cittadini uno spazio storico, oggetto di una trasformazione radicale che lo ha reso un polo culturale ad alto tasso di innovazione. Qui sarà possibile condividere idee e contenuti e i giovani creativi troveranno terreno fertile per costruire relazioni che possano favorire da un lato lo sviluppo artistico ed economico della città e dall’altro nuove opportunità lavorative”. Con queste parole Cristina Tajani, assessore alle Politiche del lavoro, Sviluppo economico, Università e Ricerca, ha espresso la soddisfazione per l’apertura di BASE Milano negli spazi dell’ex Ansaldo, risalenti al 1904 e ristrutturati in dodici mesi. Un progetto impegnativo, costato quasi 4 milioni di euro, reso possibile grazie all’intervento congiunto del Comune di Milano, Arci Milano, Avanzi, Esterni, h+, Make a Cube³,  con il sostegno di Fondazione Cariplo.
Una “nuova base per scambiare idee, sviluppare progetti o semplicemente divertirsi e bere un caffè in un ambiente stimolante e aperto”, come lo ha definito il presidente Matteo Bartolomeo, uno spazio attivo tutto l’anno, un ecosistema creativo che pone la cultura come maggior propulsore dello sviluppo socio-economico.

Da Via Bergognone 34, si entra nello spazio identitario di BASE Milano: una piazza al coperto aperta alla città dal mattino presto alla sera tardi, composta da una zona lounge e da caffetteria. Sempre al pian terreno il progetto prevede un bookshop o temporary shop/project e una zona espositiva per mostre, spettacoli, feste ed eventi temporanei, con un piccolo auditorium, con una capienza di 150 posti a sedere.
Il piano superiore ospiterà il coworking, senza postazioni fisse, con sale riunioni chiuse e spazi aperti e la foresteria,riservata in parte a ospiti paganti, mentre un’altra sarà impegnata per residenze di artisti e collaboratori su progetti o workshop.

La programmazione degli eventi si ispira al trend internazionale “Do it yourself”, trasformandolo però in “Do It Together”. Un programma nelle intenzioni eterogeneo che vuole interrogarsi sui temi della contemporaneità come innovazione sociale e culturale, nuovi lavori, trasformazioni urbane, condivisione e collaborazione, come testimoniano i primi tre mesi di vita: la mostra-laboratorioVisual Making (30 marzo – 17 aprile), sul tema della sperimentazione grafica, il Book Pride, la fiera degli editori indipendenti, (1- 3 aprile), la XXI Triennale “21st Century. Design After Design” (2 aprile – 12 settembre), di cui BASE Milano è una delle sede principali, ospitando le partecipazioni internazionali di Repubblica Popolare Cinese, Francia, Israele e Regno Unito, e del marchio tedesco Gaggenau.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Valentina Sommariva.

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Dall’azienda “padre-padrone” all’azienda “mamma”.

In un confine sempre più opaco tra home e working environment, la realizzazione dello smart working in azienda avviene tramite il coinvolgimento del corpo in una nuova modalità di lavoro e dei valori e della mission dell’azienda, attraverso il design: la Jelly Session conclusiva dellIsola WOW! Lavoro Agile 2016 ha inspirato nuovi interrogativi su una necessaria antropologia dei nuovi ways of working.

La Jelly Session “Ergonomia, comfort e health promotion nello smart office” dell’Isola WOW! Lavoro Agile 2016 è stato un momento molto fecondo che è riuscito ad aprire scenari che vanno ben oltre quelli previsti nel titolo. Sancendo l’importanza di un approccio antropologico nella progettazione di uno spazio ufficio sempre più incentrato sul benessere persona nella crescente fluidità e dinamicità richiesta dalle nuove ways of working, ha di fatto sottolineato la necessità di una chiave di lettura e di un approccio antropologico nello studio dei cambiamenti attuali che stanno avvenendo oggi nelle aziende. Confrontando le diverse recenti esperienze di design e progettazione, ecco le considerazioni principali da tenere in conto.

1. Dall’azienda “padre-padrone alla ”azienda mamma”.
L’ambiente di lavoro non è più un posto rigido e austero, immagine dello sguardo severo di un padre, ma uno spazio concepito come “il ventre di una madre”, accogliente, orientato all’home-feeling e capace di “coccolare” i suoi dipendenti. Dalle aree in between, agli onnipresenti calcio-balilla, alle nursery per i figli dei dipendenti, all’attenzione posta sugli effetti del rumore, dello stress o delle prolungate ore di seduta: il design dell’ufficio si fa bello, perché il paradigma è cambiato: bello è benessere e benessere è produttività.
Esempio di “azienda mamma” è Mattel (non a caso un’azienda che produttrice di giochi), che ha creato a Milano un ambiente di lavoro in cui l’azienda, tramite piccole coccole offerti ai dipendenti, allarga le sue competenze ben oltre la normale funzione del luogo di lavoro, fino a diventare luogo di “educazione al benessere”. Oltre all’organizzazione di progetti legati allo sviluppo di una sensibilità verso il tema della sostenibilità come il Green Project di cui abbiamo già parlato, Mattel offre una serie di servizi come l’osteopata, lo psicologo, il prelievo del sangue AVIS con le analisi, organizzati nella sala relax periodicamente, la mela fresca ogni mattina alla reception e  la colazione alla propria scrivania una volta al mese, e sovvenzioni aziendali destinate, a scelta del dipendete, ad aspetti extra-ufficio che riguardano la vita del dipendente come abbonamenti o spese mediche.
Se la famiglia è stata da sempre il primo luogo dell’educazione, l’azienda si configura oggi come una seconda famiglia adottiva, non solo preoccupata del benessere del dipendente, ma anche dell’orientarlo verso le pratiche in grado di fornire questo benessere.

