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Ways of designing tra Design e Advisory: Metrica.

Due tra i più interessanti prodotti presentati all’ultimo Salone Ufficio (Collaborative Room di Estel e Woods di Fantoni) portavano la loro firma mentre Boccaporto, disegnato per Koleksyion ha ricevuto un premio con un HiP a NeoCon e una menzione speciale di AIT a Orgatec.
Metrica ha sede in zona Navigli a Milano, ma è riconosciuto a livello internazionale per il particolare metodo di progettazione e gestione dei progetti: un approccio che fa convergere Progetto e Sviluppo Prodotto (Design e Advisory).
Incontriamo Robin Rizzini, chief designer & partner e Lucio Quinzio Leonelli, presidente & managing partner che ci spiegano cosa caratterizza i loro “ways of designing”.

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Che cosa caratterizza il vostro approccio nell’industrial design e come lo applicate in base alle diverse realtà produttive?

Ogni nostro progetto contiene una doppia anima, inventiva e industriale, e l’ideazione dell’elemento di arredo avviene sempre in considerazione della sua ingegnerizzazione. Non a caso abbiamo scelto il termine Metrica evocativo per noi del processo di ideazione di un progetto che si misura con vincoli e stimoli imposti da produzione, mercato e committenza: in studio lo chiamiamo educated design. Ogni progetto è gestito secondo Gantt condivisi con il cliente e basati sullo sviluppo di due fasi. La fase del product concept, da cui nascono le radici del progetto, produce mood boards, ricerche iconografiche e analisi di marketing. La fase del design concept include schizzi, realizzazione di disegni tecnici, render, disegni 3D e disegni esecutivi.
Il servizio di Advisory supporta il Design di prodotti nuovi o esistenti. Esplora e seleziona le eccellenze produttive europee, artigianali e industriali, assicurando la supervisione dello sviluppo del prodotto dal prototipo al primo ciclo di produzione.
Il modello è flessibile e si può quindi adattare molto bene alle diverse realtà produttive.
Con aziende con forte comparto produttivo la collaborazione prevede esclusivamente il progetto di design e un serrato dialogo nella fase di sviluppo del prodotto. Laddove al contrario l’azienda non è autonoma dal punto di vista della produzione, ecco che i nostri servizi di prototipazione, ingegnerizzazione, sourcing, gestione della supply chain, qualità sono molto richiesti. Lo studio offre la possibilità di acquistare progetti chiavi in mano, dal design alla produzione. Questo avviene soprattutto all’estero e in alcuni casi di realtà imprenditoriali che si affacciano per la prima volta sul mercato.

Da diversi anni lavorate in diversi settori del design: emergono nuovi stili di vita e nuove esigenze da parte degli utenti?

Metrica lavora solo ed esclusivamente nel settore del design. Più del 50% dei progetti è destinato al mercato contract. Arredi pensati per un uso pubblico (o quasi), lounge di alberghi, biblioteche, musei, centri sportivi e anche arredi per grandi uffici, naturalmente. Gli utenti, educati dalle migliaia di immagini che i social network quotidianamente propongono, richiedono prodotti dal contenuto estetico riconoscibile e che offrano lo stesso grado di comfort, qualità e funzionalità di un arredo domestico.

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Quali cambiamenti si sono verificati nella visione di ufficio negli ultimi anni e come questi cambiamenti si rispecchiano nei nuovi prodotti?

Il cambiamento più tangibile è la richiesta di luoghi in cui siano garantite concentrazione e privacy senza dover rinunciare alla consolidata conquista di spazi aperti, luminosi, condivisi. Di qui la sempre maggior diffusione di prodotti che sono micro-architetture: hub, collaborative room, private office, sedute che sono anche postazioni di lavoro o luoghi per riunioni brevi e informali.

Quale scenario e quali evoluzioni prevedete per l’ufficio e per i modi di lavorare del prossimo futuro?

Flessibilità. Spazi “responsive” capaci di adattarsi alle esigenze mutevoli degli utenti. Sale riunioni che possano trasformarsi in sale operative. Sale d’attesa che possano trasformarsi in luoghi per incontri informali o lavoro individuale.

Didascalie

1 Estel, Collaborative Room, design Metrica.
Cellule modulari in tre varianti dimensionali (small, per ospitare 1 o 2 persone; medium, per gruppi fino a quattro persone; large, meeting area per accogliere fino a 8 persone).
Sono composte da una struttura portante in alluminio, integrabile con lastre verticali in vetro o con pannelli ciechi fonoassorbenti, con varco aperto, porta a battente o scorrevole.

2 Fantoni, Woods, design Metrica.
Un programma completo di tavoli che vede protagonista l’uso del legno massello e che si coniuga con il comfort del tavolo utilizzabile anche in posizione eretta. La gamba, il cui disegno inclinato conferisce al tavolo un aspetto sobrio e sofisticato, è costituita da due elementi cilindrici telescopici di cui uno in legno. Al suo interno è posizionato un meccanismo elettrico che permette un’agevole regolazione dell’altezza del piano.

3 Koleksiyon, Boccaporto, design Metrica.
Una seduta freestanding per il mercato contract. Una sorta di guscio che interagisce con lo spazio circostante, ma garantisce la privacy di chi è seduto. La scocca è imbottita, insonorizzata, illuminata e attrezzata per collegare i vari device.

4 Arper, Cross, design Metrica.
U
n tavolo adatto per ambienti residenziali e contract. Il disegno consente la realizzazione di molteplici configurazioni per soddisfare le esigenze del lavorare contemporaneo: riunioni estemporanee, postazioni individuali, spazi di lavoro condivisi.

5 Intertime, Mesh, design Metrica.
P
oltrona con schienale reclinabile disegnata per il mercato residenziale. Il telaio strutturale è in tubolare in acciaio rivestito di un tessuto 3D abbinato a elementi in pelle.Un meccanismo consente l’inclinazione dello schienale e l’estrazione del poggiapiedi.

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Spaces, nuovo format di business community.

Anche in Italia è arrivato Spaces, nuovo format internazionale di business community di Regus in espansione “fondato sull’idea che il successo generi altro successo”: dopo Olanda, Inghilterra, Australia e Stati Uniti ecco a Milano, sui Bastioni di Porta Nuova, 5.000 metri quadri di uffici privati e business club con sale riunione e sale conferenza, lounge bar, aree per ospitare mostre ed eventi. Il punto di forza è il rooftop, un terrazzo con vista panoramica sullo skyline della “Milano che sale”.

L’interior design è stato affidato a Laboratorio Permanente, uno studio di progettazione non specializzato in layout di uffici e forse per questo più “fresco” e meno legato ai pregiudizi e ai modelli dello space planning tradizionale. “E’ stato sorprendente scoprire che nel progetto dell’ufficio possono convergere i criteri applicati nella casa insieme a quelli dell’urbanistica: la ricerca del comfort e della gradevolezza dell’ambiente si fondono con lo studio dei flussi e dei percorsi per dare vita a un modello di workplace che ispira modalità di lavoro più collaborative e creative” spiega l’architetto Angelica Sylos Labini.

Emanuele Arpini, regional marketing manager di Spaces commenta: “L’inaugurazione di Spaces testimonia la volontà di puntare sull’internazionalità di questa città, per ospitare la prima sede italiana di questo nuovo format. Milano del resto si conferma sempre di più una piazza in grado di recepire ed esaltare le nuove tendenze in diversi settori, tra cui anche quello del lavoro, in cui il concetto di luogo e di flessibilità, sono le chiavi di lettura del futuro”.


Appena inaugurato, è stato affittato già il 75% di questi ospitali e accoglienti ambienti di lavoro; gli imprenditori e le aziende che hanno scelto Spaces come propria sede dimostrano il desiderio di entrare a far parte di una community che può generare innovazione e cultura.

Dall’atmosfera cosiddetta “urban design” a quella più rigorosa e formale, i diversi piani identificano le diverse funzionalità con caratteri di design diversi: l’esclusività del terrazzo panoramico è perfetta per i momenti di convivialità e relax; il mood della condivisione si respira in particolare al piano terra (articolato in reception, lounge, quiet space, zona bar, “celle” isolate acusticamente adatte per riunioni informali e phone booth per una maggiore privacy).


Ai piani superiori prevalgono l’atmosfera “neutra” e la connotazione più tradizionale di ufficio chiuso (uffici di varie dimensioni delimitati da pareti divisorie che affacciano su corridoio).


Nel basement non mancano ambienti coworking più votati alla condivisione dove, non a caso, hanno scelto di lavorare aziende smart che già hanno attivato proficue forme di sinergia; come ReFeel eMobility, azienda che offre servizi di mobilità elettrica, con cui Spaces ha sviluppato un progetto di car sharing mettendo a disposizione vetture elettriche in esclusiva per i clienti.L’olandese ReFeel eMobility, per la sua prima sede in Italia, ha scelto l’energia rinnovabile made in Italy di LifeGate Energy con notevole risparmio di CO2 rispetto all’utilizzo dell’energia tradizionale.
A dimostrare che la filosofia eco-sostenibile è un elemento che accomuna le aziende più smart.

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I numeri di Spaces:
5000 mq;
740 mq d business club;
3,300 mq uffici;
8 meeting room,
25 posti auto parking.

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Acustica e versatilità per nuove sale polivalenti.

Nel rilassante scenario dei colli bolognesi sorge Palazzo di Varignana Resort & SPA, una villa del ‘700 restituita all’eleganza originaria e trasformata in una struttura prestigiosa, perfetta per vivere una vacanza di relax e per organizzare eventi privati e conferenze di lavoro.
La struttura è stata recentemente ampliata con un nuovo complesso polifunzionale progettato dall’arch Elena Zacchiroli, progettista di tutto il resort, che si è avvalsa dell’expertise di Mascagni per risolvere le problematiche legate al comfort acustico.

