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Ecco perché EXPO mi ha delusa: scarsità di nuovi “Ways Of Thinking”.

Premetto che ritengo EXPO2015 una manifestazione ben organizzata, interessante da visitare e con padiglioni di buon livello architettonico (non ne parlo perché è già stato scritto molto).  A dispetto delle catastrofiche previsioni dei suoi detrattori, sta mostrando un’ottima immagine dell’Italia a tutto il mondo; anche l’indotto e i posti di lavoro che ha generato non sono da sottovalutare.
Eppure… mi ha lasciato delusa. L’aspetto “parco dei divertimenti” e “sagra agro-alimentare” prevalgono sul nobile tema che avrebbe dovuto essere il fulcro e l’anima dell’ esposizione. Il business prevale sull’etica.

All’interno dei bei contenitori dei padiglioni, spesso si trova solo superficialità e banalità; sono pochi i Paesi che hanno sviluppato nuovi “Way Of thinking”, concetti innovativi, modalità di analizzare e comunicare cosa significa “Nutrire il Pianeta”.
L’ “indigestione” di viaggi virtuali, proiezioni multimediali, percorsi esperenziali, effetti speciali, interattività, proiezioni su pareti di specchio, mi è sembrata poco “nutritiva”: uno sfoggio di altissime capacità tecniche che non lascia emozione profonda o sorpresa.
Mi aspettavo troppo? Può darsi, ma nella maggioranza dei casi mi è sembrato di essere a DisneyWorld (spettacolini inclusi) e di assistere alla proiezione di filmati promozionali dell’ente del turismo, il tutto condito con grande abbondanza di piantine aromatiche, orti verticali, botteghe di souvenir, stand di patatine fritte, lasagne e hamburger che hanno a che fare più con l’obesità che con la “Energia per la Vita”.
Tuttavia qualche messaggio forte e mirato si può trovare.
Per esempio al Padiglione Svizzero che ha riempito le sue 4 torri con acqua, caffè, sale e mele che i visitatori, informati che questi approvvigionamenti dovranno durare fino alla fine di EXPO, possono consumare o portare con sé. Mele e acqua erano già esaurite dopo una settimana. L’obiettivo è riflettere su un possibile sviluppo e consumo responsabile e sulla disponibilità degli alimenti nel mondo: “Ce n’è per tutti?” (per la cronaca, ho preso solo una scatolina di sale…).
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Il “Respiro” del Padiglione Austriaco, 54 gli alberi ad alto fusto e 12.000 piante che riproducono il microclima di un bosco austriaco ci spiegano che nutrire il Pianeta significa prima di tutto farlo respirare.
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Altro interessante Padiglione senza padiglione è quello dell’Olanda che ha enfatizzato e trattato con ironia il tema del Luna Park: tra ruota panoramica, ombrelloni colorati, comodi divani, mucche finte e camioncini per lo street food è presentato in un tendone da circo anche il Piano Delta: soluzioni creative e innovative per preservare la vita in una terra circondata dall’acqua.
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Sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e l’identità nazionale sono i concetti sui quali è incentrato il Padiglione del Belgio dove sono sono esposti e sperimentati ritrovati scientifici e tecnici atti ad affrontare la sfida alimentare, come i metodi alternativi di produzione alimentare, l’acquaponica, l’idroponica, la coltura d’insetti e di alghe. I visitatori sembrano però più interessati a cioccolato, birra e patatine made in belgium consumate con gusto su originali arredi outdoor.
Tra i padiglioni commerciali, il più stimolante è quello di Coop che con il Future Food District ideato da Carlo Ratti ha dato vita a un possibile scenario futuro del retail.
Le due ore di attesa in fila mi hanno fatta desistere dal visitare i padiglioni degli Emirati e della Cina.
Tornerò a Expo per visitarli e forse il mio giudizio si farà meno critico.
Editoriale di Renata Sias.

 

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L’etica del lavoro e la declinazione del confort.

Ho trentatre anni e sono il direttore di Zero, un giornale che dal 1996 manda le persone a divertirsi e racconta le città attraverso eventi, comunità e fenomeni. Incontro persone che producono cultura, musica e intrattenimento nei loro uffici, quando non sono loro a venire nel mio: un loft upside-down, ovvero un grande scantinato dove isole di tavoli atomizzano divisioni aziendali, ambiti e ambienti. Il più anziano è il mio capo. L’editore ha quarant’anni e tutti i miei colleghi lavorano duro in un momento in cui la congiuntura e la contemporaneità hanno reso il lavoro gassoso, continuo, sovrapposto e ubiquo. Mi riferisco a casi rari poichè la mia generazione, anche quando preparata e formata fa davvero fatica ad esercitare un lavoro, a guadagnare un presupposto per la crescita personale, umana e sociale. In questi termini credo che la questione professionale sia una questione etica. 
Inoltre credo che la necessità oltre che il desiderio che la mia generazione ha di lavorare ha fatto si che il confort spaziale e psicologico fossero un tandem così declinabile che ci si è abituati a qualsiasi condizione pur di non rimanere senza.

Non prendetela come una premessa, questo perimetro è la contemporaneità di chi l’ambiente di lavoro lo usa, lo personalizza, lo adatta e lo spalma, perchè anche nel peggiore dei casi significa che un lavoro ci sia, anzi probabilmente ce ne siano più di uno e ognuno con una caratteristica diversa, con spazi diversi dove operare. C’è poi un’area ulteriore e grigia perchè confusa e variabile (non grigia perchè depressa e improduttiva) dove continuare a lavorare. 
Mi riferisco ai mezzi di trasporto, alle attese urbane, ai luoghi del cibo, alla casa, all’automobile. Come vedete mi principalmente riferisco a spazi, non credo alla dittatura del device. Posso fare molto con pc e tablet ma non tutto quello che occorre. Il luogo di lavoro è uno spazio diffuso e l’ufficio che rimane come base, come snodo oppure come nodo di una rete è diventato uno spazio che attraversiamo. 
Non è più una sacca, una tasca, una bolla, ma una galleria, un ”mac-drive” dove ricaricare device, verificare passaggi, fare il punto, consumare un pezzo dell’esperienza, coniugare in gruppo un’azione.

In questo ambiente ci sono delle cose, uso un termine apparentemente banale ma prendiamolo per la sua forza disarmante. Le cose, mobili e immobili, che ci circondano, in una dimensione sconfinata in cui i limiti sono evaporati (per esempio mangiamo in ufficio, lavoriamo a casa), attivano tra le persone un’interazione positiva con il contesto. Le cose che intendo sono quelle alle quali ci affezioniamo. Infatti un artefatto attira la nostra energia psichica se esso dà una buona esperienza. Uno studioso, docente al IDC di Chicago, il professor Csikzentmihaly la chiama esperienza ottimale, ovvero uno mix di cognizione, emotività e motivazione. L’integrazione di questi elementi rivestono certe cose di una capacità di autodeterminazione e di competenza quando esse entrano in relazione con l’utente perchè il soggetto le sperimenta. 
Le cose, gli oggetti, i servizi capaci di attirare questa spinta negli individui entrano e si mantengono nella cultura e nella società. Il design ha fatto suo questo input e essere smart and happy sono diventati driver della progettazione.

Di Marco Sammicheli

(sintesi dell’intervento introduttivo del seminario Assufficio Smart & Happy Office. Milano 7 febbraio 2013)