2. Dal “corporate” al corpo: come creare senso di appartenenza nell’epoca della flessibilità.
Era già emerso dall’edizione precedente dell’Isola WOW! Lavoro agile come anche il passaggio allo smart working fosse una questione di educazione , alla fiducia e ad una nuova modalità di gestire il rapporto datore di lavoro-dipendente. In questa edizione abbiamo indagato più in profondità come è proprio il design lo strumento privilegiato per questa “educazione”. Lontano dall’essere un elemento puramente decorativo, il design ha una profonda azione attiva ed educativa sul corpo del lavoratore: scrivanie regolabili, scrivanie scomponibili, postazioni non assegnate e spazi flessibili cambiano posture e rendono il lavoro (e lo fanno percepire) più dinamico, parola chiave dei nuovi ways of working; spazi in between, graffiti e cucine creano un modo di vivere lo spazio informale che corrode a poco a poco il confine tra il fuori e il dentro l’ufficio, tra il tempo libero e il tempo del lavoro, confine che lo smart working tende ad annullare, promuovendo un continuum indefinito regolato dalla fluidità delle informazioni tecnologiche e dalla responsabilità dell’individuo; il maggior orientamento verso l’open space e l’abbandono delle partizioni fisse e rigide tra le diverse parti e funzioni dell’azienda, se da un lato suscita spesso interrogativi sui problemi di privacy, dall’altro fornisce la percezione di un’azienda più trasparente, più vicina al dipendente e più orizzontale.
Un secondo aspetto dove il design riveste un ruolo fondamentale è la brandizzazione dello spazio e l’interazione dei valori dell’azienda attraverso lo spazio. Abbiamo già parlato, per esempio nel caso di Star, di come questo può essere ottenuto attraverso il colore e l’organizzazione di uno spazio che pone al centro l’elemento chiave della mission dell’azienda: la cucina.
Un esempio ancora più forte è fornito dalle sede di Technogym a Cesena capace di fondere i concetti dell’azienda mamma a quelli del vivere nel corpo i valori dell’azienda. La compagnia leader nella produzione di attrezzi per lo sport e il tempo libero ha trasformato la sua sede in un campus del benessere del corpo: attrezzature e un percorso jogging utilizzabile prima, dopo o nelle pause del lavoro, un ristorante che offre cibo sano e controllato per il pranzo, scritte sugli ascensori che invitano all’uso delle scale, spazi di lavoro che richiedono movimento e la proposta dell’uso della wellness ball per le sedute alla scrivania.

3. Aspetti culturali: deviazioni peculiari dal modello di stampo anglo-sassone.
“Il design e lo smart working sono un fatto di cultura”, ha concluso così il suo intervento Andrè Straja, sottolineando come se i concetti di flessibilità, ergonomia, work-life balance rappresentino una novità per il panorama italiano è per il netto ritardo che le aziende e la legislazione italiana hanno in questo campo rispetto agli stati del Nord Europa e dell’America. Se è vero che in Italia lo smart working sta lentamente (e con successo) lottando contro una resistenza culturale, non è detto che questa resistenza culturale sia qualcosa di assolutamente negativo, ma una peculiarità che costituisce un’occasione fertile e feconda per una nuova alchimia tra il modello, il nostro trasformismo e la nostra capacità di trasformazione e re-invenzione del modello stesso. Su questo concetto si è basato l’intervento di Giulio Ceppi di TotalTool, che con il suo progetto dello spazio retail in India, ha dimostrato come non solo il marchio made in Italy è ricercato nella concretezza degli oggetti prodotti, ma anche nell’abilità di una forma mentis abituata storicamente a calare l’idea nel contesto.
Il design è espressione della cultura e dalla cultura non può prescindere: il modello dello smart working, in poche parole, non può essere importato in toto dalle aziende di Cupertino, ma va riadattato e modificato alle peculiarità del contesto. Solo in questo modo può funzionare.
Un esempio banale è la sede milanese di Digital Entity, uno spazio per lo smart working che NTTdata ha voluto con un design pulito ed essenziale come è nella concezione giapponese, in contrasto con altri uffici smart che puntano su un ambiente maggiormente di impatto. Come ha raccontato Rossella Destefani questa scelta è stata vissuta come un plus nella percezione dei clienti: “loro non comprano solo il prodotto, ma anche la serietà di un’azienda giapponese”.
Ecco perché è importante sottolineare, in conclusione, che il design non è e non può essere considerato un elemento neutro e di secondo piano, ma lo strumento principale di cambiamento, espressione viva e vissuta delle politiche aziendali e dei nuovi ways of working.
Testo di Gabriele Masi.
Didascalie:
1, 2 Wellness Campus Technogym, Antonio Citterio e Patricia Viel & Partners, Cesena.
3, Wellness Room, Uffici Mattel Italia, Milano.
4, UniCredit International Centre, 
SGS Architetti Associati e Studio Scagliotti, Sofia (Bulgaria).
5, Sede Star, Il Prisma, Milano.
6, Sese Digital Entity, deamicisarchitetti, Milano.
7, 8 Discovery Centre, TotalTool, Bhartiya (India).

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Street Art in ufficio.

“La street art con le sue tecniche dirette e con le sue sofferenze nell’anima entra negli uffici per offrire valore interno e stimolo alla conoscenza di forme d’arte non naturalmente utilizzate”. Con queste parole Alide Forte Catella, amministratore delegato di Coima Image, spiega una delle nuove tendenze più interessanti, sintomo di un cambiamento di percezione dello spazio lavorativo. 

La decorazione nei progetti residenziali e di uffici sta diventando un elemento sempre più importante e speciale: definisce lo stile e ne tratteggia i connotati dell’insieme”, continua Alide Forte Catella. “Quanto la street art viene cercata e selezionata necessita di un pensiero profondo che viene trasmesso per dare quella personalità che rende un progetto caldo, accogliente e in grado di contenere già una storia che lo rende unico”.
Gli ultimi progetti di Coima Image, gli spazi della hall dell’edificio Google-Pandora e degli uffici Roland Berger, raccontano un nuovo modo di personalizzare gli spazi.
La Street Art e i graffiti, che si esprimono solitamente nei luoghi pubblici per dare voce a una critica sociale e di contrasto, si evolvono in una nuova forma d’arte che da fenomeno clandestino diventa un’espressione condivisa e legale. Un nuovo linguaggio in grado di dare un’anima culturale e artistica agli spazi da vivere.

