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Global Change: biofilia per pavimenti performanti.

Ideata da Kari Pei, Lead Product Designer di Interface, la nuova collezione di pavimentazione tessile Global Change, lanciata al Neocon, applica i concetti del design biofilico e riflette la necessità umana di cercare la natura anche negli spazi indoor. I raffinati decori che interpretano in modo artistico il fogliame, le texture naturali, le ombre create da alberi e foglie rendono più accoglienti e naturali anche i workplace.

La biofilia è un trend in forte crescita nel modo dell’interior design e dell’architettura anche se non possiamo dire che la “tendenza innata a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali” sia una novità. Questa ipotesi scientifica fu proposta da Edward O. Wilson nel 1984 e da allora le sue applicazioni sono state molte. Interface è stata tra le prime aziende a intercettare questo approccio e da diversi anni applica i concetti del design biofilico nelle sue collezioni di pavimentazioni tessili.
L’ultima nata, Global Change è stata lanciata al Neocon di Chicago e fonde l’ispirazione alla natura con le alte competenze nel settore dei sistemi di pavimentazione modulari che sono prerogativa di Interface.
La collezione evoca il fogliame attraverso l’interpretazione artistica dei modelli di ombreggiatura di alberi e foglie. Gli elementi e i riferimenti biofilici si riflettono anche in modelli casuali e transizioni fluide ispirate a texture trovate in natura.
Decori che fino a poco tempo fa avremmo considerato adatti solo per il settore residenziale o alberghiero oggi sono perfetti anche per un workplace sempre più informale, domestico e fluido.

Global Change è composta da sette stili di decoro disponibili in sei palette di colori organici.
Progression 1,2 3 sono le tre tipologie di doghe fondamentali: tre texture con tre diversi livelli di prezzo.
Glazing e Shading traggono ispirazione dai pergolati, con le forme del fogliame abbinate alle linee della trama:
Ground e Raku evocano l’aspetto cracking della terra secca e possono essere installati secondo ogni direzione.
Sono disponibili in formati da 50 cm x 50 cm e 25 cm x 100 cm .
Per questi sette decori, il team di progettazione Interface ha ideato una gamma di colori che prendono spunto dalla terra e dai minerali (Eclipse, Evening Creep, Ombra del deserto, Fawn, Daylight e Morning Mist).
Global Change guida l’utente in un viaggio dalla foresta alla costa, offrendo un’estetica di qualità, ma anche la versatilità e la funzionalità delle pavimentazioni modulari. -ha affermato Kari Pei- Ogni prodotto della collezione è stato progettato per armonizzarsi con gli altri e la collezione ha la capacità unica di adattarsi poiché il design e i gusti evolvono costantemente”.
Global Change è in linea con gli impegni di sostenibilità di Interface: ha l’impatto di CO2 più basso di qualsiasi altra collezione, utilizza contenuti riciclati e la sua leggerezza riduce l’impronta ecologica della spedizione e del trasporto di prodotti.

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Cino Zucchi: studi aperti e nuovi modi di lavorare.

L’architetto Cino Zucchi ci accompagna nel luminoso spazio – ex laboratorio di un orafo- di via Revere a Milano in occasione di Open! Studi Aperti , iniziativa del Consiglio Nazionale degli Architetti. Scopriamo così che anche gli architetti adottano il desk sharing e il #lavoroagile.

Visitare questo spazio di lavoro creativo è un modo per conoscere un po’ meglio Cino Zucchi. Un’occasione per apprezzare, ancora una volta, la sua affascinante saggezza e le sue puntuali citazioni.
Il maestro, che ha curato tra l’altro il Padiglione Italia alla Biennale Architettura di Venezia del 2014 e la mostra Sempering per la XXI Triennale di Milano, è autore di alcuni tra i più innovativi progetti di edifici per il terziario e headquarters, tra i quali spiccano l’iconica sede di Salewa, il dinamico magazzino automatizzato di Pedrali e la recente sede di Lavazza, oltre 18.000 mq di intervento di riqualificazione dell’area ex centrale Enel a Torino.

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Trame classiche a pavimento.

World Woven di Interface è la nuova collezione di pavimentazioni tessili che si ispira alle texture classiche note in tutto il mondo. Il designer David Oakey ha saputo attualizzare con grande sensibilità le resistenti e antiche trame dei tweed e delle tessiture su misura che hanno caratterizzato la sua infanzia nel Regno Unito.

World Woven di Interface ha il fascino dell’imperfezione e del “fatto a mano”; il calore, l’irregolarità del disegno e le complesse nuance cromatiche sono i segni distintivi di questa collezione che riflette perfettamente il trend residenziale che con sempre maggiore evidenza si sta diffondendo negli ambienti di lavoro.
“La bellezza della tessitura a mano risiede nella sua vicinanza con la natura, assente invece nell’uniformità sintetica della lavorazione industriale. In un tweed scozzese tradizionale, per esempio, il verde è fatto con un mélange che va da 10 fino a 15 colori con nuance cromatiche a immagine della natura.
Altrettanto ricchi di sfumature sono altri tessuti artigianali, come quelli a tessitura libera, conosciuti come Saori. Questi prodotti si prestano a molteplici possibilità: un semplice fondo neutro oppure una composizione di molteplici textures per creare diversità di movimento come nella natura” spiega David Oakey.

La collezione World Woven comprende sei formati in doghe (25×100 cm) e tre formati di quadrotte (50×50 cm), ciascuna declinata in otto colori.
I tre prodotti in quadrotte 50 x 50 cm sono Collings Cottage e Scottish Sett -che fanno rivivere il pied-de-poule e il tartan– e Mod Café che richiama i motivi a fantasia degli anni ‘50. Questi disegni possono combinarsi alle trame delle doghe oppure essere utilizzati come tappeto indipendente.

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Palette di colori neutri e motivi su piccola scala si affiancano a texture con contrasto più definito. I filati tessuti a coste creano un motivo più morbido un effetto lanuginoso che ricorda il lavoro a maglia, altri più uniformi e armoniosi, l’ordito in un telaio.
Nell’ambito del proprio programma Mission Zero e fedele al suo impegno pionieristico nella sostenibilità, Interface ha creato queste collezioni con un contenuto di filato riciclato pari al 100%, in stabilimenti di produzione che utilizzando oltre 90% di energia rinnovabile.

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AkzoNobel ColourFutures 2017.

La versatilità nella normalità: AzkoNobel ha presentato la palette Denim Drift come ColourFutures 2017. “Una palette di colori complementari che raccontano la storia della nostra vita in una nuova luce, con tonalità più chiare e più scure, in grado di cambiare il mood di una stanza. Un colore che rappresenta i tempi in cui stiamo vivendo”, ha commentato Heleen Van Gent, responsabile del Global Aesthetics Center di AzkoNobel.

“Noi crediamo nel potere “trasformativo” del colore. Il 40% dei consumatori manca di confidenza quando si tratta di decorare un ambiente ed è alla ricerca di ispirazione. Ecco perché ci focalizziamo nel guidare l’innovazione, nell’aiutarli a scegliere il giusto colore e prodotto”. 
Le parole di David Menko, Maketing Director of AzkoNobel, rimarcano l’importanza della scelta del Color of the Year AzkoNobel come un momento non solo esplorativo e di previsione delle nuove tendenze nel campo del design, ma anche una riflessione sul contemporaneo ruolo critico del design, come forma intermedia tra arte e produzione industriale chiamata ad intercettare e a interpretare le tendenze del periodo storico e sociale.
Se gli ultimi due anni il colore dell’anno era stato ispirato a due elementi metallici alla ricerca di un atteggiamento caldo, nella concretezza del rame (2015) e nella preziosità e nella capacità di unire passato e presente dell’oro (2016), quest’anno il ritorno ad una tonalità fredda e maggiormente rilassante sembra la ricerca di un momento di respiro in un periodo caotico e di incertezza. 