Circondato da un affascinante parco di tre ettari inserito nel prestigioso network Grandi Giardini Italiani  il resort offre 90 camere, una spa di 1900 mq con piscine coperte e scoperte, palestra, campi sportivi, due ristoranti e un centro congressuale cui si accede dalle cantine storiche della villa.


Per rispondere alle sempre più numerose richieste, il Centro Congressi di 300 mq è stato ampliato con un nuovo fabbricato, progettato da Zacchiroli Architetti Associati perfettamente integrato con la natura e in sintonia con l’edificio esistente: 770 mq di spazio su due livelli. Un ambiente polifunzionale di prestigio, riconfigurabile, perfetto come spazio espositivo o location per banchetti, sfilate, eventi musicali, presentazioni e convegni, corredato di cucine e di tutti gli spazi di servizio necessari.

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Il progetto ha posto particolare attenzione alla massima riduzione delle volumetrie aggiuntive creando una soprelevazione del Centro Congressi esistente e collegando le nuove Sale Polivalenti con il foyer tramite una scala e due elevatori.

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Per le due sale si rendeva necessaria un’adeguata insonorizzazione indispensabile per il benessere in un luogo affollato – che armonizzasse con lo stile dell’ambiente, che integrasse i corpi illuminanti e che avesse una struttura versatile per adattarsi alle forme morbide dell’architettura caratterizzata da campiture tridimensionali concepite come vele triangolari.
Mascagni ha saputo rispondere a queste esigenze con la creazione dei pannelli fonoassorbenti Sound Sky System.

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Sotto la guida del project manager Pietro Mascagni e grazie alla flessibilità insita del sistema Trés (progettato da Ergon Design) è stato possibile customizzare i pannelli di serie per adattarli alla struttura e all’estetica dell’esclusiva location.


Le evolute tecnologie adottate per il sistema Trés, rendono infatti plasmabile il legno microforato e termoformato che riveste il materiale fonoassorbente.
Altri raffinati dettagli alzano il livello qualitativo, per esempio i giunti a sospensione nascosti negli incroci tra i pannelli, la raffinata finitura in legno naturale (con trattamento ignifugo), la possibilità di integrare pannelli illuminanti con la medesima forma triangolare che segue il perimetro dei locali in maniera uniforme.
Dettagli che, insieme alle ottime performance acustiche hanno dato vita a un interior design connotato da un mood di raffinata eleganza, calore e tranquillità in perfetta armonia con il territorio circostante.

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La felicità degli spazi di lavoro: GPTW premia Geico.

Il 3 marzo Great Place to Work ha reso pubblica la classifica delle migliori aziende per cui lavorare in Italia. La graduatoria, articolata in tre categorie di grandi, medie e piccole aziende, è stilata sulla base di un questionario sulla qualità percepita dell’ambiente di lavoro distribuito ai dipendenti. L’indagine ha preso in esame il rapporto tra manager e collaboratori, il coinvolgimento nel lavoro e i rapporti tra colleghi.
La qualità dell’ambiente organizzativo riguarda da vicino la felicità: “Le tre forme di benessere: sociale, economico e ambientale sono indivisibili. Insieme determinano la felicità globale lorda.” secondo le parole di Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite.

Intorno ai concetti del benessere si è andato costituendo in questi anni quello che potremmo definire un movimento, di cui fanno parte un numero crescente di imprese nel mondo: queste organizzazioni condividono la convinzione che la crescita economica sia intimamente legata ai due fattori del benessere sociale e ambientale.
I leader che applicano tali presupposti rendono concreto il principio secondo il quale dai rapporti costruttivi tra manager collaboratori e colleghi, derivi il livello di impegno delle persone e il successo economico dell’impresa. Sono numerose le ricerche che confortano questa tesi. Le rilevazioni effettuate nel nostro Paese mettono in evidenza che le 45 aziende della classifica di Great Place to Work, organizzazioni caratterizzate dai piu’ elevati livelli di benessere dei propri collaboratori, hanno visto quest’anno una crescita del loro fatturato del 12,61%, di gran lunga superiore a quello medio Italiano, che si attesta al 2,28%. Questo dato conferma una tendenza fotografata negli ultimi 5 anni.
La ricerca di Great Place to Work di quest’anno ha messo a fuoco in modo particolare il tema degli spazi di lavoro, per capire in che misura essi rappresentino un elemento importante della qualità del clima organizzativo.

A Geico il premio speciale per i migliori ambienti lavorativi.

Geico, società operante nel settore dei servizi industriali di ingegneria, ha ricevuto il premio speciale per i migliori ambienti lavorativi.
Abbiamo studiato la percezione degli spazi di lavoro riguardo alla possibilità di concentrarsi nell’attività, di consentire livelli adeguati di privacy, di adattarsi in modo flessibile ai bisogni del lavoratore e all’impatto sull’immagine aziendale. Le nostre analisi confermano l’importanza che assume oggi la qualità degli ambienti di lavoro. La percezione degli spazi determina due aspetti chiave del clima organizzativo, la cura dimostrata dai manager per i collaboratori e il benessere psicologico ed emotivo.

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La progettazione dei nuovi spazi di lavoro a Cinisello Balsamo (Milano) è una risposta a 360° ai bisogni della persona che lavora. Nascono cosi’ i lay out flessibili, nei quali la persona può scegliere di volta in volta di lavorare in uno spazio condiviso con gli altri colleghi, o in uno silenzioso in cui potersi concentrare, in uno appartato che consenta la privacy, o ancora possa fare una riunione in un’atmosfera di confidenzialità. L’ambiente di lavoro in alcuni casi non si limita a rispondere alle sole esigenze di tipo funzionale, ma tiene conto anche di quelle dell’equilibrio psico-fisico: ecco allora comparire nell’ambiente di lavoro i bistrot, i giardini, le cucine e le sale relax.

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I due fattori -cura per le persone e del benessere psicologico- promossi dalla qualità degli spazi lavorativi, sono a loro volta collegati alla percezione di lavorare in un eccellente ambiente organizzativo.
Si stima che un punto percentuale di aumento della percezione degli ambienti di lavoro determini da 0,6 a 0,8 punti di incremento nella percezione di un “great place to work”.
L’impatto che i workplace hanno, per cosi’ dire, sulla “felicità” non è fine a stesso, ma è qualcosa che, come si è visto, si traduce in migliori performance organizzative e risultati economici.

Testo di Antonino Borgese, Direttore della ricerca – Great Place to Work®

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Il Giardino dei Pensieri di Laura è il luogo fisico dove prendono forma i percorsi mentali. È lo spazio reale che il presidente Arabnia ha voluto dedicare a sua moglie Laura e a tutta la sua famiglia allargata: i dipendenti.
Qui batte il cuore di Geico. Qui ha sfogo la parte destra del suo cervello. Qui prende forma la sua anima.
In tutto 2.000 metri quadrati di benessere e bellezza, preludio indispensabile prima di accedere al Pardis Innovation Centre, perfetta sintesi tra emozioni e creatività.
A comporre questo meraviglioso giardino zen, uno spazio per la meditazione, la palestra aziendale, la zona bistrot e un’area culturale e di intrattenimento composta da un anfiteatro e da una galleria fotografica. L’ideale per il benessere psico-fisico delle persone che abitano Geico.

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Obiezioni alla felicità in ufficio? Ecco come combatterle.

“La felicità al lavoro non è qualcosa che si dovrebbe avere, ma qualcosa che si deve ricercare, e dipende da due fattori: risultati e relazioni”. In un video pubblicato sulla sua pagina di LinkedIn, Alexander Kjerulf, fondatore di Wohoo Inc., analizza quali sono le obiezioni che spesso ascolta durante i diversi incontri e i workshop che gestisce sul tema in qualità di Happiness expert: quali sono e perché ancora oggi ci sono resistenze circa la creazione di un luogo di lavoro che metta al primo posto la felicità di chi ci lavora?

Esiste una parola nelle lingue scandinave che non esiste nelle altre ed è Arbejdsglæde, letteralmente “felicità al lavoro”. Alexander Kjerulf ha fatto di questa parola in tutto il mondo la sua missione, organizzando conferenze in diversi paesi e sviluppando progetti insieme a grandi compagnie come Lego, Ikea, Shell, IBM o Microsoft.
Spesso, come spiega nel video pubblicato su LinkedIn, però, incontra delle resistenze sul tema della felicità in ufficio. Quali sono dunque i pregiudizi da abbattere?
I più interessanti sono sicuramente quelli che contestano una mancanza di definizione comune del concetto di felicità, e perciò l’impossibilità di misurarla e di poter soddisfare pienamente il lavoratore perché portatore di esigenze troppo soggettive, che spesso neanche gli individui stessi sanno interpretare.

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Parafrasando la definizione di felicità data da Sonja Lyubomirsky, Alexander Kjerulf suggerisce questa definizione del termine felicità: “una esperienza di gioia, contentezza e positivo benessere sul luogo di lavoro, in combinazione con un senso che la propria vita lavorativa sia buona, significativa e utile”.
Non bisogna confondere la felicità, cioè come tu percepisci il lavoro, con la soddisfazione, cioè coi risultati di carriera, quali stipendio, alta posizione all’interno dell’organico, etc…
Due sono i parametri da considerare: i risultati, cioè il sentirsi il migliore in quello che si fa, e le relazioni, cioè trovarsi bene con le persone con cui si lavora.
Certo è impossibile creare delle condizioni standard che possono andare bene per tutti, ed è per questo che è importante tenere a mente il fatto che “l’unico modo per far felici tutti è quello di trattarli in maniera diversa”.
Non bisogna dimenticarsi, anche, che c’è anche un modo di educare le persone a essere felici e ad aiutarle a capire cosa può renderle tali nei luoghi di lavoro, e questo, come abbiamo già analizzato, può essere uno dei compiti del design nei nuovi spazi ufficio.