Su Wow! abbiamo già presentato altri esempi di come i graffiti si abbinano alla perfezione negli ambienti di lavoro e soprattutto negli spazi in-between, come dimostra la nuova sede Neomobile di Roma. “L’incursione della street art così come delle forme d’arte visiva contemporanea si inserisce perfettamente nel nuovo concept di ufficio moderno dove si cerca di ricreare spazi “altri” rispetto al solito, in modo da stimolare maggiore interazione tra i colleghi durante una pausa o in modo da essere di ispirazione per le attività creative”, spiega Salvatore Marinaro di Unispace che ha curato il progetto. “Personalmente”, conclude, “apprezzo molto questo tipo di approccio all’interno degli spazi di lavoro, ma pur sempre contenuto nelle aree non operative dove invece è sempre necessario mantenere il focus sul piano di lavoro con una scelta opportuna di luce, colori e materiali adeguati”.
Come testimonia anche il lavoro di Monforte e come abbiamo già sottolineato parlando della nuova piattaforma culturale #UfficioManifesto, la crescente presenza dei graffiti in ufficio può essere infondo ricondotta a quella tendenza che punta alla creazione di un ambiente di lavoro collaborativo divertente e orientato all’home feeling, o comunque più informale e rilassato.
Testo di Gabriele Masi.

Didascalie
1, Hall Google – Pandora. Coima image. Nel palazzo per uffici progettato da W. Mc Donough nel Quartiere Isola a Porta Nuova, sede degli uffici Google e Pandora, Coima Image ha curato l’interior design della main lobby dell’edificio. Gli artisti hanno lavorato per quattro sere, utilizzando la tecnica delle bombolette spray, secondo alcune suggestioni da sviluppare: il verde e la natura (vista la contiguità con l’edificio del Bosco Verticale), l’astratto e la rappresentazione di alcune lettere dell’alfabeto tra ui la G di Google e la P di Pandora. Il progetto ha coinvolto quattro street artists milanesi, Marte, Fosk, Mate e Leos, i primi tre parte della“crew” Nuclear1, nata a Milano nel 1996 e formata da persone con background differenti e stili diversi.
2,3,4 Uffici Roland Berger, Coima Image. Roland Berger occupa una porzione dell’edificio Gioiaotto, progettato negli anni ’70 dall’architetto Marco Zanuso e di recente ristrutturato nell’ambito del progetto Porta Nuova Varesine. I 600 mq sono stati ripensati da Coima Image, puntando sull’ottimizzazione degli spazi, in base alle performance richieste. Gli uffici doppi o multipli dei manager, sono separati da pareti decorate con opere degli artisti della Street Art. La filosofia del progetto artistico evoca i principi della “Singularity University” in California, volta a sfruttare le potenze tecnologiche esponenziali per risolvere le grandi sfide dell’umanità. Queste tematiche hanno ispirato le immagini iconiche del DNA, dell’energia, della robotica e delle nanotecnologie che caratterizzano in modo differente ciascun ufficio. Il progetto ha coinvolto gli stessi street artist della Hall Google-Pandora, Marte, Fosk, Mate e Leos.

5, 6 Sede Monforte di Milano. Monforte. Lo spazio pensato da Monforte e dalla business developer Paola Miglio, è un coworking di spazi e di idee, il manifesto dell’ufficio collaborativo. Le aree previste in questo variopinto ambiente di lavoro non fanno riferimento alle classiche funzioni operative, ma evocano altri modelli di lavoro conviviale (eat and chat, meet, relax, welcome) “Vogliamo trasferire l’esperienza acquisita nella progettazione della vita domestica negli spazi di lavoro per costruire ambienti di benessere individuale e collettivo, nei quali l’efficienza della ragione e l’intuizione emozionale lavorino insieme”, spiega Daniele Lago, di Lago che ha fornito gli arredi.
7, 8 Uffici Neomobile, Unispace. “La scelta dei graffiti è stata perché all’epoca Neomobile stava portando avanti una campagna creativa legata ai supereroi “become a superhero of mobile monetization”, in occasione del Mobile World Congress di Barcellona e la responsabile della corporate communication decise di immaginare che alcuni dei supereroi più famosi venissero rappresentati in pose insolite in tutte le aree comuni e di relax (Superman che fa un pisolino, spiderman ai fornelli, Hulk che esce dalla doccia , ecc ecc)”, spiega Salvatore Marinaro. Negli uffici Neomobile i graffiti sono presenti esclusivamente nelle aree “leisure” o di passaggio (come le rampe delle scale), non all’interno delle aree operative dove si è preferito mantenere le pareti neutre.

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Nasce il Premio Internazionale Gabriele Basilico.

Dedicato alla memoria di un protagonista della fotografia, il Premio Internazionale di Fotografia di Architettura e Paesaggio Gabriele Basilico ha inaugurato la sua prima edizione con la presentazione lo scorso 29 giugno, nella sede dell’Ordine degli Architetti P. P. C. della Provincia di Milano.

Artista dal linguaggio fotografico a tuttotondo, Gabriele Basilico (Milano, 1944-2013) ha sempre inteso il proprio lavoro come un impegno civile a favore delle nuove generazioni, intuendo nelle sue esplorazioni i mutamenti epocali più significativi, in un confronto continuo con esponenti del mondo dell’architettura, dell’urbanistica, della sociologia, della letteratura, della fotografia e dell’arte tutta. Per questo il Premio, che ambisce a divenire nel tempo un tassello fondamentale della ricerca e sperimentazione dei linguaggi visivi, è riservato agli under 35, nell’intenzione di stimolare i giovani a indagare l’architettura e il paesaggio attraverso immagini fotografiche che ne disvelino aspetti figurativi, sociali e culturali.
La partecipazione è su invito: la giuria, presieduta da Giovanna Calvenzi e composta da nomi riconosciuti del mondo dell’architettura e della fotografia, attraverso dei “segnalatori” in diversi Paesi del mondo, individuerà e inviterà i fotografi a sottoporre i lavori svolti e un progetto da realizzare a tema aperto. La premiazione avverrà a dicembre, e il vincitore avrà a disposizione 8 mesi per la realizzazione del proprio progetto, che consisterà nell’esecuzione di una ricerca fotografica e relativi apparati di lettura, con la pubblicazione di un libro.
Testo di Gabriele Masi.

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Cuscini Ares Line al Teatro Olimpico.

Ares Line ha realizzato e donato i nuovi cuscini di velluto rosso ergonomici per i 400 posti a sedere del celebre Teatro Olimpico di Vicenza, progettato da Andrea Palladio. Un atto non solo di responsabilità civica, come sottolinea il presidente Roberto Zuccato, perché «è anche grazie al rapporto con la cultura e le bellezze di un territorio che un’azienda costruisce il proprio successo nel mondo».