Sfumature, che richiamando il senso di concretezza del rame, costituiscono, in un certo senso, un invito a tralasciare gli estremi, la scoperta della libertà di poter scegliere e giocare nella “normalità”. Inoltre, come gli elementi che fanno tendenza e hanno successo oggi sembrano venire, in tutti i campi, dal “basso”, così le sfumature variabili del Color of the Year 2017 si richiamano ad un capo di abbigliamento, come il jeans, che da vestito da lavoro si è trasformato negli anni in un pantalone perfetto per ogni occasione, elegante, ma anche casual a seconda di come è accompagnato e indossato.
“Il colore può avere un grande effetto di trasformazione ed edificante sulle persone e i posti dove queste spendono il loro tempo”, ha concluso Heleen Van Gent.
Acqua sul fuoco, omaggio al duro lavoro, normalità capace di reinventarsi, spensieratezza e tranquillità di un cielo limpido, capacità di trasformarsi a secondo delle situazioni: Denim Drift rappresenta sicuramente una palette che conferisce al Color of the Year 2017 una sfumatura di messaggi e significati.
Testo di Gabriele Masi.

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Office Design Ibrido: liberarsi dalla iperspecializzazione.

La tavola rotonda Office Design Ibrido, organizzata da WOW! in collaborazione con Dieffebi nel palinsesto di #DesignCityMilano e dell’inaugurazione dello showroom di Milano, ha aperto nuove prospettive su quella che è ormai la realtà di un momento in cui l’ufficio e il concetto stesso di lavoro si stanno reinventando: tutto diventa ibrido, dagli spazi agli oggetti connessi ai materiali fino agli arredi, dove sedute e cassettiere, armadi e pannelli fonoassorbenti si fondono e integrano funzioni diverse.

L’ibrido è la zona grigia del design, ma il grigio non è qualcosa di negativo, come a volte si tende a pensare. È l’unione dei tre colori primari”. Le parole con cui Giulio Iacchetti, da sempre sostenitore dell’ibridazione nel design,  ha accompagnato la presentazione dello Smart Writing Desk di Moleskine, da lui disegnato, testimoniano l’estrema fertilità e positività dell’ibridazione, tendenza e fenomeno che sta accompagnando ormai da anni il design di spazi, oggetti e materiali,perchè ogni categoria di prodotto deve uscire dall’iperspecializzazione per soddisfare le esigenze di persone che sono sempre meno iperspecialzzate.

Una ricerca continua che gioca a cavallo della rivoluzione digitale, divertendosi a modificare strumenti di lavoro tradizionali e reinventandoli in un design tecnologico, capace di riscoprire le potenzialità degli oggetti stessi.
È il caso di
Paper Tablet, l’agenda progettata dallo stesso Iacchetti ispirata al design di smartphone e tablet, della penna di cui anche un’azienda comeMicrosoft ha riscoperto l’importanza, o del Notecook di e-wenco e del suo innovativo allulliminio nanostrutturato capace di trasformarsi in una piastra di cottura portatile, spunto per nuovi esperimenti di design.

È infatti la tecnologia la guida di questo movimento verso l’ibrido: “Gli strumenti tecnologici cambiano in maniera profonda il modo di lavorare, e il modo di lavorare è il modo di interagire delle persone e dell’azienda coi suoi clienti e partner, ed è il modo di progettare, trasformare e produrre i propri prodotti”, ha spiegato nel suo intervento Claudia Bonatti, direttrice della divisione Office Microsoft.

Come muoversi, allora, in un mondo ibrido?
Alberto De Zan, padrone di casa, ha raccontato i 40 anni di un’azienda come Dieffebi, capace di seguire il cambiamento e soddisfare le nuove esigenze di ibridazione dell’arredo, cercando quei“valori aggiunti” in grado di soddisfare l’utenza e alzare la qualità. Una tendenza rispettata dai nuovi prodotti pensati per risolvere i problemi dei nuovi spazi di lavoro: ad esempio la seduta-cassettiera CBox, pensata per permettere all’utente di avere sempre a portata di mano la cassettiera,
gli armadi che diventano elementi fonoassorbenti –come Primo 1000 acoustic- oppure si trasformano in locker, “unico bene rifugio” nei nuovi spazi di lavoro nomadi, come quelli progettati da Cesare Chichi di 967, che nel suo intervento ha tracciato uno scenario delle tendenze ibride in atto “dalla carta al digitale e ritorno”, dall’home office all’home “in” office, fino alle ibridazioni tra scrivania e spazi urbani.
Testo di Gabriele Masi.

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Critical Design nell’epoca dell’IoT.

Apertura, dimensione visionaria, trans e multidisciplinarietà: la fusione tra nuove tecnologie e design e la necessità di considerare il prodotto come sistema dai molteplici aspetti richiede un ritorno ad un approccio di critical design. Un approccio, già insito nel design italiano, che si basa sull’integrazione di giudizi e diverse personalità per riuscire ad anticipare il futuro.

“Ascoltiamo i nostri clienti, ma dobbiamo assumerci noi la responsabilità di pensare all’innovazione. Come disse già Ford: “se avessi ascoltato i miei clienti, avrei dato loro un cavallo più veloce”. Noi abbiamo la responsabilità di sognare e pensare in maniera alternativa”. Antonio Boso, Head of Product Innovation di Samsung Italia, ha aperto così il suo intervento al Critical design: trasformare il pensiero innovativo, tavola rotonda organizzata da Arper.
Se come ha fatto notare l’arch. Marco Piva il progetto al giorno d’oggi ha assunto sempre più la dimensione del dialogo e del laboratorio, la domanda a cui dover dare una risposta è dove si deve orientare questa ricerca, soprattutto in un momento in cui le nuove potenzialità dell’IoT richiedono l’integrazione della tecnologia negli oggetti di design.

“Il design non è più intrappolato nella dimensione estetica, ma si sposta sul modello di business”, ha spiegato il prof. Francesco Zurlo, coordinatore del corso di Design del prodotto del Politecnico di Milano. “I circuiti accademici stanno diventando oggi degli osservatori sempre più importanti di come si fa impresa al giorno d’oggi. Oggi faccio un oggetto ad esempio una lampada, ma che non si limita ad essere solo una lampada, ma è anche un oggetto fonoassorbente, un oggetto tecnologico, o qualcosa d’altro. Dobbiamo cambiare una realtà che non è abituata alla transdisciplinarietà, ad un cross-thinking che è, però, la sfida di oggi”.
“Nel progetto man mano che si crea un prodotto c’è la tendenza di aumentarne le caratteristiche, aggiungendo un servizio: nello stesso contenitore così troviamo illuminazione, fonoassorbenza, interattività, diffusione acustica…” ha concluso Claudio Feltrin, presidente di Arper. “In questo quadro il design thinking italiano può diventare un punto di forza: intuitiva, artigianale, imprenditoriale, emozionale, poliglotta e multidisciplinare, la dimensione critica nasce dall’osservare e dal prevedere il futuro dal captare, interpretare e tradurre i segnali anche deboli che vengono dalla realtà.”
Testo di Gabriele Masi.
Foto di Luca Laversa.

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Moss: materiale vegetale ad alto potere comunicativo.

Possiamo facilmente immaginare i vantaggi di un materiale vegetale che può vivere senza manutenzione anche in condizioni estreme, senza acqua, né luce. Questa è la primaria, ma non unica qualità di Moss che, utilizzato in modo creativo, diventa anche un originale strumento di comunicazione e segnaletica per interni. HW Style propone in superpromozione i pannelli su base in feltro fino alla fine di luglio.