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Un’altra obiezione interessante consiste nel considerare la felicità come una questione privata: molte persone infatti vogliono poter aver il diritto di sentirsi tristi al lavoro e di non far parte di feste, giochi o altre “stupidaggini” organizzate dall’azienda per creare un clima felice.
In un contesto produttivo e di lavoro in team, però, le emozioni e le sensazioni hanno un impatto sociale e sulla produttività dell’azienda.  Mai come in altri casi, qui una delle frasi dello scorso secolo risulta calzante: in ufficio “il personale è sociale”, e anzi crea lo spazio sociale intorno, modificandone anche i risultati.
Lungi dall’essere elementi estranei dal luogo di lavoro, le emozioni hanno una reale incidenza e al contrario di quello che alcuni sostengono, l’essere felice non ci rende pigri o egoisti, ma ci più propositivi, volenterosi e disposti al lavoro in team.

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L’obiezione principale però è quella di chi dice “se ti aspetti di essere felice al lavoro, sarai deluso”.
“È proprio il contrario”, conclude Kjerulf. “Se tu ti aspetti che essere felice debba essere uno dei parametri per la scelta del tuo lavoro, allora farai di tutto per esserlo. Credo che essere felici sul posto di lavoro o creare un posto di lavoro felice debba essere il primo obiettivo della propria carriera o della propria leadership”.
Testo di Gabriele Masi.

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Ways of Designing e ascolto: Marcello Ziliani.

La laurea in architettura al Politecnico di Milano –relatore il Maestro Achille Castiglioni– e tre anni di esperienza all’estero sono alla base dell’attività di Marcello Ziliani come industrial designer in vari settori dell’arredamento per molti importanti aziende, ma anche come art director, grafico, scenografo teatrale.
Come ci spiega in questa intervista esclusiva, il suo “way of designing” è fatto soprattutto di ascolto. Ama entrare in sintonia con il mondo, guardando le cose con occhi sempre diversi e lasciando da parte le sicurezze incrollabili. Requisiti indispensabili per operare in una situazione fluida dove ambiti diversi convergono in una dimensione olistica del progetto.

Che cosa caratterizza il tuo approccio progettuale nell’industrial design e come lo applichi in base alle diverse realtà produttive?
Continuo a trovare calzante una visione contenuta nel libretto che pubblicò su di me Corraini qualche anno fa in cui confrontavo leoni e camaleonti, affermando che leone no, non era il mio genere, camaleonte meglio. Trovo più divertente cambiare spesso d’abito (habitus), adattarsi alle situazioni, guardare le cose con occhi sempre diversi ed entrare in sintonia, parlare piano e soprattutto ascoltare, invece di ruggire sperando di sovrastare.
È questo il mio approccio al progetto, mi piace cercare di imparare ogni volta che mi confronto con nuove realtà, ascoltare le storie, annusare gli odori e assaggiare. Un progetto è figlio di mamma e papà e io credo di essere la mamma, con tutta la responsabilità e la fatica della gravidanza e la gioia (ma anche il dolore) del parto. L’azienda è il papà, che combina i suoi geni assieme ai miei e che poi prende per mano il progetto-bambino e lo conduce nel mondo. E come non ci sono due individui uguali credo non ci possano essere due progetti uguali, anche se ovviamente i caratteri di famiglia si notano, eccome… o almeno dovrebbero.

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Da anni lavori in diversi settori del design: emergono nuovi stili di vita e nuove esigenze da parte degli utenti?
La figura del progettista si trova, per definizione, in una situazione privilegiata e rischiosa, osservatore e allo stesso tempo attore nel vortice dei cambiamenti di modalità, abitudini, gusti ed esigenze. Io, per sicurezza, tengo sempre ben presente la legge di Lavoiser (morto ghigliottinato, accidenti), quella che dice che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Mi permette di non farmi prendere dall’ansia, di mantenere la giusta prospettiva di fronte a cambiamenti che sembrano ogni volta rivoluzioni copernicane. In modo di poterli guardare con stupore e curiosità, senza la pretesa di comprenderli o cavalcarli, ma con il desiderio di coglierne almeno qualche spunto per poter nutrire il mio operare quotidiano. Credo che la cosa più significativa che sta avvenendo oggi sia una mutata consapevolezza da parte di tutti noi che siamo utilizzatori di beni, oggetti, servizi, e cioè il fatto che in qualche modo non ci sentiamo più consumatori passivi orientati dall’alto ma possiamo avere qualche voce in capitolo nel progetto stesso degli oggetti che andremo d utilizzare.
La figura del prosumer non è solo l’ennesima parola macedonia inglesizzante (professional-consumer e/o producer-consumer) ma l’affascinante possibilità di assumere un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione e consumo (garantisco a questo riguardo che questo testo è completamente privo di olio palma). Lo human centered design (non con questo nome ma me lo insegnava già Achille Castiglioni al Politecnico una trentina di anni fa), e il design thinking sono in qualche modo un approccio onesto alla complessità con la quale ci dobbiamo confrontare e una modalità seria per dare risposte a domande correttamente poste.

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Ci sono “contaminazioni” concettuali ed elementi in comune tra i diversi settori di progetto nei quali operi?
A questo punto non so se sia solo una questione di contaminazioni quanto invece di annullamento di confini. Tutto sta diventando fluido e mutevole, gli ambiti e i riferimenti con i quali eravamo abituati ad operare stanno perdendo di senso per convergere in una dimensione sempre più olistica del progetto. Non esistono più ambiti autonomi, la cucina entra in soggiorno, il bagno in camera, il soggiorno in ufficio, l’ufficio in casa. L’IOT, internet delle cose, pervade ormai tutto e modifica modalità e comportamenti, innescando contaminazioni e nuove modalità di fruizione degli oggetti.
Illuminazione e sistemi di controllo, musica e benessere acustico, riscaldamento e isolamento, automazione ed elettronica, tutto si fonde e si combina in configurazioni inedite abbattendo barriere e aprendo nuovi scenari e affascinanti prospettive.

Didascalie 5,6,7,8

Quali cambiamenti si sono verificati nella visione di ufficio negli ultimi anni e come questi cambiamenti si rispecchiano nei nuovi prodotti?
Mi sembra che il mondo dell’ufficio sia, in termini di radicalità dei cambiamenti in atto, secondo solo a quello dell’illuminazione dopo l’arrivo del led.
Ma mentre per l’illuminazione si tratta fondamentalmente di una innovazione tecnica che ha indotto un profondo ripensamento della dimensione formale e funzionale degli apparecchi illuminanti (e siamo solo agli inizi), per il mondo dell’ufficio credo che il cambiamento sia fondamentalmente culturale. Come negli altri ambiti anche qui si stanno verificando fenomeni di contaminazione e ibridazione profonda, e la cosa è particolarmente percepibile a causa della tradizionale rigidità di questo mondo. Per anni le mutazioni sono state prevalentemente di ordine tecnico-meccanico, il confort e l’ergonomia l’hanno fatta da padroni riducendo spesso il progetto alla ricerca di caratteristiche prestazionali. Oggi, finalmente, si assiste a tutta una serie di fenomeni che, per assurdo, mi ricordano tanto le donne che bruciavano in piazza il reggiseno o i figli dei fiori che mettevano margherite nelle canne dei fucili dei poliziotti.
Lavorare in piedi discutendo attorno a un tavolo regolabile in altezza, chiudersi in meditazione con il proprio tablet-feticcio dentro a un bozzolo confortevole che ti isola dal resto del mondo rumoroso e caotico, partecipare a riunioni seduti o meglio ancora adagiati su divanetti, tappeti, pouf sorseggiando tisane, condividere spazi di lavoro temporanei con altri professionisti creando aggregazioni e connessioni mutevoli e casuali, giocare, saltare, correre o pedalare mentre si lavora… forse si sta anche un po’ esagerando, ma è certo tutto molto stimolante e ricco di opportunità per sviluppare nuovi progetti che sappiano cogliere e interpretare questi cambiamenti e queste sfide.

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Didascalie
1, Pannello fonoassorbente Snooze per Pedrali.
2, Libreria illuminante Twist&Light per Natevo.
3, Scala pieghevole Flo per Magis.
4, lampada Tilee per Flos.
5, Poltrona “light office” Cookie per Infiniti.
6,Sedia Mammamia per Opinion Ciatti.
7; Tavolo Acacia per Calligaris.
8, Sedia Mini per Parri.

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Ways of Designing e nuova semplicità: Alain Gilles.

Ha studiato scienze politiche e marketing, ma il design è sempre stato la sua passione: dal 2007 Alain Gilles, dopo aver lavorato nel mondo della finanza per 5 anni, ha cambiato vita e ha aperto il suo studio di design a Bruxelles. Da allora ha lavorato per importanti aziende e ricevuto premi internazionali. A Orgatec, nello stand di BuzziSpace, abbiamo brindato insieme a lui al lancio di BuzziFloat, il suo primo progetto di sedia.

Lavorando con diverse compagnie e in diverse situazioni, il tuo approccio al design rimane sempre lo stesso?
L’approccio dipende sempre dal tipo di progetto e dalla compagnia per cui lavori. Certo ci sono tratti comuni su come lavoriamo: logica, visione, combinazione di materiali, forme in generale, etc… che costituiscono il fil rouge che raggruppa i diversi prodotti concepiti dalla stessa mente e dallo stesso studio. La più grande differenza probabilmente sta nel fatto che un progetto richiesto da una compagnia per rispondere a specifiche richieste è diverso da uno iniziato di propria iniziativa e poi proposto ad uno specifico editore o compagnia.