Uno dei limiti del Teatro Olimpico di Vicenza, come ha sottolineato nella conferenza stampa di presentazione del progetto il vicesindaco di Vicenza, Jacopo Bulgarini d’Elci, era la scomodità delle sedute che fino ad oggi non permetteva una fruizione comoda agli spettatori. Problema di cui Ares Line ha voluto prendersi carico, rendendosi protagonista di un mecenatismo culturale che oggi riveste un significato fondamentale per la preservazione di un patrimonio che «racchiude valori di eccellenza e che non è solo di questa città, ma del mondo intero».
«Le sedute del Teatro Olimpico sono state create ad hoc dal nostro reparto ricerca e sviluppo e realizzate utilizzando il meglio dei prodotti presenti sul mercato», spiega Nicola Franceschi, amministratore delegato di Ares Line. «Ares Line ha fornito le sedute per la sala principale del Teatro Comunale di Vicenza, per questo la città è da tempo il nostro naturale show room. Donando le nuove sedute al Teatro Olimpico, iniziamo un percorso che vede aziende e istituzioni unite per promuovere il nostro patrimonio culturale e, in questo caso, per aiutare il Comune a conservare meglio una delle meraviglie artistiche di Vicenza».
Orgoglioso del progetto il presidente di Ares Line Roberto Zuccato: «La nostra azienda è interprete e testimone del nuovo manifatturiero, sia perché investiamo in capitale umano innovativo dalle elevate competenze, sia, soprattutto, per il forte legame con la cultura e il territorio, che esprimiamo nei nostri prodotti e attraverso collaborazioni di ampio respiro».
Il contributo complessivo di Ares Line ammonta ad un valore di circa 30 mila euro. I cuscini, di velluto rosso scuro, ergonomici e numerati, saranno disposti a partire dal Galà d’estate, il 21 giugno prossimo.
Testo di Gabriele Masi.

 

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Coffice, il co-working “all you can eat”.

Reinterpretare un’idea di lavoro in continua trasformazione che necessita di spazi innovativi e nuove esigenze progettuali per abitarli. Apre a Milano, il primo Social CafèCoffice”, una piccola rivoluzione nel mondo del co-working, dove l’attenzione per il cibo genuino si fonde con la possibilità di vivere un ambiente pensato per lavorare, organizzare meeting, eventi e presentazioni o anche rilassarsi in tutta tranquillità.

Sito in zona Porta Romana, Coffice nasce dall’osservazione di come gli spazi di business informale stiano diventando sempre più il luogo privilegiato delle relazioni professionali, degli incontri e della convivialità. Per questo Coffice punta su un’offerta di servizi integrati che includono la connessione wi-fi illimitata ad alta velocità, postazioni di lavoro dedicate per pc e tablet, scanner e stampanti, oltre ad aree coworking e meeting, per un totale di 40 posti. La struttura prevede anche angoli relax con divani e poltrone dove è possibile prendersi una pausa, magari sfogliando un libro messo a disposizione dal servizio di booksharing.
Solo il tempo trascorso ha un costo: l’utilizzo della maggior parte dei servizi, compreso buffet e caffè illimitato, ha un costo iniziale di € 4 per la prima ora e €1,50 per le mezzore successive.
Lavoro e piacere si fondono così in un’unica offerta pensata per completare i servizi dedicati agli affari con i sapori dei cibi, salati e dolci, e delle bevande, calde e fredde, liberamente a disposizione durante tutto il giorno, e, durante la pausa pranzo, con una carta di pietanze a un costo contenuto o uno spazio dedicato anche per consumare le proprie vivande preparate a casa. Il risultato è la creazione di una dimensione del tutto innovativa, quasi familiare, in cui lavorare diventa piacevole, circondati da un ambiente rilassato ed essenziale, dal design nordico.
Uno spazio anche di cultura che si anima nei pomeriggi con workshop, corsi, mostre, meeting, eventi, presentazioni o degustazioni.
Testo di Gabriele Masi.

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Tra polifunzionalità e multiculturalità: il MUDEC di Milano.

Progettato dall’archistar David ChipperfieldMUDEC, il Museo Delle Culture di Milano, esprime la vocazione interculturale di un progetto capace di rispondere alla chiamata del pubblico in un panorama in continua trasformazione per le istituzioni museali, la loro sostenibilità e la loro identità. 17mila mq di archeologia industriale rivivono in spazi polifunzionali diversi pensati per offrire una fruizione completa, con numerose proposte culturali e di servizi.

Nato da un’operazione di recupero di archeologia industriale nell’area dell’ex fabbrica Ansaldo, in zona Tortona a Milano, il MUDEC reinterpreta gli spazi in cui si inserisce con corpi dalle forme squadrate rivestiti di zinco e con una struttura in cristallo, illuminata 24 ore su 24, che “irrompe” geometricamente nell’edificio che lo accoglie.
Il nuovo spazio si distingue per la sua hall centrale di forma libera e organica, che genera una corte interna, una piazza coperta, dalla caratteristica forma a “fiore”, luogo d’incontro fra le culture e le comunità, attorno a cui si sviluppa l’area espositiva che ospita le opere della collezione permanente e le sale dedicate alle grandi mostre temporanee.
L’interno dell’edificio presenta diversi spazi che offrono al visitatore una molteplicità di proposte culturali e di servizi tra cui la sala conferenze-spazio multifunzionale, l’auditorium – un teatro da trecento posti dedicato alle performance e alle arti visive- e una biblioteca con un patrimonio di oltre 4000 opere e fondi bibliografici, specializzata nella raccolta e conservazione di materiale bibliografico sull’arte e la cultura etnografica.
Al secondo piano si trova invece il MUDEC Club, ristorante, ma anche un contenitore per eventi legati al mondo dell’arte, come performance artistiche, presentazioni e workshop.
Infine, con lo scopo di avvicinare anche i più piccoli alle diverse culture del mondo attraverso attività ludiche, postazioni multimediali e laboratori manuali, è stato anche creato uno spazio appositamente dedicato ai bambini, il MUDEC junior.