Ha del miracoloso questo materiale naturale che offre molto, ma richiede così poche attenzioni dall’uomo. Moss (distribuito in Italia da HW Style) un prodotto naturale adatto per interni, assolutamente atossico e inodore, che contribuisce al corretto controllo dell’umidità degli ambienti e al comfort acustico poiché ha una spiccata funzione fonoassorbente.

E’ montato su pannelli di feltro (60×40 e 100x 60 cm) in modo da potere essere facilmente installato su qualsiasi superficie e dura almeno 10 anni, senza necessità di essere bagnato o curato.
Si può appendere come un quadro o si possono ricoprire intere pareti; grazie ai diversi colori disponibili diventa anche uno strumento per la comunicazione, si possono infatti creare disegni, scritte, logo, grafiche e tutto quello che la creatività suggerisce.

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E’ facile da ritagliare, spostare e applicare; in base ai diversi utilizzi si fissa tramite nastro adesivo con lato velcro, colla da parati oppure si applica su pannelli in legno.
(HW Style: tel. 035.487941 – Numero verde 800064625)

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Indagare il #Caos al FuoriSalone 2016.

Un’epoca dove “il progetto ha perduto il progetto di se stesso” e il caos diventa una chiave di lettura del mondo contemporaneo. Da questa osservazione gli studenti della Scuola del Design del PoliMi hanno dato vita durante la Milano Design Week alla mostra Caos, a Palazzo Litta: 14 modelli in scala, scenografie evocative che riproducono oggetti che ci circondano e ci avvolgono.

E’ il Caos la legge che governa l’Universo. Un caos creativo, una forza positiva che scatena la creatività. Gli studenti sono stati chiamati a riflettere sugli spazi abitativi dell’uomo contemporaneo, luoghi solo parzialmente organizzati secondo le tradizionali funzioni domestiche, che ospitano attività non previste, costituite dal lavoro creativo, dalla musica, dalla moda e dalle relazioni umane. Dai progetti emerge una visione liberatoria a confermare che, in un’era che non è più governata dalle regole, il caos non deve essere visto come un disastro causato dalla mancanza di ordine, ma come una presenza positiva. Gli elaborati sono stati creati nel Laboratorio di Design degli Interni del primo anno della Laurea Magistrale della Scuola del Design al Politecnico di Milano, sotto la guida dei docenti Andrea Branzi, Michele De Lucchi e Francesca Balena Arista (supervisori: Marco De Santi, Paola Silva Coronel e Chiara Fauda Piche). Dopo L’Estetica della Miseria dell’anno scorso, Caos, è stata una delle più interessanti riflessioni durante il FuoriSalone 2016.
Testo di Gabriele Masi.

Didascalie:
1. Assillo, di Alice Borroni, Martina Cornaggia, Minghong Ou, Eleonora Trombi.
Per dominare il caos abbiamo bisogno di nuove e diverse visioni sul mondo. L’allegoria della finestra è quella di un nuovo sguardo sul mondo, capace di fermare le immagine e farle sue.
2. Di sola apparenza, di Olivia Mastrapasqua, Chiara Molene, Carlotta Montagna, Elena Sofia Nascimbeni.
In una realtà di incertezze, gli uomini cercano di badare a questo disordine prediligendo l’ordine cromatico  ed estetico all’ordine logico. Questa scelta irrazionale, però, non porta ad un vero e proprio ordine: la collezione di carta, però, è ancora pervasa dal caos, ed è quasi impossibile ritrovare un documento in particolare.
3. Animi Quaestio, di Fabiana Rodenas, Marina Spini, Giovanni Taglialatela, Valentina Teruzzi.
Il progetto rappresenta il caos generato dai conflitti religiosi.I libri rappresentano la cultura personale e religiosa, da cui si possono effettuare due scelte: razionale oppure irrazionale, dettata da un’interpretazione errata inconscia della cultura. Dalla zona centrale, lo studio, si può salire in soffitta verso la razionalità o in scendere in cantina dove la violenza delle armi ribalta l’ordine culturale.
4. Elogio alla follia, di Flavia De Meo, Ambra Seliziato, Serena Caponetti, Matteo Bracelli.
Un atelier caotico dove l’artista accumula montagne di packaging e una installazione grafica in continuo divenire. L’immagine di un collezionista folle che in un accumulo esasperato esprime la follia del consumismo e l’estetica del caos.

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#21triennale: sconfinamenti tra Architettura e Arte.

La Biennale di Venezia ci ha già fatto assaporare diversi validi esempi di ibridazione tra Architettura e Arte, tuttavia la mostra “Architecture as Art” della XXI Triennale di Milano riesce a sorprenderci e coinvolgerci con gli “sconfinamenti” di 14 progettisti-artisti, complice una location fantastica: lo Shed del Pirelli HangarBicocca.

L’idea di Pierluigi Nicolin, per questa mostra curata da Nina Bassoli, è indurre i visitatori a guardare il progetto architettonico da un diverso punto di vista.
I 14 studi di architettura sono stati invitati a progettare il corrispettivo architettonico di 14 diversi temi scelti dai curatori tra quelli focale dell’architettura del 21°secolo.
Anziché presentare disegni, testi tecnici e maquette, come normalmente avviene nelle mostre di architettura, vengono esposti campioni di architettura in scala 1:1.
Architetture “live” da toccare e fruire.A partire dalla prima opera “sonora” dal titolo simbolico Entrance di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo: canne di metallo che, attraversate dai visitatori emettono un suono musicale, ma assordante.

Il percorso è libero, senza ordine né centro e senza gerarchie. Può partire dall’esterno che ospita Garden Ground, il percorso verde di Michel Desvigne con 300 alberi collegati tra loro; l’opera metallica Roof di nArchitects e l’allestimento Sustainability di Sudio Albori realizzato con materiali di recupero che alla fine della XXI Triennale diventerà una scuola di italiano per bambini rifugiati.

Quasi tutte le architetture all’interno dello shed invitano all’interazione, in particolare Sidewalk di El Equipo de Mazzanti e Home di Atelier Bow-Wow.
Alcune esplorano i temi chiave che più volte abbiamo visto al centro del nuovo workplace: Meeting di Carrilho da Graça arquitectos e Sharing di Rural Studio.
Didascalie (da sinistra):

Studio Albori (Sustainability)
Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (Entrance)
Studio Mumbai (Portico)
Rural Studio (Sharing)

Carrilho da Graça (Meeting)
Josep Llinás Carmona (Pavilion)
Rural Studio (Shelter)
El Equipo de Mazzanti (Sidewalk)

Amateur Architecture Studio (Bricolage)
nArchitects (Roof)
Catherine Mosbach (INside Outside)
Atelier Bow-Wow (Home)
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No Foto:
Lacaton & Vassal (Rehabilitation)
Michel Desvigne Paysagiste (Garden Ground)

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Un omaggio a Isao Hosoe, il Trickster e Maestro del Design.

Il 3 ottobre Isao Hosoe ci ha lasciati. Da Tokyo, dopo la laurea in ingegneria con una tesi su un aereo a propulsione umana, negli anni ’60 si era trasferito a Milano, patria del Design, dove aveva scelto di vivere, lavorare e formare la sua famiglia; dove aveva collaborato con Gio Ponti e Alberto Rosselli prima di fondare il suo studio.
Il mondo del design milanese gli ha reso omaggio con una toccante cerimonia funebre che si è tenuta nel salone d’onore della Triennale. Io voglio rendergli onore con una selezione tra i suoi pezzi che preferisco e con un testo che racconta il nostro primo incontro, scritto due anni fa, che doveva contribuire alla stesura di una sua monografia.
Un grande Maestro dell’Industrial design che -innovativo come sempre- aveva qualche anno fa aperto il suo interesse al Design d’Impresa, con il progetto Play Factory per Loccioni ed era riuscito ancora una volta a stupirci.

Isao, il Trickster del design. Isao, il mio Maestro.