Operando in diversi campi e mercati, si può constatare un nuovo modo di vivere e, di conseguenza, nuove richieste da parte dei consumatori?
Assolutamente sì. È vero, operiamo in diversi mercati, ma sempre in una fascia medio-alta, perché io personalmente sono interessato a prodotti di qualità.
Avendo studiato Scienze Politiche e Marketing Management, prima di industrial design, avevo già una chiara sensazione di come si stesse evolvendo il modo di vivere delle persone. Vivere “diverse vite” aiuta.
Prima di iniziare un progetto bisogna, ovviamente, ricercare quali prodotti esistono di già ed essere sicuri di non ripetere qualcosa che è già stato fatto e costruirsi la sensazione di dove il prodotto sarà posizionato nel mercato. A volte, come per il progetto che abbiamo fatto per lampade solari, bisogna stare molto attenti e bisogna fare lunghi studi, su come vivono le persone in paesi anche molto diversi dal nostro e lontani dal nostro stile di vita quotidiano. E abbiamo fatto lo stesso quando abbiamo disegnato la prima collezione di strumenti per un brand di cucina francese, dove dovevano capire ciò che era tecnicamente possibile fare per definire il DNA del nuovo brand.

Ci sono delle contaminazioni concettuali o elementi comuni tra le diverse aree del design in cui voi lavorate?
Come ho già sottolineato, abbiamo sempre cercato un fil rouge tra i nostri diversi progetti, anche se pensati per differenti settori. In generale io lavoro con un metodo che chiamo “Semplessità”, design che possono apparire semplici ad un primo sguardo, ma che presentano diversi livelli di comprensione, o una “Nuova semplicità”, per progetti chiaramente interpretabili, che usano un minimo uso e trasformazione del materiale durante la loro produzione. Noi partiamo generalmente dall’architettura del prodotto e/o dall’aspetto grafico o dalla combinazione del materiale. Quindi in un certo senso ci sono delle “contaminazioni” tra i nostri progetti e il fatto che lavoriamo per diversi settori crea una sorta di impollinazioni incrociata che rende fertile ciò che facciamo.

Come è cambiata la visione dello spazio lavorativo in questi anni e quale impatto ha avuto sulla produzione di arredi e sull’interior design?
Prima di studiare industrial design ho lavorato per 5 anni in una compagnia americana nel campo della finanza internazionale, in cui il management delle risorse umane era molto avanti coi tempi. In questi anni ho avuto l’opportunità di toccare con mano la trasformazione della compagnia senza carta. Mentre lavoravo lì, avevano anche rifatto tutti gli interni, verso una politica di hot-desking in totale open space. Come futuro designer quelle esperienze sono state molto illuminanti, anche perché mi hanno aiutato a capire come è dall’altra parte, cosa sentono gli altri.
Negli utilizzi anni gli spazi di lavoro sono diventati più “casalinghi” e umani, e credo che attraverso la collaborazione con BuzziSpace abbiamo avuto l’occasione di avere una influenza sulla visione dell’ambiente di lavoro e accrescere l’attenzione sul benessere delle persone.
L’ufficio, dove spendiamo la maggior parte del nostro tempo, è diventato un posto di una “esperienza piena” (per non dire “un posto pieno di esperienze), dove persone interagiscono e condividono tra di loro sempre più frequentemente. Nella maggior parte dei casi le esperienza in ufficio sono di gran lunga più arricchente e moderne di quelle che ognuno vive nella propria abitazione. Qualcuno può dire che oggi gli uffici sono concepiti un po’ come “boutique hotels”, dove si va per vivere una esperienza diversa dalla normale routine. Le persone e l’interazione tra di esse è diventata ora il motore che guida il cambiamento dell’interior design, un fattore di riflessione per le grandi compagnie sul fatto che le persone contano.

Quali scenari futuri ti aspetti per l’ufficio e per i ways of working del prossimo futuro?
Credo che noi lavoreremo sempre di meno nello spazio ufficio, dove ci recheremo poche volte o qualche giorno durante la settimana per riconnetterci con i colleghi, condividere informazioni e apprezzare il lato sociale del lavorare insieme. Le persone lavoreranno in parte da casa o in spazi di coworking a pochi passi da casa loro, spendendo meno tempo nel trasporto e nel pendolarismo.
Quando saranno in ufficio le persone avranno la possibilità di lavorare in diversi spazi a su misura per loro e per le loro necessità di concentrazione o collaborazione: lavorare distesi su un divano, seduti o in piedi ad una scrivania, in spazi informali o formali, isolati acusticamente e che permettono il rispetto della privacy.
Mi immagino uffici verdi, come grandi terrazze che diventeranno la norma per scappare dalla grigia routine di quello che eravamo abituati a chiamare “giorno di lavoro”, ma che è in realtà la più consistente parte della vita di ogni persona.
Testo di Gabriele Masi.
Didascalie:
In evidenza, A portrait of Alain Gilles, copywrites Thomas De Boever.
2. New Perspective Mirror, Bonaldo, Alain Gilles.
3, 4. Big Table, Bonaldo, Alain Gilles.
5. Wicked Armchair & Basket Table, Vincent Sheppard, Alain Gilles, copywrite STOR.
6. BuzziPicnic table, versione split level, BuzziSpace, Alain Gilles.
7. BuzziPicnic Workbench, BuzziSpace, Alain Gilles.
8, 9. BuzziFLoat chair, BuzziSpace, Alain Gilles.

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Ways of Designing e ibridazione: Giulio Iacchetti.

“Tra i suoi caratteri distintivi c’è la ricerca e la definizione di nuove tipologie oggettuali”, si legge nel sito ufficiale di Giulio Iacchetti. Due volte Compasso d’Oro con la posata multiuso biodegradabile Moscardino e per la serie di tombini Sfera, entrambi disegnati con Matteo Ragni, lo abbiamo incontrato durante la tavola rotonda Office Design Ibrido. Abbiamo cercato con lui di rispondere a una domanda molto attuale: cosa significa progettare utilizzando le metodologie ibride?

L’ibridazione è un tema importante nella produzione di Giulio Iacchetti. il Moscardino, Compasso d’Oro 2001, metà forchetta e metà cucchiaio ne è un esempio e l’inizio di un percorso verso il prodotto ibrido, che lo ha portato fino all’agenda interconnessa Paper Tablet, progettato per Moleskine nel 2016. Di questo approccio progettuale Iacchetti ha parlato nel corso della tavola rotonda “Office Design Ibrido” organizzata nel nuovo showroom Dieffebi da WOW! e selezionata nel palinsesto di Design City Milano 2016.

Che cosa significa ibridazione?
Ibridazione è una parola di grande contemporaneità. Per spiegarla io partirei dal mulo, l’esempio di ibridazione per eccellenza: non ha la bellezza del cavallo o certe peculiarità dell’asino, però ha dei tratti fondamentali come la resistenza e capacità di affrontare ostacoli. Il mulo non è un esempio negativo, anzi, per me è davvero ciò che può fare l’uomo cercando una via di mezzo.

Qual è l’atteggiamento del progettista verso l’ibridazione?
Ogni progettista tende ad ibridare situazioni, perché la sua vocazione specifica  è quella di creare del nuovo. È una situazione e un mondo che indaghiamo in tanti:
l’atteggiamento
sta nel cogliere del valore da cose apparentemente distanti e introdurli nel progetto. I progetti sono dei ponti tra realtà differenti, il designer è un gettaponte, il suo lavoro è quello di creare collegamenti tra mondi distanti, e quei collegamenti sono una situazione nuova che non è altro che l’intermezzo tra l’una e l’altra.

Quale posto occupa l’ibridazione nella progettazione?
Un posto specifico tra soluzione generica e iperspecializzazione, tra originalità e progetto anonimo: la situazione ibrida è l’area grigia che c’è nel mezzo a queste due tendenze estreme. È la parte, a mio avviso, più interessante di quello che sta avvenendo ora nel mondo del progetto.

Cosa intende per “ibridazione come area grigia”?
Anche il colore grigio purtroppo ha spesso una connotazione negativa, ma per me non è così. Il grigio nasce dalla combinazione dei tre colori primari. È un colore molto interessante, perché lì ci sta dentro tutto, perché tutti noi oggi ci muoviamo in una situazione ibrida, non definita, lo siamo quasi per vocazione nostra e contemporanea. 

Qual è stata l’esperienza dell’ibrido in un oggetto famoso come Moscardino, progettato nel 1999?
Io e Matteo Ragni eravamo stati investiti da un brief di progetto che prevedeva di studiare un oggetto per consumare i cibi durante gli aperitivi, che in quegli anni si stavano diffondendo come nuovo fenomeno e stile di incontro. Servivano strumenti agili e veloci che occupassero poco spazio, e servissero per consumare alcuni cibi in piedi. Cercavamo nel progetto di ibridare la forchetta con il cucchiaio e alla fine Moscardino è stato il risultato.
Ovviamente l’ibrido mostra anche dei limiti: quante critiche ho ricevuto da chi mi diceva: “ma se lo si usa prima come cucchiaio e poi come forchetta ci si sporca le mani…” 

E ora l’ultimo progetto per Moleskine, come è cambiato qui il tema dell’ibridazione?
Moleskine è fondamentalmente un oggetto di carta, in un mondo in cui la dimensione digitale è sempre più importante.
Nel progettare questo oggetto mi sono calato nella dimensione ibrida che viviamo oggi tutti noi, tra analogico e digitale. Dovevamo arrivare a trovare un trade d’union tra lo smartphone e l’agenda e così è nato Paper Tablet. Una Moleskine particolare, con gli angoli arrotondati che quando è stata mostrata nella custodia tutti hanno pensato pensato fosse un oggetto digitale. E invece è un libro, per cui abbiamo anche brevettato un sistema di stondamento di lavorazione del fianco del taccuino.

Perché questa scelta di una ricerca di ibridazione tra analogico e digitale?
Volevo trasmettere la potenzialità di questo taccuino, portatore di qualcosa altro rispetto alla semplice scrittura. Infatti si può collegare ad uno smartphone, di cui richiama la forma archetipica: così si può scrivere e disegnare con la penna per poi caricare e condividere sullo smartphone la stessa pagina. È un gioco basato sull’equivoco.