MUDEC è innovativo anche per la sua formula gestionale: è il primo museo italiano con una governance in partnership tra pubblico e privato. Il Comune di Milano ricopre la direzione scientifica del patrimonio, la sua valorizzazione e il coordinamento dell’attività del Forum Città Mondo. 24 Ore Cultura è responsabile, invece, della programmazione e realizzazione delle grandi mostre di respiro internazionale e della gestione dei servizi aggiuntivi del MUDEC nelle diverse anime che lo compongono.
Una significativa esperienza di collaborazione tra soggetto profit e soggetto no profit che, oltre a fondarsi sulla condivisione di know-how, genera dinamiche virtuose di gestione culturale e fa nascere a Milano un nuovo polo culturale che offre anche una molteplicità di occasioni di intrattenimento e approfondimento che vanno dal bistrot al design store, dal ristorante al parcheggio pubblico, dagli spazi per la didattica alla MUDEC Academy.
Con la sua pluralità di funzioni e servizi, il MUDEC si propone di diventare nel panorama italiano un punto di riferimento per la testimonianza, la ricerca e la divulgazione della creatività e dell’arte proveniente da tutti i continenti: se conoscere le culture degli altri può aiutarci ad essere più ospitali, un museo come questo è un ottimo punto di partenza, un forte contributo per avvicinarci e per conoscere chi ci sembra “diverso” da noi.

MUDEC Restaurant
Al terzo piano si trova il ristorante, progettato dallo studio Rotella e gestito dal noto ristoratore Giacomo. Un ambiente con citazioni anni’40 da borghesia d’altri tempi. La piacevole vista sul MUDEC e sull’area ex industriale crea un interessante contrasto con l’eleganza degli interni.
Testo di Gabriele Masi.

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Nutrire il Pianeta con il Colore: le sfumature dell’Italian Lifestyle.

Il designer e vicepresidente di IACC (International Association of Colour Consultants/Designers) Massimo Caiazzo presenterà Giovedì 21 Maggio all’Istituto di Cultura Italiano di Washington una lecture Nutrire il Pianeta con il Colore”, un titolo legato al tema di Expo 2015, proponendo un ex-cursus sul colore come “nutrimento per i nostri sensi”, dal rosso Pompeiano al nero Armani.

L’incontro, organizzato dall’Ambasciata d’Italia e dall’Italian Cultural Institute di Washington, prevede una lettura sui temi del patrimonio cromatico dell’umanità e, in particolare, sui colori dell’Italian lifestyle.
L’Italia ha sempre espresso in ogni campo una cultura originale che in millenni di storia ha generato un patrimonio cromatico notevole e diversificato che va dal rosso Pompeiano al rosso di Valentino, passando per Tiziano e la Ferrari; dal giallo di Napoli al giallo Versace o Lamborghini; dal blu di Giotto o di Capri a quello del Guercino o di Bulgari; dal verde di Paolo Veronese al verde veneziano; fino al nero di Caravaggio al nero Armani.
Si può affermare che in Italia il colore è nell’intelligenza collettiva, una delle molte sfaccettature di un modo di saper fare le cose e di saper vivere che rappresenta una preziosa eredità che andrebbe maggiormente valorizzata.
“Il colore nell’ambiente costruito è una delle più affascinanti espressioni dell’intelligenza collettiva. I colori evocano emozioni e causano reazioni inconsce, hanno un significato soggettivo e collettivo perciò contribuiscono a formare un vero e proprio meta paesaggio emozionale”, ha dichiarato Massimo Caiazzo. “Oggigiorno è urgente e necessario sviluppare una nuova consapevolezza del nostro modo di costruire il paesaggio, nel pieno rispetto della varietà e della singole sensibilità”.
“Il colore gioca un ruolo essenziale negli scenari metropolitani”, continua Caiazzo. “A livello urbanistico ed edilizio, ha prevalso negli ultimi anni la legge del livellamento collettivo, riducendo il colore a un elemento accessorio, completamente svuotato del suo valore sociale. La cultura del Colore è una risorsa preziosa per riqualificare e migliorare l’ambiente costruito e la qualità della vita, perché il colore è non solo una sensazione estetica, ma influenza la nostra percezione della temperatura, del volume, del peso, del rumore e del trascorrere del tempo”.
Testo di Gabriele Masi.

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Diamo fiducia al lavoro agile!

“Qual è il senso vero del lavoro agile? Un grande patto di fiducia, una fiducia estrema nelle persone e nella loro capacità di regolarsi e di darsi degli obiettivi concreti e, al contempo, una filosofia di vita, una strada di semplicità piena di effetti positivi. Ma allora perché non si riesce ad attuare?” Con questa domanda l’assessora Chiara Bisconti ha aperto la tavola rotonda inaugurale della settimana dell’Isola Wow! Lavoro Agile presso la Piscina Cozzi di Milano lo scorso 23 Marzo.

“Il lavoro agile si basa sull’autodeterminazione di tempo e luogo uscendo finalmente dalla visione tayloristica del lavoro. E’ una modalità lavorativa che misura la qualità del lavoro sugli obiettivi e i risultati: a tutti può portare grandi vantaggi. In particolare aumenta il grado di benessere del dipendente perché permette di recuperare ore preziose da dedicare a sé, alla famiglia, al tempo libero e all’impegno sociale. Noi donne in particolare siamo soddisfatte quando riusciamo ad avere un approccio globale e a ‘mettere insieme le cose’ cercando di uscire da stili di vita che ci vogliono sempre divisi- ha dichiarato in apertura dei lavori l’assessora Chiara Bisconti e ha continuato- Forse il cambio culturale può essere stimolato anche da un ‘momento estremo’ come questo perché quando i luoghi sono ben concepiti sono già predisposti per essere accoglienti e per rispondere a bisogni diversi.

In effetti, come ha fatto notare Luca Ghezzi, responsabile di relazioni esterne e comunicazione di Milanosport, “Il colpo d’occhio di vedere l’acqua lì sotto e tanta gente che qua a pochi metri parla di lavoro agile è qualcosa che colpisce davvero. Oggi nelle famiglie dove lavorano sia moglie che marito il lavoro agile diventa praticamente indispensabile”. Allora quali sono le resistenze al cambiamento?
La risposta la dà Antonino Borgese di Great Place to Work Italia: “La realizzazione del lavoro agile in azienda non è un problema di tipo logistico o tecnologico, ma di un rapporto di fiducia da instaurare in due sensi. Da una parte la fiducia del manager che il collaboratore, anche senza le forme di controllo in presenza, faccia il suo lavoro e dall’altra quella del dipendente caratterizzata dall’urgenza di sfatare il mito che le persone con le migliori prestazioni e che fanno più carriera sono quelle che lavorano più a lungo in ufficio.
Il manager di ogni azienda deve essere molto chiaro nel momento in cui decide di intraprendere un cammino di questo tipo: stare in ufficio fino a tardi non ha niente a che vedere con la prestazione lavorativa. In questo senso il lavoro per obiettivi è veramente un processo di crescita culturale. D’altra parte, come emerge da un sondaggio svolto dall’azienda TNT, le persone che lavorano da casa dedicano all’azienda mediamente 5 ore in più che non quelle che lavorano in ufficio.
E questo non è un caso perché fare lavoro agile non è solo mettere le persone in condizioni di lavorare con maggiore agio, ma è soprattutto l’espressione della cura che l’azienda ha delle esigenze dei dipendenti. La cura è uno dei fattori più importanti che rendono possibile alla persona di esprimere a pieno il proprio potenziale e il meglio di se stessa”.