All’inizio degli anni’80, neolaureata e giovane redattrice della rivista Ufficiostile, curavo una rubrica di interviste con i più noti designer. Fu così che conobbi Isao nel suo primo studio in via Burigozzo. L’intervista durò molto più del consueto. Mi resi subito conto che avevo di fronte un personaggio fuori dagli schemi e le domande canoniche adottate per la rubrica non potevano essere adatte a rappresentarlo. Più filosofo che ingegnere, il grande affabulatore mi incantò; mi lasciai condurre dal flusso lento, costante delle sue parole, dalla sua imprevedibile cultura, dalla sua acuta ironia, dalla esotica cadenza giapponese, dalla gestualità rituale e soprattutto dalla visione di inarrestabile ricerca dell’imprevedibile e dell’inedito che traspariva da ogni sua parola, prima ancora che dai suoi progetti. Avevo conosciuto un Trickster, avevo conosciuto il mio Maestro.
In verità la definizione Trickster (nell’accezione di catalizzatore dinamico all’interno del binomio centro-periferia) fu scelta da Isao stesso alcuni anni più tardi, in occasione della mostra e del libro “Incontri di Lavoro. Domesticità in Ufficio.” di Domus Academy ai quali ho avuto il piacere di collaborare.
Perché quel primo incontro con Isao non si esaurì con la pubblicazione dell’intervista, ma si sviluppò in una grande amicizia e in un rapporto professionale che ha profondamente segnato la mia vita, il mio approccio al progetto, la mia visione di industrial design e in particolare la mia concezione di workplace.

Entrai a far parte del team di Isao Hosoe Design, nella sede di via Voghera, conobbi il suo fantastico staff, partecipai a diversi progetti, condividendo momenti di entusiasmante coinvolgimento. Con Ann Marinelli scrivemmo un altro libro “PlayOffice” per Itoki che ci portò in Giappone per un giro di conferenze.
Eravamo consapevoli di essere portatori di una nuova cultura dell’ufficio, di una nuova accezione di ambiente di lavoro – oggi si direbbe “trasversale”- cui Isao ha dato un profondo e radicale contributo fin dai tempi della sua formazione (con Alberto Rosselli disegnò il primo sistema di arredi per ufficio a cluster).
Sapeva tradurre in oggetti e arredi inediti le sue intuizioni dopo averle arricchite con ricerche di antropologia e di economia. Sapeva raccogliere idee e concetti e portarli in un prodotto, utilizzando quello stesso metodo di “abduzione” che era stato alla base dei suoi primi progetti, come la lampada Hebi concepita raccogliendo e assemblando un pezzo di tubo flessibile e altre parti di lampade trovati per terra in fabbrica. Credo che sia uno dei lavori che meglio lo rappresentano; in nuce, già all’inizio degli anni’70, compaiono temi che torneranno in molti altri suoi progetti: il ready-made la flessibilità, l’ergonomia, il gioco.

Qualche anno dopo portò l’idea di “ludico” anche nell’ambiente di lavoro: le ruote e piani movibili come giocattoli perché intuì che nessuno sarebbe più stato relegato nella fissità di una scrivania e che le persone avevano bisogno e diritto di stare bene e divertirsi, non solo nel tempo libero. Caratterizzò i suoi arredi con segni morbidi e sensuali che l’ufficio “dell’era industriale” aveva sempre bandito. Insieme all’erotismo, esplicitò e tradusse concretamente nei suoi progetti altre parole chiave che non erano mai state prese in considerazione nell’ambito del lavoro: amenità, gioco, teatralità, incontro, status, territorialità. Nel 1984 esultò quando lesse su The Harvard Business Review il lungimirante articolo “Your office is where you are” di Stone e Lucchetti e fu certo che quello sarebbe stato il futuro dell’ufficio.

A 30 anni di distanza siamo certi che l’incontro è il vero significato dell’ufficio, che l’esigenza di territorialità va rispettata; ci siamo abituati a uffici con accoglienti lounge area, pareti verdi e biliardini. Le parole condivisione e wellness sono venute di moda un paio di decenni dopo, ma posso dichiarare con certezza che i concetti che oggi ci sembrano innovativi erano già stati esplorati da Isao, il Trickster. Da Isao, il mio Maestro.
Testo di Renata Sias (Milano 18 ottobre 201
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Concept store Mondadori: colori italiani nel retail.

Il concept store Mondadori progettato da Migliore + Servetto Architects porta i colori dell’Italia nel retail e traduce il concetto originario di “Mondadori per voi” in una nuova dimensione che porta il visitatore al centro dell’‘esperienza Mondadori’. Un luogo ospitale per stare e ritornare, ad ‘alta densità di prodotto’, dove orientarsi facilmente e poter interagire con ritmi e modalità diversi a seconda delle esigenze.

L’ampia scala centrale, cuore del negozio, crea una legatura verticale tra i i tre diversi livelli e accompagna il visitatore in un vero e proprio viaggio di scoperta, tra contemporaneità e tradizione, dalle citazioni delle tappe storiche più significative di Mondadori fino all’immersione nel mondo dell’editoria più avanzata. Il rosso Mondadori, che segna la scala e tutta la comunicazione grafica, incontra il verde e il bianco dei metalli che disegnano gli espositori inclinati, in appoggio alle pareti.
Elementi flessibili di allestimento, caratterizzati dalla leggera trasparenza delle lamiere forate e da un sistema articolato di grafica segnaletica, si offrono a supporto dei percorsi di ricerca ed esplorazione, mentre sullo sfondo scorre il racconto per segni e immagini della storia e della tradizione Mondadori.

Il progetto della luce, integrato e sotteso ai diversi elementi espositivi, si traduce poi a soffitto in grandi piani di luce che identificano le diverse aree. All’interno di ring metallici bianchi, la luce si espande lungo un tessuto tecnico dalla trama fortemente materica, in cui campeggia il logo Mondadori.
In un osmotico rapporto tra interno ed esterno, l’affaccio del piano +1 è sottolineato da un lungo elemento di appoggio in legno, che diventa non solo panca ma anche spazio espositivo, disegnando un accogliente luogo di incontro tra persone e libri.
Una calda tonalità greje, infine, avvolge le pareti, il soffitto e il pavimento, creando una scenografia unica che pone in risalto i veri protagonisti della scena: i libri, che dalle ampie scaffalature si offrono al visitatore per essere toccati, aperti e sfogliati.
Foto di Andrea Martiradonna.M+S-Architects_photo-by-Andrea-Martiradonna_staircase to level -1-wow-webmagzine

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E’ tutto arte quel che luccica: Fondazione Prada a Milano.

Una ex distilleria in una zona industriale di Milano, grazie progetto di OMA, diventa un affascinate polo internazionale per gli amanti dell’arte e dell’architettura.
Aperta da solo un mese, la sede milanese della Fondazione Prada è già una tra le mete culturali imperdibili della città. Occupa la suggestiva area dove sorgeva una distilleria risalente agli anni dieci del ‘900 che il progetto di OMA ha trasformato in un luogo magico: un polo dal respiro internazionale (spazi espositivi, cinema, laboratori, biblioteca, bar) dove dialogano la dimensione della conservazione e quella della nuova architettura. Un luogo di incontro di ricerca e di condivisione dell’arte che contribuisce ad accelerare la riqualificazione di una ex zona industriale e degradata.

Il tocco magistrale di OMA (diretto da Rem Koolhaas) ha regalato un’identità e un’aura sorprendenti al grande complesso lungo la ferrovia di circa 19.000 mq che ospitava la Società Italiana Spiriti.
L’abile intervento di conservazione del sito e dei sette edifici preesistenti (magazzini, laboratori, depositi e silos) dialoga con le tre nuove strutture (uno spazio espositivo per mostre temporanee, un ambiente multifunzionale con sala cinematografica e una torre ancora in fase di costruzione).