Nella sua presentazione alla tavola rotonda Office Design Ibrido ha parlato di designer come “spostati”. Cosa intende?
Tutti noi viviamo una dimensione un po’ spostata, cioè non sappiamo mai bene identificare cosa facciamo, il nostro lavoro è diventato ibrido, come gli spazi dove si lavora e così gli oggetti, che richiedono sempre più una fruibilità e una elasticità di funzionalità libera. Tutta la nostra vita si presta a questo tipo di flessibilità in cui stiamo bene, senza più bisogno di spazi codificati e ruoli identificativi, ma dove ci piace cambiare e circondarci di oggetti che non hanno più una specializzazione precisa. Mi piace pensare in questi termini: meno iperspecializzazione, più libertà e fruibilità. Credo che in questo mondo fruibile e flessibile uno spostato come me ci sta bene.
Testo a cura di Gabriele Masi.

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Didascalie:
1. Moscardino, Giulio Iacchetti e Matteo Ragni, Pandora Design. 2000
2. Rolo, Giulio Iacchetti, Internoitaliano. 2013
3. Surf-o-Morph, Giulio Iacchetti, project assistant Mario Scairato, Surfer’s Den. 2014
4. Siptel, Giulio Iacchetti, project assistant Alessandro Stabile Fontana Arte. 2015
5. Bard, Giulio Iacchetti, Internoitaliano. 2014. Photo Credits: Fabrizia Parisi
6. Newcastle, Giulio Iacchetti, project assistant Alessandro Stabile, Meritalia. 2013
7. Ora In / Ora out, Giulio Iacchetti, project assistant Alessandro Stabile e Mario Scairato, Alessi. 2015 Photo Credits: Alessandro Milani e Matteo Imbriani.
8. Paper Tablet, Giulio Iacchetti, Project Assistant Alessandro Stabile, Moleskine. 2016

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Ambienti per la community.

“Il luogo di lavoro è forse il protagonista più attuale dei cambiamenti negli spazi delle persone”. Partendo da questa convinzione cristianavannini | arc ha progettato gli uffici Buongiorno a Milano come un ambiente che favorisce una“mentalità start up”, senza schemi precostituiti e fluida, fondando la polifunzionalità degli spazi sul concetto di community.

“Il concetto di luogo, modalità e tempo del lavoro sono in evoluzione rapidissima. Dall’identità dell’azienda si passa all’identità della community, dal brand alla persona. L’ufficio diventa un luogo in cui stare bene, esprimersi, creare. Le gerarchie spaziali cadono a favore di spazi più ibridi, articolati, versatili, democratici, dove momenti di concentrazione e di relazione si alternano nel corso della giornata. Per osmosi il lavoro esce dall’ufficio e aspetti domestici entrano negli spazi di lavoro”.
Partendo da questa idea l’architetto Cristiana Vannini ha progettato gli uffici Buongiorno a Milano, secondo esigenze ben precise manifestate dall’azienda: favorire una mentalità di lavoro più fluida e una usabilità completa dello spazio, intrecciando luoghi di aggregazione, open space e privati.
“Credo che il progetto abbia raggiunto gli obiettivi richiesti e abbia inoltre una sua immagine abbastanza peculiare”, ha dichiarato l’architetto. “Nel rispetto dello stile degli ambienti che lo accolgono, abbiamo voluto un’atmosfera casa versus ufficio, che porta nel luogo di lavoro colori, materiali e atmosfere più calde e accoglienti”.

Il progetto si presenta con una reception ampia e luminosa con adiacente uno spazio polifunzionale che, grazie agli arredi customizzati su ruote e alla cucina a scomparsa, può essere utilizzato come caffetteria, come meeting roomper incontri informali o come luogo dedicato agli eventi.
Custom made è anche il sistema di contenitori e storage, sia nelle aree comuni che negli uffici operativi ai piani superiori, dove sono distribuiti grandi open space, sale riunioni e uffici direzionali, intervallati ad aree di decompressione come coffee point e phone booths.
Cromie neutre, textures forti e wall lettering trasferiscono, infine, il carattere dell’azienda nello spazio.
“Un altro importante processo in corso è la riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente”, conclude Vannini. “Oggi è possibile un dialogo progettuale con i vincoli e il fascino degli edifici d’epoca che tornano a una nuova funzionalità attraverso sistemi impiantistici e materiali tecnicamente sofisticati”.
A due passi dal parco delle basiliche, nel cuore di Milano, lo storico edificio dei primi del 900, circa 1500 mq disposti su tre piani, è stato internamente ristrutturato in modo da comunicare modernità, tecnologia e, al contempo, semplicità.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Saverio Lombardi Vallauri and Luca Rotondo.

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Creatività in ufficio a #VL16.

L’ufficio come habitat stimolante, giovane e dinamico, capace di liberare energia vitale, ma anche come fonte diispirazione e innovazione. Area del FuoriSalone 2016 dedicata alle idee dei designer emergenti, Ventura Lambrate ha offerto alcuni spunti interessanti anche sul tema workspace. Dai mobili per l’ufficio dedicato ai giovani creativi degli studenti svedesi della Lund University all’innovativo uso del cartone di helloStandy, alla Boring Collection che ha vinto il Milano Design Award nella categoria Best Concept.

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Abbiamo già discusso in articoli precedente quale fosse l’impatto delle nuove generazioni sui nuovi ways of working e su quanto fosse importante l’ergonomia per i Millennials.
Per chi era ancora indeciso, due progetti presentati a Ventura Lambrate, nell’ambito del FuoriSalone 2016 danno sicuramente una risposta.

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In Our Office è un concept creato dagli studenti del primo anno del master di Industrial Design della Lund University (Svezia): 12 arredi studiati appositamente per un habitat per giovani creativi che seguono i propri sogni e convinzioni al di là del vincolo delle grandi società corporate.  L’obbiettivo è quello, attraverso il design dell’arredamento per ufficio, di creare un ambiente dove le linee di confine tra orario di lavoro e di svago sono più sfumate, capace di ottimizzare gli spazi con soluzioni eccentriche, come “le scrivanie a castello” o “a scomparsa, oppure sistemi di arredo scomponibili e facilmente riconfigurabili, che in contempo permetta di trovare facilmente dei momenti di privacy.

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Frutto del lavoro di altri due giovani italiani, Matteo Cracco e Federico De Megni, helloStandy è un semplice metodo per trasformare qualsiasi normale scrivania in una funzionale standing desk.
Le scrivanie regolabili sono una delle nuove tendenze dello spazio ufficio, in grado di aumentare la produttività e tutelare la salute dei lavoratori che spendono gran parte della loro giornata seduti.
Realizzata in un quadrato di cartone pieghevole 50×50 cm con 5 mm di spessore, la novità di helloStandy sta nella sua facile trasportabilità, il suo scarso ingombro, la libertà e la facilità di utilizzo, oltre che l’impiego ecologico di materiali riciclabili.
Sintesi di questi progetti è stata la Boring Collection progettata da Space Encounters per Lensvelt: quello che conta non sono gli arredi, ma l’energia vitale che si può sprigionare nell’ambiente di lavoro.
Testo di Gabriele Masi.

Didascalie:
In Apertura. Zip it, Rae Bei-Han Kuo. Uno spazio di lavoro può essere molto distraente. Zip It! è una sedia che, attraverso un sistema a zip, permette facilmente di isolarsi, anche acusticamente, e trovare la concentrazione. Inoltre grazie ai due tavolini posti sui braccioli si possono creare diverse configurazioni e assumere diverse posizioni di seduta.
1. Umbrella, Malin Yngvesson. Un’altra idea per aumentare la privacy e la concentrazione: umbrella non è solo una lampada: è uno scudo contro la distrazione.
2. Workaround, Sofie Aschan Eriksson. Una sistema in plastica e legno di scrivanie e piani di lavoro trasformabile, che agevola il team working anche durante la costruzione dei diversi setting.
3. helloStandy, Federico De Megni e Matteo Cracco. Presentato in occasione del FuoriSalone 2016 “l’estensione” standing desk per scrivanie nasce “dall’esigenza di concepire un nuovo modo di lavorare, capace di risolvere fastidiosi dolori e malesseri fisici dettati da un’elevata postura sedentaria”.
4. Bunk Desk, André Gunnarsson. Una soluzione per i piccoli uffici: una “scrivania a castello”, pensata per creare zone libere dalla distrazione e nuove prospettive.

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La sede smart BCG (AMA).

Un headquarters poliedrico e polifunzionale, summa delle nuove tendenze e dei nuovi ways of working: per ottenere la massima efficienza in ogni ambiente, AMA Albera Monti & Associati ha progettato e studiato nella nuova sede di The Boston Consulting Group l’acustica, l’illuminazione, il verde vivo, la tecnologia, il colore, l’arte. Un palazzo storico ripensato in ogni suo ambiente, ricercando l’”effetto wow!” nella diversità e nella totale fruibilità degli ambienti, dallo spazio co-working BCG Club, all’agorà del sesto piano, fino ai 300 metri quadri di terrazza in con una meravigliosa vista su Milano.

Dopo gli uffici Google, Wind, BNP Paribas e la ristrutturazione del Palazzo Ravizza, AMA Albera Monti & Associati firma la ristrutturazione del palazzo storico di Via Foscolo 1 a Milano, costruito nel 1873 dall’architetto Giuseppe Mengoni, oggi nuova sede di The Boston Consulting Group.
Già dal piano terra, dove si colloca la reception, si percepisce la volontà di creare un luogo poliedrico e sorprendente, mentre si vede ricomporsi nella parete rivestita di specchi l’anamorfosi del logo BCG, creata grazie alla collaborazione con lo studio Truly Design, che fluttua al centro dello spazio, in evidenza dall’uso di colori neutri e dalla quasi assenza di arredi.