Una seconda criticità culturale è stata sottolineata invece da Alberto Cannistrà di IFMA Italia e responsabile Real Estate di Siemens.
Perché la gente non sceglie il lavoro agile? Perché c’è una paura diffusa che si arriverà a non avere più una chiara e netta suddivisione di quella che è la nostra vita privata e il tempo dedicato all’ufficio e all’azienda. Questo è dunque il maggior timore: essere in servizio 24h al giorno, senza più un momento per staccare”.
Ma questi problemi si possono risolvere come dimostra l’esperienza di Siemens che trattiamo in un articolo a parte.
“Il tema del work-life balance diventa centrale per riuscire a trovare il confine tra tempo lavorativo e tempo libero”, conferma anche Fiorella Crespi responsabile Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, mostrando dei dati incoraggianti sui cambiamenti nel settore del lavoro in Italia.
“Soprattutto nel corso dell’ultimo anno qualcosa si sta muovendo. L’8% delle aziende italiane ha abbracciato la visione del lavoro agile. Questo nuovo mondo di lavorare porta benefici anche all’azienda stessa: miglioramento produttività fino al 40%, le persone svolgono lo stesso lavoro in meno tempo e sono più produttive. È qualcosa che se adeguatamente implementato funziona, un meccanismo virtuoso che sta iniziando a diffondersi. Un modo di lavorare che non ha niente a che fare con il telelavoro, con cui spesso viene confuso. Il lavoro agile è qualcosa di molto diverso: è dare la possibilità alle persone della libertà e della flessibilità”.
Sintetizziamo in un articolo dedicato gli interventi di Francesco Zurlo e Marco Predari hanno risposto alla domanda: come risponde il design in questo progressivo cambio di mentalità verso il lavoro agile?
Testo di Gabriele Masi.

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Un workplace che ispira all’azione.

Per “ispirare” un ambiente deve davvero rispettare i canoni di quella che sta diventando una nuova forma di omologazione? Anche la piacevole sede dell’agenzia creativa Upshot progettata da Chicago Creative Space propone questa estetica da “start-up”.

Fabbriche dismesse, materiali grezzi, cemento a vista, caos apparente, colori vivaci, biciclette appoggiate tra le scrivanie, creatività che si respira nell’aria: ecco quelli che sembrano essere gli ingredienti indispensabili per il workplace 3.0 davvero cool. “Ispirare” (termine davvero abusato) è anche l’obiettivo nuovi uffici di Upshot realizzati dal general contractor “olistico” Executive Construction di Chicago: “Il nostro obiettivo come agenzia è quello di ispirare le persone ad agire”, dice Brian Kristofek, Presidente e CEO di Upshot. Ma l’agenzia applica lo stesso approccio anche al suo interno, perché è consapevole che ispirando ognuno aiuta a creare marketing più stimolante.”

http://chicagocreativespace.com/upshot/

La hall d’ingresso tinteggiata di rosso è il primo elemento che certamente risveglia l’attenzione, poi si prosegue lungo i pavimenti in cemento che si snodano attraverso la biblioteca, zone happy hour, aree per meeting informali e una miriade di altri angoli e fessure occupati da chiassosi membri del team. Eppure è chiaro che lo spazio di Upshot non è solo gratuito caos visivo, c’è in metodo che governa questa follia.
Prima del trasloco, i dipendenti sono infatti stati intervistati sulle priorità individuali per il loro nuovo ufficio; lo spazio non solo rispecchia i loro desideri, ma diventa una funzione della cultura aziendale. L’Ispirazione come Valore e chiave progettuale genera sorprese ad ogni curva (non ci sono linee rette in ufficio). Le idee regnano sovrane e ci sono tante tipologie di spazi diverse sia per coltivare idee in evoluzione sia per discuterle e condividerle con gli altri.

 

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Studio O+A: uffici Cisco, San Francisco.

La vista panoramica del lungomare di San Francisco visibile dalla nuova sede di Cisco imposta il tema per il progetto di Studio O+A. Da ogni angolazione l’impatto visivo è di luce, vivacità cromatica, spaziosità.

Meraki, recentemente acquisita da Cisco Systems, produce router wireless di design; senza dimenticare l’importanza della fusione Cisco-Meraki, i progettisti hanno cercato di creare lo spazio nello stesso modo in cui Meraki costruisce i suoi prodotti, ponendo l’accento sulla semplicità e facilità di utilizzo senza soluzione di continuità.
Dalle interviste preliminari con i dipendenti era emerso un consenso unanime per la luce naturale, gli ampi spazi di collaborazione e il rispetto per la cultura dell’azienda. Il progetto di O + A prevede perciò, ampie finestre da pavimento a soffitto e una varietà di spazi per riunioni formali e informali, indoor e outdoor. Questa location con dimensioni da hangar (10.000 mq) è articolata in tanti luoghi di incontro, ampi o intimi, sedute basse per mantenere il taglio orizzontale dello spazio costellato da yurte, capanne, phone-rooms che offrono vari livelli di privacy; dovunque aree lounge informali invitano a sedersi e a parlare con i colleghi.
In alternativa a una personalizzazione grafica pervasiva, sono onnipresenti lavagne e pannelli dove scrivere, disegnare e pinnare i messaggi che ciascuno ritiene interessanti. La mobilità e l’adattabilità sono stati i fattori principali nella scelta degli arredi: con una cultura aziendale basata sul fai-da te, le persone amano anche muovere liberamente gli oggetti.
Foto di Jasper Sanidad, courtesy O+A.