Geniale l’idea di affidare a un regista cinematografico -Wes Anderson- l’interior design del bar e a un artista –Andreas Slominski– la connotazione della Biblioteca.
Gli ampi percorsi, pavimentati di pietra o legno (traversine delle rotaie sezionate), si aprono sui vecchi edifici dalle facciate grezze, capriate e pilastri a vista che hanno mantenuto la loro identità industriale – la Cisterna, il Deposito e la galleria nord che ospitava gli uffici della distilleria-,  oppure sui nuovi volumi minimali del cinema completamente specchiante o del Podium dalle facciate vetrate.
Su tutto il complesso spicca l’ironica Casa degli Spiriti (Haunted House) un edificio di quattro piani vistosamente rivestito con uno strato di foglia d’oro.

OMA ha curato anche l’allestimento della mostra “Serial Classic” (nel Podium) che analizza il tema della serialità nell’arte classica ed è l’ideale fil rouge della mostra “Portable Classic” attualmente in corso nella sede di Venezia della Fondazione Prada.
La Casa degli Spiriti ospita un’installazione permanente di Robert Gober e due opere di Louise Bourgeois (). “An Introduction”, il percorso di oltre 70 opere che parte dagli anni ’60, occupa il deposito sud; “In Part”, mostra che esplora l’idea del frammento corporeo, occupa il corpo a nord. La Cisterna ospita Trittico, esposizione dinamica concepita dal Thought Council.

Il Cinema
Il cinema è un parallelepipedo specchiante, nel foyer trova una nuova collocazione l’opera in ceramica policroma di Lucio Fontana realizzata nel 1948 per il Cinema Arlecchino di Milano; lo spazio polifunzionale del cinema ospita attualmente il progetto dal titolo “Roman Polanski:my Inspirations”.
Biblioteca / Accademia dei Bambini
L’edificio che unisce l’Accademia dei Bambini e la Biblioteca è un contenitore adatto allo svolgersi di attività multidisciplinari aperto al dialogo intergenerazionale, l’allestimento architettonico è stato affidato a un gruppo di giovani studenti dell’école Nationale de Architecture de Versailles guidati dali loro insegnanti Cèdric Libert e Elias Guenoun.
L’artista Andreas Slominski ha connotato la Biblioteca, ancora in fase di allestimento, con un installazione che include 16 quadri e due sculture: Himmel, una capriata capovolta e Erde, un box wc da cantiere capovolto e sospeso.

Il Bar Luce
Entrare nel bar dà l’impressione di trovarsi realmente nella scenografia di un film di Wes Anderson, l’ambiente ricrea l’atmosfera di un tipico caffè della vecchia Milano. Mantiene le strutture in acciaio a vista applicate alle pareti e riproduce sul soffitto la copertura in vetro della Galleria Vittorio Emanuele. Gli arredi, le sedute, i mobili di formica, il pavimento, i pannelli di legno impiallacciato che rivestono le pareti e la gamma cromatica ricordano la cultura popolare e l’estetica dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, a cui Anderson si è già ispirato per alcuni suoi film.
Sebbene i film del cineasta americano siano spesso composti da un susseguirsi di “quadri” simmetrici, per Anderson: “non c’è una prospettiva ideale per questo spazio. Dal momento che è stato pensato per essere ‘vissuto’, dovrebbe avere molti posti comodi dove sedersi per conversare, leggere, mangiare, bere… Credo che sarebbe un ottimo set, ma anche un bellissimo posto per scrivere un film. Ho cercato di dare forma a un luogo in cui mi piacerebbe trascorrere i miei pomeriggi ‘non cinematografici’”.
Un luogo perfetto e ricco di ispirazioni anche per lavorare in modalità smart, aggiungerei.
Testo di Renata Sias
Foto 1,2,3,4: Bas Princen 2015, Courtesy Fondazione Prada .
Foto 5/20: Gabriele Pagani, WOW! Webmagazine.
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De Rotterdam: trasformare un’attesa in incontro proficuo.

“E se la sala d’attesa potesse diventare meno noiosa ed essere un luogo per lavorare e incontrare nuove persone?”
Su questa intuizione lo Studio Makkink & Bey, in collaborazione con Group A e Roukens + Van Gils, ha disegnato l’interno di 33 piani del De Rotterdam, il famoso grattacielo di Wilhelmina Pier a Rotterdam: 44,000 mq di spazi comuni (aree meeting, reception), aree in-between e spazi per strutture terapeutiche o uffici postali.

De Rotterdam, originariamente concepito e progettato da OMA come una “città verticale”, sarà la nuova casa degli uffici comunali della città.
Ecco perché Makkink & Bey e gli altri studi che hanno collaborato al progetto hanno affrontato la questione dello sviluppo degli ambienti interni dell’edificio prendendo a prestito alcuni concetti dell’urbanistica. Gli uffici, indicati come “distretti” all’interno del contesto di una città, sono interconnessi da “incroci urbani”. Le aree comuni sono intese come “parchi” o “piazze”, posti di incontro informale dove le persone possono rilassarsi, incontrarsi e conoscersi.
Le aree disegnate dallo Studio Makkink & Bey sono pensate per una modalità dinamica di lavoro che richiede di “essere sempre occupati anche mentre si va da qualche parte”.
Un esempio significativo di questa idea si può ritrovare specialmente nelle lift lobbies di fronte agli ascensori, 3.500 mq totali, trasformate da luoghi di semplice attesa, in spazi che facilitano l’incontro, aggiungendo arredamenti “standing-sitting” e ambienti colorati.
Da noiosa e anonima perdita di tempo a un angolo ideale per rilassarsi e condurre una conversazione. Questo è il nuovo ways of working.
Testo di Gabriele Masi.
Foto di ScagliolaBrakkee
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Didascalie
1, Un esempio di ufficio di De Rotterdam
2, 3, Le lift lobbies
4, Centro città: Il “centro città”, l’area di benvenuto degli ufficili municipali, è posizionata al centro della struttura. Muovendo la reception dal piano terra in posizione centrale nell’edificio si è voluto creare una connessione maggiore con tutta la “città”.
Il centro è composto dal 22esimo piano a doppia altezza e dal 21esimo adibito come ristorante. Dei due spazi multi-funzionali quello più grande assomiglia a un “soggiorno”, dove si possano ricevere comodamente visitatori e ospiti, offrendo magari loro una tazzina di caffè al bar italiano. In questo spazio si possono organizzare meeting informali, piccoli workshop, o semplicemente fare colazione, pranzare, o godersi una pausa dal lavoro. Nell’area più piccola vicino al “soggiorno” è stato posizionato un centro informazioni sulla città, mentre una scala conduce a una libreria fornita con diverse collezioni di libri su Rotterdam.

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5, 6, 7 Il vicinato: i piani sopra e sotto il centro formano i distretti della città verticale, e sono stati pensati secondo il concetto di lavoro agile “New Ways of Work 010”. Ogni piano ha un grande salotto centrale, con tavolo adatto anche per conferenze e un angolo caffè: lo spazio ideale per incontrare “il vicinato”. Vicino ad ogni salotto centrale sono stati disposti armadietti e guardaroba, facili da trovare, ed ha intorno diversi spazi di lavoro, sale riunioni e stanze riservate.

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Favilla di Attilio Stocchi: una fiaba sulla luce.

Il Salone del Mobile 2015 si arricchisce di una installazione-evento di grande valore. Attilio Stocchi ha presentato “Favilla. Ogni luce è una voce”, un racconto, una ricerca sull’essenza della luce, un’esperienza immersiva che sarà possibile vivere liberamente dal 14 al 19 aprile. La luce non più solo come fonte di illuminazione delle cose, ma piuttosto come portatrice di una propria rivelazione. Una luce come persona, con i suoi stati d’animo, con la sua voce.