All’interno sono diversi gli spazi che danno al progetto il suo carattere originale.
Uno di questi è il BCG Club, uno spazio di coworking a doppia altezza in cui si snodano dei tavoli disegnati su misura caratterizzati da una forma sinuosa. Anche il bar e il ristorante sono stati realizzati attraverso una progettazione accurata con particolare attenzione alla componente tecnologica che garantisce la possibilità di lavorare produttivamente anche in queste aree. Due ambienti che si aprono sulla terrazza attrezzata che si affaccia su piazza del Duomo. Anche in questo ambiente all’aperto è possibile lavorare grazie ai due grandi ombrelloni che riparano dalla luce solare nelle ore più calde della giornata e grazie a un’illuminazione caratterizzata da lampade flessibili che permette di organizzare eventi serali.
Una delle particolarità del progetto è infatti quella di permettere ai 500 dipendenti di lavorare sempre dovunque desiderino, distribuendosi liberamente sui 7 piani e i 6.200 mq dell’edificio.
Una mobilità dinamica favorita anche dalle 64 scrivanie regolabili in altezza e postazioni non assegnate prenotabili quotidianamente tramite l’app attiva sullo smartphone o usando gli schermi informativi, installati a tutti i piani, dove la disponibilità degli spazi è aggiornata in tempo reale.
Uno dei luoghi più innovativi e particolari di tutto il progetto è l’agorà del sesto piano, caratterizzato da una grande sala con una scenografica gradonata a forma di anfiteatro, uno spazio capace di trasformarsi in auditorium, spazio eventi, conference room e feste.
A fare da quinta di questo teatro, esattamente dietro alle spalle dell’oratore, è presente il green wall più lungo d’Italia, inserito in un camminamento a cielo scoperto, che segue l’andamento di una lunga la vetrata.

La gradinata porta direttamente al settimo piano dove si trova la sala del consiglio, progettata per garantire l’utilizzo dello spazio continuo nel tempo: i tavoli sono stati progettati per essere ribaltati e appesi al soffitto, trasformandosi in pannelli di supporto per esposizioni e mostre di opere d’arte, dando in questo modo nuova vita e la possibilità di un uso intensivo ad una sala essenziale nella vita di una grande azienda, ma spesso non utilizzata.
Infine numerose sono le soluzioni innovative che fanno dello spazio una summa di tutte le nuove tendenze in ambito di ufficio: da un palazzo che si apre al territorio, con spazi per ospitare mostre di arte contemporanea, alla massiccia presenza del verde, simboleggiata al terrazzo del sesto piano ispirato ad un giardino Zen, alle pareti decorate con graffiti.
La grande attenzione all’innovazione si nota anche nella scelta del lucernario CoeLux  per le stanze dei partner BCG e le zone antistanti gli ascensori, nell’attenzione all’acustica e nelle digital room con molteplici monitor con tecnologia touch, che permettono di lavorare con un approccio nuovo e moderno.
Testo di Gabriele Masi.

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Clubhouse Brera: l’ufficio che non sembra un ufficio.

Clubhouse Brera è l’innovativo concept di spazio di lavoro nel centro di Milano proposto dalla piattaforma Copernico. Un luogo esclusivo per lavorare, incontrarsi e sviluppare idee, un collettore di contenuti, relazioni ed eventi culturali che occupa l’ex Teatro delle Erbe.
Il progetto di Laura Stecich rispetta il genius loci e si caratterizza con un interior design che reinterpreta in chiave contemporanea gli elementi delle avanguardie artistiche del ‘900 dall’art deco al glorioso design degli anni ’50. Segni e stilemi fusi con sapiente equilibrio in un’atmosfera sofisticata che trasmette nel modo migliore “l’italianità” del nostro stile di abitare, di vivere e di lavorare.

In ogni parte del mondo le organizzazioni diventano sempre più fluide e gli smart workers, soprattutto imprenditori, professionisti, decision makers, sono in costante aumento: servono nuovi spazi per rispondere a questi stili di lavoro.
“Con Clubhouse abbiamo pensato a un luogo speciale in grado di distinguerci e rappresentarci al meglio” ha dichiarato Pietro Martani, Amministratore Delegato di Copernico “Where Things Happen”.
E’ stata scelta la formula del membership club, con una spiccata connotazione “rosa” sarà infatti il primo club in Italia aperto all’imprenditoria femminile; i membri saranno al massimo 500 (250 uomini e 250 donne), solo alto di profilo e di diversi settori: Finanza e Real estate, Design e Moda, Arte e Cultura.

Il progetto architettonico.
Dall’ingresso dell’austero edificio che affaccia su foro Buonaparte, un corridoio ritmato da tagli verticali di luce conduce verso il club: oltre 1000 mq distribuiti su 2 piani.
Ci accoglie l’area bar
che è anche luogo di lavoro e per meeting informali. La tecnologia è dovunque, ma non appare, l’atmosfera è elegante, i colori degli arredi sono sobri, la luce è discreta: poltrone, tavolini da caffè e un communal table -citazione di quelli nei club inglesi- che all’ora del lunch diventa il fulcro dello spazio.

Nel design del banco bar, con citazioni art deco, si colgono reminiscenze di un sipario aperto a ricordare l’originaria destinazione di questo spazio che è stato il Teatro delle Erbe; citazioni “teatrali” si colgono anche in altri dettagli dell’interior design e negli arredi, contemporanei ma con riferimenti agli anni ’30, realizzati su disegno dell’arch Laura Stecich che ha curato tutto il progetto.

Dalla sala club, completamente chiusa, si passa a un secondo ambiente più luminoso che si sviluppa su doppio volume e intorno a un piccolo “giardino segreto” vetrato. All’atmosfera soft contribuisce un’attento progetto acustico con l’utilizzo di materiali fonoassorbenti.
Qui si trova il palco polifunzionale, perfetto per eventi e spettacoli, che -chiudendo diversi sipari rossi- si può suddividere in varie sale meeting.
Intorno alla vetrata del giardino su un lato corre una grande mensola dove poter lavorare guardando verso l’esterno seduti su sgabelli, sull’altro sono disposti altri divani e poltrone; il verde è presente anche nella parete vegetale sul mezzanino.

Le ambientazioni degli arredi sono diversificate per rispondere a ogni esigenza: scrivanie e tavoli riunione in open space o phone booth vetrati per telefonate riservate, librerie che accolgono una collezione di libri d’arte dedicati alle avanguardie del’900, lockers ispirati alle grafiche di Mondrian per contenere gli oggetti personali o ricaricare i propri device (ognuno è dotato di recharge station).

Su questo spazio affaccia il piano superiore che ospita sale riunione chiuse da pareti vetrate (Universal Selecta), un secondo comunale table per incontri privati e tre office suite dotate di bagno privato e doccia per offrire una confortevole pausa di relax ai manager che viaggiano in giornata.
Foto di Andrea Menin (1/2; 5/8; 13/16)

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Lavorare con il colore: AkzoNobel Center & Art Space (Group A).

Il progetto dell’AkzoNobel Center & Art Space di Group A riflette il carattere innovativo e dinamico del quartiere Zuidas di Amsterdam dove è situato. Un armonioso open building caratterizzato da elementi strutturali peculiari, come la facciata in vetro multistrato e lo spazio espositivo all’ingresso, e da un design giocato sull’interazione di luce e colore, con grande attenzione alla sostenibilità.

La particolarità del progetto di Group A, che ha curato sia il design dell’interno che dell’esterno della struttura, è percepibile già dall’esterno, dalla facciata notevolmente stratificata, in vetro e legno. Una facciata caratterizzata dalla ricerca di un design dinamico, come evidenziano i differenti tipi di vetro utilizzati, che creano un sofisticata interazione tra luci e riflessi, e la diversa gamma di colore e ombre usata per gli elementi strutturali in legno adiacenti.

L’asse portante dell’interno è costituito da due atri collegati: al piano terra, lo spazio pubblico dedicato alla “AkzoNobel Experience”, comprende l’entrata, la reception, il ristorante e l’AkzoNobel Essential Art Space, spazio con cui l’edificio si apre in una naturale continuità rispetto alla piazza adiacente e dove è esposta la collezione AkzoNobel Art Foundation.
Al primo piano si trova uno spazio semi-pubblico, il cuore dell’attività giornaliera per le 700 persone che lavorano nella struttura e i business partners, connessa con l’ulteriore spazio, “Working at  AkzoNobel”, dell’ultimo piano.
Il design di entrambi gli ambienti richiama il dinamismo della facciata, ed è pensato per un uso efficace e intensivo dello spazio, capace di ispirare e di comunicare un’idea di un posto di lavoro sano e confortevole.

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Il colore è un elemento centrale per AkzoNobel e di conseguenza anche nella progettazione dell’edificio. Ogni piano è caratterizzato da un proprio e diverso tema cromatico intenso, che crea insieme agli altri uno spettro verticale, accentuato di sera dal sistema di illuminazione.

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Il progetto di un edificio sostenibile si è basato sui criteri per il raggiungimento delle 4 stelle del BREEAM-NL New Build Design Certificate, a cui hanno contribuito i panelli solari sul tetto, le cellule fotovoltaiche dell’atrio, il sistema geotermico di pompe di calore e, soprattutto, la facciata: in estate lo spazio tra gli strati è ventilato in modo da ridurre il riscaldamento dell’edificio, mentre in inverno l’aria calda stazionaria tra di essi permette di isolare l’interno.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Frank Hanswijk.

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Copernico, spirito rivoluzionario nel workplace.

Un grande party ha sancito pochi giorni fa l’opening ufficiale, ma Copernico Milano Centrale da diversi mesi lavora a pieno regime e ha già generato un network particolarmente attivo. 16.000 mq di workplace -uffici temporanei e coworking- con dinamiche aree di supporto, progettati da Studio DC10 e realizzati con un budget contenuto.
Con il nuovo spazio è anche stata lanciata la piattaforma Copernico creata da Windows on Europe che con il motto “Creare, Contaminare, Connettere” vuole rispondere ai cambiamenti in atto nel mercato del lavoro e alle necessità dello smart working.