 

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I 4 pilastri dello Smart Working: Pino Mercuri, HR director Microsoft Italia.

La Giornata del Lavoro Agile, organizzata dal Comune di Milano oggi, 6 febbraio 2014, ha lo scopo di sensibilizzare aziende e opinione pubblica sui vantaggi di queste nuove modalità lavorative che offrono vantaggi per la qualità della vita delle persone e della città oltre che risparmi notevoli per le aziende.

Presso lo showroom Herman Miller di Milano incontriamo Pino Mercuri, HR director Microsoft Italia, una tra le aziende che da anni applicano con coerenza modalità Smart Working, fondate sostanzialmente su quattro pilastri principali: Tecnologia, Cultura, Spazi, Merito.

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Il design blogger, figura strategica nell’azienda 2.0.

Web e dispositivi mobili stanno cambiando le modalità di comunicazione e di marketing. Ci si è illusi che gli strumenti del web fossero semplicemente un modo più comodo e veloce di fare le stesse cose di sempre. Ci siamo sbagliati.
Concordiamo con l’affermazione di Francesco Morace nel suo recente “Che cos’è il futuro?”: “Le aziende che potranno comunicare efficacemente in futuro saranno solo quelle che avranno davvero qualcosa da insegnare!”

Newsletter, DEM e pagine sui social network non sono la versione digitale di un pubbliredazionale su una rivista, di un volantinaggio porta a porta, di un gazebo promozionale nelle vie del centro, ma sono strumenti con regole proprie che operano in un mondo e in un mercato in rapida emancipazione. Web e mercato sono popolati da individui sempre più consapevoli e sempre meno compulsivi. Addio visibilità insistita, addio mainstream. Le nuove keywords sono autorevolezza, credibilità, reputazione, fiducia, cultura, condivisione, contaminazione, racconto, atteggiamento, emozione, esperienza, partecipazione, nicchia.
L’azienda 2.0, in particolare la PMI, deve organizzarsi per essere all’altezza di questa situazione in continuo divenire, con un approccio fluido e dinamico, propositivo e collaborativo.
Il blogger racchiude in sé le capacità di ricerca, coordinamento e sintesi delle informazioni, filtrate attraverso il valore aggiunto della passione. Informazioni necessariamente qualitative, non quantitative, per potersi distinguere nella giungla della rete.
Dotarsi di questo strumento in azienda, indispensabilmente con risorse interne ben formate e motivate, parzialmente o totalmente dedicate, diviene un’operazione strategicamente indispensabile.
Testo di Alessandro Barison, design blogger.
Nella foto gli uffici EmmeItalia, in equilibrio tra digitale e analogico.

FM e nuovi WOW: visione per il workplace del 2020.

Il luogo di lavoro deve diventare un’esperienza, non una facility. Ma quali servizi deve sviluppare l’industria del Facility Management per supportare i nuovi modi di pianificare e di sviluppare le strategie per i luoghi di lavoro che le imprese mettono in atto?

La ricerca New Ways of  Working – the workplace of the futuresvolta da ISS,  Copenhagen Institute for Future Studies  e IFMA tra oltre 600 esperti di Facility Management si concentra su come le sfide del prossimo futuro influenzeranno il ruolo di Facility Management.
Peter Ankerstjerne, Head of Marketing & Business Development ISS, parla di “differenze qualitative” che cambieranno la relazione tra Work-Workforce-Workplace e per ciascuno di questi temi chiave identifica le implicazioni per il FM. Il Facility Manager dovrà assumere un nuovo approccio per combattere “l’entropia dell’ufficio” e porsi al centro della struttura creata da quattro driver fondamentali per lo sviluppo delle aziende: strategia, cultura, brand e workplace.
Sempre con il focus sulle concrete implicazioni per il FM, la ricerca non trascura temi sociali (la sostenibilità, lo sviluppo urbano che consente alle aziende di sfruttare di nuove aree periferiche, la crescita della diversità nel mercato del lavoro) o psicologici (il crescente bisogno di personalizzazione e di benessere da parte dei dipendenti).


“Per definizione, senza le persone i luoghi di lavoro sono semplicemente luoghi”. Lo scopo principale di uno spazio lavorativo è che le persone possano trarre benefici all’interno di esso e anche dalle relazioni tra loro. Progettare luoghi di lavoro efficaci a costi contenuti, in grado di creare maggior collaborazione e aumentare l’efficienza, è una grande opportunità”, ha dichiarato Jeff Gravenhorst, Amministratore Delegato del Gruppo ISS.
Le modalità Smart Working permettono che si lavori dall’ufficio (in uffici individuali, open-space e scrivanie condivise), da casa e da altri luoghi non deputati. Jeffrey Scott Saunders, Futurist, Senior Executive Advisor, Responsabile Strategia e Innovazione al Copenhagen Institute for Futures Studies ha detto “L’accelerazione dei mutamenti è guidata di un divario tra la visione della gestione degli spazi lavorativi e la realtà vissuta dai lavoratori. La maggior parte dei luoghi di lavoro non è progettata per evolvere in modo efficiente o efficace come richiederebbe la dinamica del cambiamento aziendale. I professionisti del FM avranno un ruolo chiave nel garantire che i luoghi di lavoro siano continuamente in linea con le mutevoli esigenze delle organizzazioni.”

 

WOW! jelly session #4

Si è svolta presso lo showroom BTicino a Milano, la riunione mensile, fluida e nomadica sul tema illuminazione.

 

WOW! webmagazine prevede una redazione nomadica, (ogni mese in un luogo diverso) fluida e jelly (composta da un piccolo gruppo selezionato e variabile di professionisti).

Vuoi partecipare alle prossime WOW! Jelly Session (10 e 12 aprile)? Scrivi a WOW!

Lo spunto per la discussione è offerto dal ‘j’accuse di Jean Nouvel’ contro l’omologazione che sta alla base del progetto degli ambienti di lavoro e collettivi; durante la conferenza stampa de i Saloni il Pritzker ha definito assurdo che i palazzi per uffici prevedano sistemi di illuminazione monotoni, integrati nei controsoffitti. In effetti gli ambienti collettivi oggi si concepiscono in modo più articolato, con aree differenziate per attività diverse. In questo scenario come cambia il progetto illuminotecnico?