Ideata per celebrare il 2015, proclamato dall’UNESCO Anno Internazionale della Luce e delle tecnologie basate sulla Luce, in perfetta sinergia con Euroluce, Favilla si nasconde in una grande scatola nera all’interno della quale la luce si esalta come in un cristallo generando stupefacenti effetti. Una grande “black box”, in cui i visitatori potranno avvicinarsi alla sua natura intrinseca e fisica, che ogni volta nel percorso si manifesta in un particolare suono, nella scoperta di un mondo che genera meraviglia.
La struttura della rappresentazione Favilla ripercorre quella delle tragedie greche con un prologo, “Dixit Deus fiat lux et lux facta est”, quattro episodi, quattro stasimi e un epilogo. I quattro episodi che compongono la struttura centrale espongono le quattro caratteristiche di movimento della luce: propagazione rettilinea, diffrazione, riflessione e rifrazione, che ne svelano il suo essere contemporaneamente onda e corpuscolo. Ai quattro episodi, come stasimi/intermezzi, si affiancano “le declinazione vitali” di queste caratteristiche tecniche nel mondo naturale, come i raggi solari, la fotosintesi clorofilliana, l’arcobaleno.
Un grande ritorno quello di Attilio Stocchi, che ha già curato in passato per il Salone del Mobile due eventi di grande valore: cuorebosco nel 2011 e librocielo l’anno successivo.
Testo di Gabriele Masi.

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Riva 1920: 13 tavoli per il Refettorio Ambrosiano.

13 tavoli dautore disegnati da 13 grandi designer e ispirati al concetto di condivisione e sostenibilità, questo è il “regalo” di Riva 1920 per il nuovo Refettorio Ambrosiano di Milano, ex teatro in disuso che, grazie alla ristrutturazione di Caritas Ambrosiana, diventa un refettorio di design “in cui la bellezza dell’atto dellofferta di cibo e conforto si manifesti in unatmosfera valorizzata dal meglio della produzione di arte e di design italiani contemporanei”.

Il progetto del Refettorio Ambrosiano nasce dall’idea dello chef Massimo Bottura e di Davide Rampello, con il coinvolgimento della Curia Arcivescovile della Diocesi di Milano e della Caritas Ambrosiana.
Riva 1920 ha prodotto in 5 copie ciascuno dei tavoli d’autore. Su una copia di ogni tavolo, destinata al Refettorio, verranno serviti ai poveri piatti di elevata fattura, preparati dapprima da grandi chef e in seguito da cuochi e volontari appositamente formati, utilizzando le eccedenze di cibo provenienti da EXPO.
Le altre copie dei tavoli sono state messe in vendita come veri e propri pezzi unici non riproducibili per la raccolta fondi a favore del Refettorio.
Questi i designer che hanno preso parte al progetto: Mario Bellini, Pierluigi Cerri, Aldo Cibic, Antonio Citterio, Michele De Lucchi, Giulio Iacchetti, Piero Lissoni, Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Franco Origoni, Italo Rota, Patricia Urquiola, Terry Dwan.
Testo di Gabriele Masi.

Didascalie
Foto in apertura: Tavolo Canal di Patricia Urquiola.
1 Tavola Armonica, Mario Bellini. Tavolo rovere massello, top in rovere, sostegno in acero. Finiture olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
Ha le gambe ispirate ad un violoncello, simbolo di un elemento amplificatore in grado di far risuonare voci, esperienze e emozioni e come uno strumento musicale si fa mezzo per un linguaggio comune e ponte che unisce storie di vita distanti.
2 Otto, Pierluigi Cerri e Philippe Casens. Tavolo rovere massello.Top in rovere, sostegno in ferro colorato. Finiture top olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
“Il tavolo è un piccolo edificio, che spesso riassume la visione del mondo del suo autore; è il manifesto della sua architettura”, ha dichiarato Pierluigi Cerri, “Otto è un tavolo pensato con un grande risparmio di elementi espressivi e strutturali in nome
della sua destinazione d’uso: l’ospitalità”.
3 Aldo Cibic, Piedone. Tavolo rovere massello.
Gambe scavate in un blocco di massello. Finiture olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
“L’ambizione era di fare un tavolo che fosse sempre esistito, che non avesse virtuosismi
di design, ma che essendo sempre esistito potesse esistere ancora per sempre”, spiega il suo autore.
4 Convivium, Antonio Citterio. Tavolo rovere massello (briccole di Venezia). Vaschetta centrale in marmo di Carrara. Finiture olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
Ad incontrarsi, tra la superficie ruvida delle “bricole di Venezia” e quella liscia del marmo, non sono solo le persone e le loro storie, ma anche quelle dei materiali riutilizzati: materiali “veri”, che si consumano nel tempo e col tempo, e dove i ricordi si depositano quasi a narrare una storia.


5 ReBlocks, Terry Dwan. Tavolo rovere massello.Top prodotto con pezzi di legno
di scarto e assemblato con resina. Base in ferro, realizzata con scarti saldati
tra di loro. Finiture olii naturali. 80 x 250 x 90 cm.
Terry Dwan pone l’accento sul riciclo come base per il futuro. “Gli scarti non sono più scarti grazie all’intuizione di assemblare dei pezzi di legno per creare un oggetto unico. Oggi siamo tutti interconnessi, collegati e dipendenti l’uno dall’altro così come lo sono questi pezzi di legno”.
6 Greco, Piero Lissoni. Tavolo rovere massello. Finiture olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
“Per fare un tavolo ci si deve mettere l’anima, estetica e funzionale, e un poco di forma
e un briciolo di intelligenza nell’uso e quantità del materiale…”. La caratteristica principale di Greco è sicuramente la disposizione delle quattro gambe in modo asimmetrico, cosa che consente di revitalizzare gli angoli, amplificando il concetto di condivisione, riducendo il ruolo del capotavola.
7 Canal, Patricia Urquiola. Tavolo rovere massello.Top con piani apribili lateralmente e vasca centrale. Finiture olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
La caratteristica più interessante è sicuramente il canale centrale che funge da tasca contenitiva per riporre e preservare tutto quello che serve per consumare il pasto, e che si trasforma ai lati in maniglia per un facile trasporto.
8 Tino, Franco e Matteo Origoni. Tavolo rovere massello. Gambe massello tinto grigio. Finiture olii naturali. 75 x 250 x 80 cm.
Gli elementi che compongono Tino sono quelli da sempre utilizzati per la costruzione di un tavolo, ma hanno una collocazione diversa. Il traverso che vincola i due supporti della tavola è stato collocato nella parte superiore e fatto emergere sulla superficie del piano d’appoggio, dividendolo così in due in senso longitudinale per evidenziare i lati utilizzati dai commensali. Tino è un tavolo assemblabile e compost da 5 elementi chiaramente distinguibili.
Foto di Marco Scarpa.

 

ADI-Index-2014-Cover-wow-webmagazine

Arredi per ufficio e contract nell’ADI Index 2014.

Dopo qualche anno di assenza, finalmente anche prodotti per l’ufficio/contract sono selezionati nell’ADI Index 2014 per il prossimo Compasso d’Oro, segno che la ricerca e l’impegno per una vera innovazione vengono riconosciute e premiate. I prodotti selezionati in mostra a Milano e Roma.