Il building Copernico Milano Centrale, di proprietà del Fondo Immobiliare Cimarosa – Generali Immobiliari Sgr, si trova in posizione strategica nei pressi della Stazione Centrale ed è stato rinnovato negli interni su progetto di Studio DC10 trasformandosi in un luogo capace di aggregare le energie più vitali sul territorio e innestare processi virtuosi di accelerazione delle aziende.
E’ stato definito un “Concept Building”: 6 piani di uffici gestiti con formula plug&play con l’aggiunta del “social floor”, un luogo flessibile di networking, relax, ristoro ed eventi: il cuore della filosofia Copernico, mirata a favorire la nascita di relazioni e sinergie tra i propri utenti.

“Possiamo definire Copernico una visione, più che un luogo di lavoro… traccia un segno nuovo sulla mappa europea del workspace… ed è destinato a diventare una piattaforma di riferimento, sia concettuale che operativa, ricca di uno spirito rivoluzionario di cui nutrirsi per essere protagonisti dei cambiamenti in atto”, afferma Pietro Martani, ideatore di Copernico e CEO di Windows on Europe.

Gli ambienti si susseguono in un continuum di spazi eterogenei senza preoccuparsi di dare un’immagine coerente e uniforme; aree dal mood industriale si alternano a uffici dal look più tradizionale e a spazi in stile domestico.

Fil rouge di tutte le aree è la massima flessibilità per adattarsi a ogni tipo di occasione e funzione: i laboratori artigianali, la sala turn key riconfigurabile per convegni, presentazioni aziendali e l’area coworking nel seminterrato, un progetto basic e informale, particolarmente attento al comfort acustico; il Teatro attrezzato per contributi multimediali; il Club, un loft arredato con pezzi di arredo vintage anni ’50 e ‘60 (un must per chi si ispira alla nuova estetica start-up!) una palestra e l’agorà dove condividere esperienze.

I punti di forza sono il Café e ristorante in stile “urban design” con terrazza affacciata sul parco e lo spazio outdoor, un parco di 2.000 mq -per concerti, shooting, sfilate o board meeting- in centro città: un vero privilegio!

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Le “cupole” e i phone booth fonoassorbenti nell’area coworking sono prodotti da Buzzi Space e forniti da Cardex, Milano.

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Centro Innovazione: Torre Intesa San Paolo, Torino.

Come il design migliora la vita e il business? Il progetto collaborativo di Lago del Centro per l’Innovazione di Intesa San Paolo al 31esimo piano della torre trasparente disegnata da Renzo Piano a Torino, rispecchia i valori di uno spazio flessibile orientato all’home feeling, capace di trasportare in un ambiente di lavoro le sensazioni positive che l’ambiente domestico è in grado di dare all’individuo. Daniele Lago ne ha parlato in occasione di una stimolante conversazione con Roberto Battaglia, responsabile Servizio Formazione  Intesa San Paolo, svoltasi al Padiglione di EXPO.

L’incontro “Come il design migliora la vita e il business?” si è aperto parlando di Empatia.
L’Empatia di Visioni che ha reso possibile rispondere al desiderio di Intesa San Paolo di creare uno spazio innovativo per la banca del futuro. Ma anche Empatia intesa comecapacità di far entrare in risonanza spazi, oggetti e persone.
Il progetto in progress, sviluppato a quattro mani per il Centro per l’Innovazione di Intesa San Paolo si basa infatti sul principio Lago Interior Life, che ha l’obiettivo di creare, attraverso il design, ambienti improntati all’home feeling e capaci di favorire il benessere individuale e collettivo, aiutando le connessioni sia informali, sia legate al business. Una strategia ben sintetizzata nel claim  “Welcome Home”  che così spiega Daniele Lago, Amministratore Delegato e Head of Design di Lago “Credo che la vera innovazione sia quella che rende la vita di tutti migliore indipendentemente dal settore in cui viene applicata; il design oggi deve essere inteso come uno strumento di trasformazione sociale. Viviamo sempre più fuori casa, trascorriamo molto più tempo negli uffici che nelle nostre abitazioni. Per questa ragione pensiamo che sia necessario sviluppare anche gli ambienti dedicati al business come fossero case accoglienti, così da favorire il benessere individuale e collettivo, creando terreno fertile per attivare scambi inediti”.

Al centro dell’open space, occupato dal Centro per l’Innovazione a Torino, “galleggia” un Lago Community Table lungo 13 metri adatto per postazioni di co-working o conferenze, contornato da arredi su ruote che permettono la riconfigurazione costante la sua disposizione in base alle esigenze di utilizzo. Il piano del grande tavolo attraversa due librerie speculari tra loro una disposta a terra e l’altra sospesa a soffitto, che dividono lo spazio in un’area Laboratorio, luogo privilegiato della materioteca che supporta nella costruzione di prototipi e plastici, e in un’area Eventi che, grazie a tappeti, poltroncine e divani componibili Air, ha anche la funzione di area break.
La libreria LagoLinea connette lo spazio di lavoro a una cucina, pensata per aumentare la percezione dell’home feeling, di convivialità, scambio e relax.
Una sensazione rafforzata dal grande wall integrato in una postazione living, che permette di condividere facilmente progetti e presentazioni digitali, e da una illuminazione domestica, che rispetta nelle postazioni operative tutti i canoni ergonomici delle postazioni ufficio.
Diversa, invece, l’area dedicata agli uffici direzionali che si sviluppa a partire da una pianta rettangolare con tre lati a grandi vetrate. Per questo spazio Lago ha creato uninterior leggero, in grado di enfatizzare il panorama sul quale si affaccia con un ring di divani, un luogo privilegiato per trovare un momento di distensione.
Ai due lati di questo spazio sono stati ricavati due uffici direzionali, mentre al centro un grande tavolo Air di 4 metri per 3 è interamente dedicato alle riunioni.
Tutto all’insegna della più assoluta trasparenza e leggerezza.
Testo di Gabriele Masi.

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Antlos: shared economy e nuovi modi di navigare.

La filosofia della shared economy è costante fonte di ispirazione per nuovi modelli di business, nuove modalità di lavoro e anche .. di navigazione. Come dimostra Antlos, una piattaforma che organizza vacanze in barca all inclusive mettendo in contatto direttamente skipper professionisti con utenti amanti del mare che decidono di affidarsi all’esperienza di personale qualificato. Una sorta di Airbnb delle vacanze in barca.

Si chiama Antlos, come la spuma del mare degli antichi greci, è una start-up nata nel 2014 all’interno del programma di accelerazione di H-FARM Ventures dove tuttora è incubata. Il team è attualmente composto da 5 persone oltre ai tre fondatori: Michelangelo Ravagnan, business developer, ex comandante di yacht e trainer d’equipaggi; Marco Signori, product manager ed ex Skipper a vela; Nicola Peduzzi, lead developer.
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Nasce dall’idea di rendere le vacanze in barca accessibili a chi ama il mare ma, a causa dell’inesperienza e degli alti costi, non è ancora riuscito a salpare.
Proprio come il portale Airbnb, Antlos mette in contatto host e guest, offrendo la possibilità di acquistare una vacanza in mare aperto.
Ogni skipper può pubblicare più annunci ed essere contattato dagli utenti registrati per prenotare una vacanza scegliendo tra diverse destinazioni, esperienze ed attività offerte, pagando online in totale sicurezza con carte di credito e Paypal.
Antlos offre agli utenti la concreta opportunità di guadagnare dal noleggio della propria barca, senza dover pagare provvigioni ad agenzie.
I clienti, grazie ad un sistema di booking semplice ed intuitivo, possono prenotare le proprie vacanze in tranquillità grazie a politiche di cancellazione flessibili, condizioni di rimborso trasparenti, e un customer service dedicato.it-antlos-wow-webmagazine

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Spazio, Persone, Tecnologia: i valori dello Smart Working.

Spazio – Persone – Tecnologia. È questa la nuova triade di valori dello Smart Working delineata durante l’incontro Smart Working: Detto, Fatto organizzata da DEGW e Lombardini22.  Lo Smart working non è, infatti, un ragionamento di stile o di moda, ma un tema economico e di management  collegato a degli obiettivi: un salto concettuale verso una cultura di impresa basata sul performance management e in grado di liberare energie.

“Oggi viviamo una grande metamorfosi. Siamo in quella fase in cui le regole precedenti non valgono più, ma non siamo ancora pronti a scrivere quelle nuove. E forse qualcuno ci sta anche dicendo che di regole ce ne saranno molto poche…”, ha aperto così l’evento Matteo Barone, managing partner e responsabile dell’area Employee Engagement di Methodos. “Una volta c’era la regola ferrea delle 3 P dell’organizzazione: posizione, prestazione e potenziale (people, place, performance). Ho una persona con un certo potenziale, la metto in una certa posizione e mi aspetto che produca una prestazione. Una di queste P, quella della posizione, è messa oggi in seria discussione, mentre la P del potenziale è cresciuta in maniera ipertrofica. Un salto concettuale: meno vincoli, meno perimetri, e spazio a tutto ciò che consente al potenziale che ha all’interno ogni azienda di esprimersi.” 