Erano presenti alla jelly session: Jacopo Acciaro (Voltaire), architetto; Jessica Astolfi (PoliMI), architetto; Daniela Carta (MQA), architetto; Luca Colombo (Zumtobel); Massimo Facchinetti (Facchinetti & Partners) architetto; Marco Fiorentino (BTicino); Gianni Forcolini, architetto; Silvia Gervasoni (assistente PoliMI), architetto; Luigi Guadagno (Studio Marco Piva) architetto; Lenka Lodo (Goring & Straja Studio), Tatiana Milone, architetto; Gianpaolo Monti (BTicino), ingegnere; Marzia Morena (PoliMI, Rics), architetto; Lorenzo Palmeri, architetto; Manuela Scisci (BTicino), Comunicazione Corporate; Andrè Straja (Goring & Straja Studio), architetto; Renata Sias, direttore WOW! webmagazine; Maximilian Speciani, web designer WOW! webmagazine.

Alto l’interesse dei progettisti coinvolti, variegati i punti di vista e molto stimolanti le osservazioni emerse, spesso in netto disaccordo anche tra i presenti, che sono andate ben oltre il tema specifico dell’illuminazione e hanno introdotto ulteriori temi di discussione. Tutti concordano con ‘l’accusa’ di Jean Nouvel e sul fatto che l’ottica del risparmio a tutti i costi sia il ‘movente’ principale, ma ci sono anche altre cause e il tentativo è quello di identificare il principale ‘colpevole’ della noiosa omologazione che domina gli ambienti di lavoro. C’è chi sostiene che in un contesto basato sulla massima densità e flessibilità, la standardizzazione sia una strada obbligata: spesso si tratta di building multitenant che costringono alla flessibilità più estrema; la legge impone la consegna ‘al grezzo’ che include anche l’illuminazione base; il cliente che prenderà in affitto questi spazi vorrà spendere meno possibile. Tutto è contrario alla visione di personalizzazione e di qualità.

Quasi sempre l’investitore considera l’immobile un ‘prodotto finanziario’ che deve garantire redditività e il ritorno dell’investimento nel minor tempo possibile. La filiera del Real Estate guarda ai risultati economici mentre il progettista vorrebbe guardare al bello, ma sono due mondi che non parlano tra loro. Solo raramente capita il cliente colto un ‘Lorenzo il Magnifico’, come lo definisce Marzia Morena, che vede oltre il buiding-prodotto finanziario oppure un tenant che vuole un immobile da qualificare e personalizzare, un headquarters che lo rappresenti.

Sul ruolo dell’architetto si accendono gli animi … il modello di qualità al quale tendono i progettisti spesso è fatto di ‘immagine’ di status, di marmi e materiali lussuosi, molto meno si punta alla qualità sottile – ma percettivamente molto importante- dell’illuminazione o dell’acustica. Insomma si dà priorità a ciò che si misura in chili piuttosto che a quel che si misura in frequenze… soprattutto in Italia e nei Paesi mediterranei, mentre in nord Europa e Paesi anglosassoni la cultura della qualità ambientale, non solo illuminotecnica, è più diffusa.

Forse parte della responsabilità è dell’architetto, spesso impreparato, che affida il progetto illuminotecnico alle aziende produttrici di lampade che hanno soluzioni funzionali ma piuttosto banali. Si fa però presente che sul mercato esistono ottime soluzioni illuminotecniche e sistemi plug and play che permetterebbero reti integrate, flessibili e personalizzabili ma “il cliente chiede di risparmiare, difficilmente vede l’elemento flessibilità come un investimento”. Qualcuno sostiene che, mentre nel retail o negli alberghi la luce è un elemento fondamentale per ‘vendere’, nelle chiese o nel teatro il progetto della luce ha un importanza strategica dal punto di vista funzionale ed emozionale, purtroppo non è così importante nei luoghi di lavoro: i dipendenti lavorano comunque, buona o cattiva che sia la luce; quando il budget è limitato si dà priorità alla qualità della luce negli ambienti di rappresentanza: hall o sale riunione. In netta contrapposizione è chi –supportato da ricerche- sostiene quanto la qualità della luce influisca su motivazione, buonumore, assenteismo per malattia, produttività. Forse la luce è importante solo per l’utilizzatore e non per l’investitore, o forse gli architetti non sono preparati, non sanno presentare questi aspetti e convincere il proprio cliente. Secondo alcuni ‘L’architetto deve vendere il suo progetto non deve predicare!’, secondo altri è suo dovere farlo, magari sotto forma di ‘progetti carbonari’, come li chiama Lorenzo Palmeri, che facendo leva su un elemento su cui c’è sensibilità del cliente (per esempio risparmio energetico o costi di gestione), introducono la qualità come ‘valore occulto’. E ancora: solo se l’architetto ha competenze specifiche illuminotecniche può proporre soluzioni; ma per altri l’architetto non deve essere un tuttologo e deve avvalersi di consulenti per problematiche specifiche, fungere da regista in un team di progettazione integrato fatto di specialisti. La luce però non è solo effetto di un impianto, non è solo un aggregato dell’edificio ma appartiene al mondo delle soluzioni di arredo, gli architetti devono usarla in modo più libero invece di muoversi su schemi prestabiliti.

Il committente che guarda al budget non va visto come l’uomo nero; però anche senza essere ‘romantici’ chiediamoci: quando il costo del personale incide per il 90% sui costi di progetto e gestione del workplace, che senso ha risparmiare il 2% sulla sola illuminazione? Nella realtà l’illuminazione è spesso affrontata alla fine del progetto, quando è anche quasi finito il budget e, nonostante il progetto sia stato definito con cura, si semplifica, si banalizza, si snatura il progetto iniziale per ridurre i costi.

Non mancano esempi di buoni progetti che sono frutto di un team, di aziende eccellenti che producono oggetti e servizi di qualità e che, coerentemente, investono nella loro sede per comunicare attraverso un luogo che li rappresenti e per offrire qualità ai propri dipendenti, anche qualità illuminotecnica. Sono aziende che hanno una visione condivisa con i dipendenti, che hanno una Cultura della Qualità.

È sostanzialmente un problema di Cultura: non puoi convincere un cliente del valore della Qualità come non puoi ‘convincere un pesce a volare’. Il progettista può solo cercare di equilibrare le priorità, ma, come dice Andrè Straja ‘il pesce resta pesce e l’uccello resta uccello.’

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