Gli arredi per ufficio da questa edizione di ADI Index sono selezionati nella categoria “lavoro” anziché “abitare” ma il confine tra prodotti per l’ambiente domestico, ufficio e contract è sempre più labile. Tra i progetti selezionati spiccano i nomi di Caimi Brevetti, Ares Line, De Castelli, Unifor, Segis. E nell’illuminazione Karboxx, Artemide, Danese, Luceplan.
La selezione non è stata semplice perché le commissioni hanno esaminato 659 proposte, di cui 194 relative alla Targa Giovani (la sezione riservata ai progetti elaborati dagli studenti delle scuole di design italiane). Tra questi sono strati scelti 138 progetti e servizi (di cui 18 relativi alla Targa Giovani), suddivisi in 11 categorie tematiche.
Tra le categorie della selezione alcune quest’anno sono state modificate rispetto alle edizioni precedenti, per rispondere meglio alla nuova fisionomia del design italiano: nuove sono la categoria del Design per la mobilità e quella del Design per la comunicazione (che dedicano attenzione specifica a settori prima compresi in altre categorie), mentre anche la centrale categoria del Design per l’abitare è stata parzialmente ristrutturata per comprendere anche l’arredo urbano e i mobili per esterni. Confermata l’importanza crescente delle categorie riservate ai progetti di Design sociale e a quelli di Design dei servizi.
I prodotti e i servizi in mostra sono, come di consueto, il risultato del lavoro dell’Osservatorio permanente del Design ADI: un gruppo di circa centocinquanta esperti indipendenti (soci e non soci ADI) che hanno individuato i migliori risultati del design italiano contemporaneo. La selezione viene compiuta attraverso una rete di Commissioni territoriali che lavorano in ciascuna regione italiana, di Commissioni tematiche che valutano settore per settore il contenuto di innovazione di ogni progetto, e da una Commissione di selezione finale che ne convalida i risultati. Il coordinamento di questa struttura è stato affidato quest’anno a Carlo Martino (Università degli studi La Sapienza, Roma), César Mendoza (designer) e Francesco Zurlo (Politecnico di Milano).
I prodotti selezionati sono stati esposti nella mostra itinerante che, dopo Milano (Ansaldo 27 ottobre/8 novembre) si è spostata a Roma (17 /28 novembre 2014, Ex Cartiera Latina,via Appia Antica).


Didascalie
1Cover ADI Index 2014.
2,FLAP, Pannelli modulari fonoassorbenti.Design: Alberto Meda, Francesco Meda. Caimi Brevetti.
3,PRIVÉE, Collezione di poltrone, divani e pouf componibili. Design: Progetto CMR, Ares Line.
4, SC&A, Parete vetrata modulare. Design: Pierluigi Cerri – Studio Cerri & Associati, Unifor.
5, CASES, Sistema modulare di elementi d’arredo per l’ufficio. Design: Jean Nouvel, Unifor.
6, DRAGONFLY, Sedia. Design: Odoardo Fioravanti con/with Philippe Tabet, Segis.
7, PLACAS, Coffee table smontabile. Design: Paolo Lucidi, Luca Pevere – LucidiPevere Design Studio, De Castelli.
8, QUADRICROMIA, Elementi d’arredo, sistema di superfici o divisori ambientali. Design: Jean Nouvel, Danese.
9, HEEL, Sedia. Design: Nendo, Moroso.
10, ELEMENT, Collezione di tavoli, tavoli bassi, consolle e sedia. Design: Tokujin Yoshioka, Desalto.
11, CATA, Proiettore a LED. Design: Carlotta de Bevilacqua, Artemide Architectural.
12, ECLITTICA, Serie di lampade a LED. Design: Carlotta de Bevilacqua, Danese.
13, ADD-ON PENDANT LAMP, Lampada a sospensione. Design: Thomas Feichtner. Karboxx.
14,SILENZIO, Famiglia di lampade a sospensione e fonoassorbenti. Design: Monica Armani, Luceplan.
15, SYNAPSE, Sistema di illuminazione modulare sospeso a parete o configurabile come divisorio luminoso. Design: Francisco Gomez Paz, Luceplan.

 

the-copper-house-charles-rose-architects-photo-John-Linden- wow-webmagazine

La Casa di Rame, set del nuovo film The Judge.

Il rame è decisamente un materiale all’avanguardia e trendy, forse per questo motivo il nuovo film The Judge, insieme a un cast di stelle di Hollywood tra cui Robert Downey e Robert Duvall, ha scelto come set la “Copper House”, progettata da Charles Rose Architects, una casa con un’identità affascinante, aperta, che rispecchia un feeling contemporaneo.

La Casa di Rame si trova a Belmont in Massachusetts ed è la residenza del titolare dello studio, Charles Rose. Un progetto di ristrutturazione eccezionale, ha fatto notizia dopo il suo completamento nel 2004 per le soluzioni uniche adottate per fondere il vecchio con il nuovo. L’elegante struttura scultorea contiene all’interno l’involucro dell’edificio originale, una “scatola coloniale con rivestimenti in vinile” come l’ha definita il progettista: dunque, una casa nella casa. L’architetto Charles Rose, noto per la sua sensibilità verso le caratteristiche distintive di un sito, ha rivestito la casa originale con una scatola in legno di cedro ed estensioni di vetro e rame, creando una struttura sorprendente e adatta per lo schermo cinematografico.
“L’esperienza di lavorare con la troupe del film è stato meraviglioso”, ha detto Charles Rose. “Il regista David Dobkin era intimamente coinvolto nella scelta della casa e lui ha davvero un occhio acuto per interpretare lo spazio architettonico e catturare l’esperienza architettonica in film, cosa non è facile da fare. Mio lavoro è molto scultoreo e cinematografico: si basa sul movimento attraverso lo spazio e la forma.”


Foto: John Linden.

 

2km-di futuro-Loccioni-wow-webmagazine

2Km di Futuro: la Smart Community di Loccioni.

Inaugurata nel 2008 come laboratorio aperto per la sostenibilità, la Leaf Community Loccioni mantiene la sua promessa e si evolve diventando Comunità Smart e immaginando un futuro co-creato e condiviso tra pubblico e privato; con l’adozione di 2 km del fiume Esino, prende vita 2Km di Futuro.

Enel, Nissan, Samsung SDI e Veneto Banca sono i partner per lo sviluppo di questo progetto. In 6 anni nuovi progetti e interventi hanno portato questo laboratorio, punto di riferimento internazionale, ad un autonomia energetica del 55% e a un totale coinvolgimento del territorio. E proprio l’adozione di 2 km del fiume Esino, ha fornito lo spunto per il nome 2km di futuro®: un modo per ripensare il ruolo dell’impresa, che continua a generare lavoro e ricchezza, ma anche valore ed opportunità, aprendosi al territorio, occupandosi dell’ambiente naturale e della persona, in sinergia con le istituzioni.


Tra gli elementi innovativi del progetto:
Flumen: per la prima volta 2 Km di fiume vengono adottati da un’impresa privata, per la messa in sicurezza dell’area e lo sviluppo di un laboratorio di progettazione pubblico-privato.
Leaf Lab: dall’esperienza della Leaf House, la casa ad emissioni zero, nasce il primo edificio industriale connettivo in Classe A+, in grado di gestire i flussi e di raggiungere l’autonomia energetica.
Micro-grid: l’installazione di sistemi di accumulo e lo sviluppo di sistemi di gestione dei flussi energetici elettrici e termici, rendono questi 2 km uno dei primi esempi di micro-grid reale e funzionante.
Mobilità elettrica: veicoli elettrici che parlano con la rete intelligente e diventano all’occorrenza accumuli energetici per gli edifici; la micro grid si arricchisce con la mobilità elettrica e con le infrastrutture di ricarica.
Con il Forum 2Km di Futuro, il Gruppo Loccioni, Enel, Nissan, Samsung SDI e Banca Veneta con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, del Ministero dello Sviluppo Economico, della Banca Mondiale, di UN Habitat, della Regione Marche, di Kyoto Club e Legambiente, hanno voluto creare una nuova occasione di condivisione e coinvolgimento.
Il tema principale su cui si è sviluppato il confronto tra rappresentanti del mondo economico, scientifico e istituzionale, è quello della smart-grid, interpretata come volano di sviluppo tecnologico, economico e culturale, come impegno sociale da parte di imprese e organizzazioni, per la possibilità che offre di mettere in equilibrio uomo, natura e tecnologia.
L’evoluzione dall’originaria Leaf Community, con la sua Leaf House, i tre edifici industriali, il parco solare, la microcentrale idroelettrica, a Comunità Smart, con l’integrazione del fiume come risorsa, l’unicità del Leaf Lab, le infrastrutture di ricarica Enel, la mobilità elettrica Nissan, i sistemi di accumulo energetico Samsung SDI e la gestione intelligente dei flussi energetici Loccioni, ha portato 2 Km di territorio ad essere un angolo di futuro. Energeticamente autosufficiente al 55% rispetto al 22% iniziale, con il 38% di ore di autonomia annua rispetto al 4% precedente e un autoconsumo energetico dell’88%.
I risultati in numeri: per questi 6 anni, sono anche i 220 giovani assunti, 36000 visitatori da tutto il mondo, 13 milioni€ di investimenti fatti sul territorio, i 18 enti coinvolti, più di 100 le imprese del territorio, più alcuni leader di mercato, che hanno avuto lavoro dal progetto. Un risultato che diventa esempio ripetibile di come la collaborazione diffusa, le attività di recupero e quelle sulle energie rinnovabili, insieme alla smart grid possano effettivamente essere un percorso valido e percorribile per costruire un futuro sostenibile.
Non solo in termini ambientali, ma anche di lavoro e opportunità.
Testo di Gabriele Masi.