Spazio. La concezione del lavoro agile e dello smart working ha portato a una evoluzione della concezione dell’ambiente di lavoro. Nella progettazione di uno spazio l’azienda deve tenere conto di nuovi fattori tra cui il tempo trascorso effettivamente in ufficio dai suoi impiegati, oggi mediamente 50% dell’intero orario di lavoro, e il tipo di attività svolta (prettamente collaborativa o individuale).
Come ha sottolineato Alessandro Adamo, consulente e direttore DEGW, infatti, “la fase più importante quando si vuole impostare un progetto di smart working è la messa a punto, in cui viene definita la vision e gli obiettivi, quanto si vuole e, soprattutto, quanto serve all’azienda spingere l’acceleratore verso una tale trasformazione”.
Un altro tema legato allo spazio è quello della condivisione del posto di lavoro. La progettazione non avviene più in ottica di postazioni fisse, ma ogni ambiente è costruito con una funzione, in base alle attività che gli impiegati andranno a svolgere in esso.  Alcune aziende hanno spinto questa innovazione fino alla “non territorialità”,  dove nessuno, neanche l’HR, ha una postazione dedicata. Una scelta che porta con sé problematiche legate soprattutto alla privacy.
C’è un tema spazio e un tema modalità di utilizzo dello spazio”, continua Alessandro Adamo. “Nel momento in cui si implementano concetti diversi, bisogna adottare una modalità di comportamento diversa”.
Da rilevare anche la tendenza alla brandizzazione dello spazio, elemento fondamentale di percezione della filosofia e della rappresentazione del business dell’azienda, e l’attenzione allo sviluppo delle aree break e in-between, luoghi di incontro informale, in linea con le nuove ways of working.

Persone. Puntare verso lo smart working richiede un cambio di mentalità enorme, soprattutto da parte del leader, che deve accettare il passaggio da una leadership fondata sul controllo, a una basata sull’accountability.
Come testimoniano i cambiamenti dello spazio, si sta assistendo ad un capovolgimento della piramide lavorativa, dove il cambiamento non avviene più in una logica top-down, ma bottom-up.
Una delle più importanti problematiche che un’azienda deve affrontare nel passaggio al lavoro agile, come si era già sottolineato nelle jelly Session tenute presso l’Isola Wow! Lavoro Agile, è quella di una certa diffidenza da parte del personale. Ogni progetto è chiamato a rispondere alla domanda: come convertire questa paura in entusiasmo?
Progettazione e coinvolgimento, ascolto e comunicazione, people management e performance management, sono le parole chiave che devono guidare ogni trasformazione. “Quando si parte con un progetto pilota tutti hanno paura di essere selezionati. Però il cambiare qualcosa che fa paura porta a dei benefici organizzativi sostanziali”, conclude Alessandro Adamo. “Una volta mi hanno detto: “è cambiato l’umore delle persone”. Tradurre in numeri questo cambiamento è difficile, ma dal momento in cui cambia l’umore, lo spirito di squadra e la percezione dell’organizzazione, automaticamente la produttività aumenta”.

Tecnologia. La tecnologia è il driver principale di un cambiamento che sta avvenendo in maniera così veloce che non è più una scelta di qualche illuminato, ma una necessità.
La tecnologia non solo ha reso più flessibile la gestione dell’orario di lavoro, ma ha anche allargato lo spazio dell’azienda in una vera e propria “espansione digitale”.
“Dovunque io riesca a collegarmi al corpo digitale dell’azienda, in quel momento io sono dentro, è come se fossi lì”, spiega Michele Dalmazzoni, Collaboration country leader e business transformation Cisco Italia.
Due sono i paradigmi della ricerca per la tecnologia in ufficio: deve essere facile e integrata, racchiusa il più possibile in un unico device.
È come quando vendi un giocattolo”, conclude Michele Dalmazzoni. “Non devi venderlo solo alla mamma, ma anche al bambino. Non si possono creare prodotti tecnologici che vadano bene solo all’IT. Quando si progetta tecnologia per l’ufficio al primo posto bisogna mettere la user experience, prima anche di altri parametri importanti come l’avanzamento tecnologico e la sicurezza”.
Testo di Gabriele Masi.

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Ways of Designing e innovazione: Peter Solomon.

Ho conosciuto Peter Solomon molti anni fa, dopo che aveva ottenuto il master alla Domus Academy; lavoravamo nello studio milanese di Isao Hosoe, un grande Maestro che ci ha insegnato la ricerca costante dell’innovazione. Un insegnamento sul quale Peter ha voluto basare tutta la sua attività di industrial designer quando ha iniziato a lavorare da solo e, nel 2011, tornato negli Stati Uniti ha fondato in Florida Peter Solomon Design.

Nel suo profilo LinkedIn Peter Solomon si presenta come “Design Director and Innovation Guru” e suo “way of designing” è ben sintetizzato nella mission del suo studio “Progettazione di innovativi prodotti che suscitano passione, basati sulla profonda comprensione della mente umana”.
L’esperienza multiculturale e interdisciplinare è un elemento chiave  di questo studio che unisce la personalità e l’eleganza del design italiano e il solido know-how tecnologico americano.
Quale è la tua definizione di innovazione?
Innovazione significa creare qualcosa di nuovo. Ma ho posto ulteriori condizioni per rendere questa definizione significativa o degna; deve saper anticipare il benessere, il comportamento o l’interazione dell’utente con l’innovazione.
In che modo il tuo studio applica concetti innovativi per aziende diverse? C’è un metodo unico o si modifica secondo il settore?
Per Peter Solomon Design tutto inizia da una ricerca approfondita. Studiamo gli utilizzatori, le loro interazioni con i prodotti che stiamo progettando, i loro stili di vita, i loro modelli, i loro bisogni. Cerchiamo ciò che è sbagliato, ciò che non funziona al meglio, le soluzioni, i disagi accettati, quello che manca. Tutto questo diventa opportunità di design, se siamo in grado di risolvere uno qualsiasi di questi problemi,  potremo creare un concetto innovativo in grado di migliorare la vita degli utenti. Ogni concetto diventa il fattore determinante di un nuovo design.
Ciascuno dei nostri clienti opera in un settore diverso, in un mercato diverso e ha una cultura diversa, quindi ognuno ha esigenze particolari, ma al centro di tutti i progetti è sempre la ricerca etnografica con l’obbiettivo di innovare per l’utente.
Nel settore workplace e office furniture quali sono gli scenari innovativi che immagini?
Ci sono così tanti scenari innovativi che lasciano intuire verso dove si muove l’ufficio, soprattutto considerando gli incredibili progressi della tecnologia combinata con la globalizzazione. Possiamo già vedere gli incontri e la collaborazione fisica sostituiti da teleconferenze. Con la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo, risparmiando tempo e denaro per non dover andare fisicamente a lavorare o visitare un cliente, le possibilità workplace futuro sono meravigliose e spaventose allo stesso tempo. Abbiamo bisogno di sottolineare la necessità di incontro e di scambio, anche la discussione impreviste e informale presso la macchina del caffè è un productive asset che deve essere rivalutato. I progettisti dovranno bilanciare il digitale e virtuale, con i benefici di esperienze fisiche e reali.
Che cosa è l’innovazione in un’era dove tutto si rinnova ad altissima velocità, non solo le tecnologie e gli oggetti, ma anche gli stili di vita e di lavoro?     
L’innovazione deve essere continua per definizione, altrimenti diventa ordinaria e poi antiquato. In un mondo in cui le tecnologie e il loro impatto sui nostri comportamenti stanno cambiando così rapidamente, anche noi dobbiamo innovare più velocemente; in parte dobbiamo reagire alla nuove tecnologie e ai nuovi comportamenti, ma soprattutto dobbiamo prevederli per progettare migliori scenari di vita dovuti a tali previsioni.
Che cosa significa fare innovazione nel settore del design?
Scienziati, tecnici e ingegneri creano fantastiche innovazioni tecnologiche, sebbene molte siano dalla parte del progresso tecnologico e molte siano troppo astratte o senza un’applicazione chiara.
Il designer può davvero concentrarsi sulla necessità dell’utente durante e creare innovazioni significative per le persone. Siamo in grado di applicare la tecnologia a un problema per trovare una soluzione adeguata e nuova. Siamo in grado di creare prodotti che migliorino la vita delle persone, che creino un legame emotivo con chi li usa. Un progettista può utilizzare l’innovazione per rendere diverso un prodotto, per creare profitto per l’azienda ed elevare il marchio, ma anche per dare un significato ai prodotti, per renderli responsabili, capaci di fare qualcosa di più che inquinare o riempire gli scaffali dei negozi, solo per il desiderio di fare un prodotto in più.
Testo a cura di Renata Sias


Didascalie
1, Lampada Onda, prodotta da Luxit, design by Isao Hosoe e Peter Solomon.
2, Cuffie HeadFoams, prodotte da Marblue, design by Peter Solomon e Marble Design Department.
3, Chitarra The Handle, prodotta da XOX Audio Tools, design by Peter Solomon.
4, Sistema espositivo SEV, prodotto da Nova System, design by Peter Solomon e Alessio Pozzoli.


5, Penna Sleeq Stylus, prodotta da Marblue, design by Peter Solomon.
6, Carrozzella elettrica Elegant Electric Wheelchair, prodotta da Y&L, design by Peter Solomon.
7, Gratta-schiena And I’ll scratch Yours, prodotto da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
8, Lampada Laser Tulip Laser Light Bulb, prodotta da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
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USM: Rethink the Modular (Via S. Gregorio 29).

Come ripensare il concetto di modularità?
All’interno dell’iniziativa project50, USM  presenta al Salone dei Tessuti i lavori di un selezionato gruppo di professori e studenti di sette importanti Istituti di Design, riuniti per re-immaginare il concetto di “modularità”. I nuovi prodotti USM saranno esposti al Salone Ufficio (Pad 22 stand E20) e al Salone del Mobile (Pad 20, stand F14).


Mentre Rethink the Modular è l’evento dedicato alla ricerca, al Salone Ufficio Workplace 3.0, USM esporrà la propria reinterpretazione di Modularità: nuovi prodotti innovativi, basati sui valori che da 50 anni caratterizzano l’azienda svizzera, concepiti per rispondere alle esigenze e ai requisiti degli odierni ambienti di lavoro multi-generazionali e flessibili. Tra questi i pannelli Privacy e la nuova linea di tavoli USM Kitos.
Titolo evento: Rethink the Modular
Quando: 14/19 aprile, ore 10/20; opening 14 aprile ore 18 (su invito).
Dove: Salone dei Tessuti Via San Gregorio 29, Milano.
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