 

Cino Zucchi: la Milano che sale, Padiglione Italia, Biennale.

“Mi interessa non solo il modo in cui la torre tocca il cielo, ma anche il modo in cui tocca terra e crea uno spazio urbano”.

Durante l’inaugurazione del Padiglione Italia “Innesti/Grafting” della 14a Mostra Internazionale di Architettura, la Biennale di Venezia, nell’ampia sala dedicata alla “Milano che sale” e al nuovo skyline, il curatore Cino Zucchi parla della relazione tra la torre e la città.

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Arredi extra long per workplace 3.0.

Il Salone del Mobile conferma la tendenza “superdesk” di stile newyorkese; dal tecnologico Cloud Table di Studio Maks al personalizzabile Modulor di Claesson Koivisto Rune. E anche le sedute lounge si allungano e di articolano, diventano “superseating”.

La superdesk da 350 metri progettata da Clive Wilkinson per gli uffici newyorkesi di The Barbarian Group e il workplace ininterrotto che integra sedute e scrivanie negli uffici di Horizon Media progettati da a+i Architecture non sono sole: la scrivania extra-long size si diffonde.
La ristrutturazione della biblioteca della Chinese University Library di Hong Kong realizzata dallo studio di architettura olandese Studio Maks ha previsto uno Study Table, lungo 150 metri. La superficie continua della scrivania crea un ambiente di studio che stimola gli incontri e le modalità di studio più diverse.
Durante il Fuorisalone, sempre Studio Maks, ha presentato a Ventura Lambrate Cloud Table, un’ulteriore evoluzione del concetto table-architecture “Mentre a Hong Kong la funzionalità e l’uso del tavolo avevano come confine i muri dell’edificio, Cloud Table si colloca in una dimensione virtuale”, spiega Studio Maks.
Cloud Table è un lunghissimo tavolo wireless dalle forme organiche che reinterpreta la funzione del tavolo come luogo di scambio di informazioni e di networking e permette alle persone di connettersi in modo socializzante nello spazio fisco e in quello virtuale.
Convivialità e condivisione sono anche gli elementi alla base della visione di Lago che ribattezza “Community Table” il suo lungo tavolo. Luogo ideale per “mangiare, riposare, lavorare e collaborare, litigare e chiarire, luogo dove si sono presi importanti accordi che possono cambiare il corso degli eventi”.
É cablato ed ergonomico il “tavolo da picnic” per il workplace 3.0 di Buzzi Space, “L’idea è stata ripensare un classico del design che evoca gente che si diverte nei momenti piacevoli della sua vita. È un oggetto semplice, accessibile che riunisce persone senza formalità. Qualcosa che non ci si aspetta nella cornice di un ambiente ufficio noioso” spiega il designer Alain Gilles.
Il tradizionale concetto di “conference table” visto come strumento simbolico di business è superato, come spiega anche l’articolo di Anetta PizagThe Curse of the oversized meeting table” , ma il tipo di tavolo può contribuire al successo o al fallimento di una riunione o di un’interazione, come spiegano recenti studi e come già aveva intuito Edward T.Hall 50 anni fa.
Anche Claesson Koivisto Rune mostrano una spiccata tendenza all’allungamento delle scrivanie per rispondere a nuove funzionalità. Extra Large di Offect è “Un tavolo grande abbastanza per lavorare indisturbati con il proprio laptop, ma che rende anche possibile avviare una conversazione con qualcuno seduto sul lato opposto Abbiamo ‘massimizzato’ il tavolo normale per rispondere alle funzioni richieste in un ufficio moderno”, spiegano i tre progettisti svedesi.
Il trio Claesson Koivisto Rune è anche autore di Modulor per Skandiform (Gruppo Kinnarps), long size table personalizzabile che si ispira a Le Corbusier “ il nostro tavolo Modulor è basato su pochi, semplici componenti (una gamba, un giunto, un binario più un top, ovviamente). Le dimensioni della struttura e del top possono adattarsi con facilità, virtualmente ad ogni tipo di formato o proporzione desiderata”.
La stessa tendenza long-size emerge nelle sedute per attesa per contract.
Spino, sempre di Skandiform
, è un divano modulare che si allunga e si snoda nello spazio a piacimento; spiega il progettista Stefan Borselius “ Ho voluto creare un divano che si può adattare a qualsiasi forma e dimensione. Spino in esperanto significa colonna vertebrale. I singoli moduli, come delle vertebre, offrono grande libertà compositiva.”
Modularità è anche la parola chiave del versatile Add di Francesco Rota per La Palma. Il sistema si compone di una base sulla quale si possono montare piani, sedili, schienali accessoriabili con tavolini, vaschette, portariviste o side tables, che includono prese di alimentazione per la ricarica di smartphones o tablets.
Lunghezza variabile anche per Zinta il leggero divano con scocca in legno di Arper disegnato da Lievore Altherr Molina, e Code 27 di Stefan Borselius e Johan Lindau per Bla Station, allungamento infinito su un modulo base di 27 cm.
La lunghezza sembra dunque dominare negli arredi del contract e degli ambienti collettivi.
Testo di Gabriele Masi.

Didascalie
1,2,3
Cloud Table, design Studio Maks, tavolo wireless dalle forme organiche presentato a Ventura Lambrate durante la Milano Design Week 2014.
4, 5, 6,
Study Table, design Studio Maks tavolo lungo 150 metri alla Chinese University Library di Hong Kong (in collaborazione con Pang Architects).
7,
Lago, Community Table, il tavolo come luogo di condivisione e generatore di energie.
8,
Offect, Extra Large, design Claesson Koivisto Rune, un ibrido tra scrivania e tavolo riunioni.


9,
Skandiform (Gruppo Kinnarps), Modulor, design Claesson Koivisto Rune, long size table personalizzabile.
10,11, Buzzi Space, BuzziPicnic, design Alain Gilles, un semplice e accessibile oggetto per riunire le persone in modo informale.
12,
La Palma, Add, design Francesco Rota, seduta lounge modulare e super accessoriabile.
13,
Arper, Zinta, design Lievore Altherr Molina, sistema di sedute essenziale e confortevole.
14, 15,
Skandiform (Gruppo Kinnarps), Spino, design Stefan Borselius, grande libertà compositiva.
16,
Bla Station, Code 27, design Stefan Borselius e Johan Lindau, allungamento infinito su un modulo base di 27 cm.