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Design, non solo business, ma un obbligo morale.

Comasco di nascita e cosmopolita per vocazione, Mario Colombo vive con grande interesse le relazioni con clienti e rivenditori appartenenti a culture e Paesi diversi perché crede che la comprensione della diversità possa essere la chiave per una crescita in tutti i campi.
Perfettamente calzante è dunque il ruolo che ricopre come direttore commerciale dell’area mediterranea per Herman Miller, azienda multinazionale fondata in Michigan oltre un secolo fa e nota in tutto il mondo come esempio di innovazione e di eccellenza nel design.

Quali sono i valori aziendali che guidano e distinguono Herman Miller in tutto il mondo?

Esistono delle linee guida storicamente riconosciute nell’azienda e che a mio avviso si possono riassumere in una singola frase: “Design non solo come business, ma come obbligo morale”.
La missione di Herman Miller è quella di creare delle soluzioni di design che aiutino le persone a fare grandi cose. Ciò sintetizza il nostro atteggiamento nell’approccio alla progettazione dei prodotti, sempre intrapreso contemplando la centralità dell’individuo.
Accoppiato a questo criterio c’è un impegno costante per l’ambiente che è stato un focus fin dagli anni ’50.

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In che modo questi valori diventano driver delle vostre strategie?

Ogni prodotto realizzato deve essere generato tramite quello che viene definito “Human Centric Design”. Se un elemento non ha alcuno scopo per l’utente, ha fallito questo obiettivo. Questo modus operandi è intessuto nel DNA della società e lavoriamo con designer come Yves Behar, Studio 7.5, Tim Wallace, e altri che condividono il nostro atteggiamento e la nostra passione.
I nostri obiettivi ambientali vanno di pari passo con il processo di progettazione. Ogni articolo viene valutato per la sua riciclabilità alla fine della sua vita, ma altrettanto importante è creare prodotti fatti per durare.
Ad esempio, la sedia Aeron recentemente riproposta nella versione Remastered, fino al 91% riciclabile, è anche dotata della nostra garanzia di 12 anni 24 ore su 24.

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Da sempre Herman Miller ha avuto il ruolo di grande innovatore e portatore di visioni inedite per l’ufficio -penso a masterpiece come Action Office o Aeron, solo per fare due esempi. Oggi sono ancora possibili evoluzioni straordinarie di questo tipo? 

Il paesaggio dell’ufficio è in continua evoluzione, quindi è difficile prevedere come le cose cambieranno in 5 o 10 anni.
L’home office guadagna consensi anche in Europa e nell’area mediterranea, la flessibilità è una linea guida per molte organizzazioni, segnali che lascerebbero intuire una progressiva e radicale trasformazione dell’ufficio. Penso che gli spazi collaborativi negli uffici continueranno a crescere, così aziende come Herman Miller cercheranno di identificare i modi migliori per supportare le persone che lavorano in quegli spazi.
Abbiamo progettisti in tutto il mondo che lavorano per lo sviluppo di nuovi prodotti, e presto ci saranno novità sul mercato globale e europeo.

Nel tuo ruolo di Sales Director della vasta area che va dal Portogallo fino ad Israele includendo l’Italia, quale differenze cogli nella cultura del lavoro, nelle esigenze e nei ways of working dei diversi Paesi?

Operando in latitudini e longitudini cosi ampie ho modo di osservare molte realtà culturalmente diverse fra loro, e farei una distinzione tra clientele multinazionali e organizzazioni locali. Le multinazionali spesso hanno linee guida operative standardizzate in tutto il mondo anche per le scelte di design, a prescindere dal paese in cui operano. Organizzazioni meno esposte al circuito globale detengono ancora la prerogativa dell’approccio individuale nelle scelte.
Gli architetti che si occupano di interior design, fit-out, progettazione di modelli, sono sempre i migliori ambasciatori dei trend di modernizzazione in quanto sono le persone a cui i clienti, sia globali che locali, si appoggiano per la consulenza e il progetto. Questo è un denominatore comune in tutti i Paesi in cui lavoro. Quindi l’importanza della divulgazione anche tramite gli architetti è fondamentale per un’azienda come la nostra al fine di espandere le nostre ricerche e i nostri risultati nell’osservazione delle modalità di operare nell’ufficio racchiuse nel progetto Living Office.

Le ricerche sulle tematiche e nuove prospettive del workplace che Herman Miller sviluppa in USA- quindi basate su una cultura anglosassone- sono valide e applicabili anche nei Paesi dell’area mediterranea?

Mentre molte ricerche provengono ancora dagli Stati Uniti, teniamo conto del fatto che ci sono tendenze che si sviluppano in tutto il resto del mondo. Osservando i clienti in Italia, in Europa e nel bacino del Mediterraneo, vediamo gli stessi orientamenti verso uffici open space e spazi collaborativi.
Il Regno Unito e l’Europa si stanno muovendo da anni in questa direzione addirittura più velocemente rispetto agli Stati Uniti.
Un altro esempio è l’interesse per i tavoli sit-stand regolabili in altezza si è sviluppato in Scandinavia molto tempo prima che venisse abbracciato nell’area del Mediterraneo.
Le nostre ultime ricerche convergono sul tema “Happiness in the office” un seminario che divulghiamo sempre più spesso e che rivela come le dinamiche di approccio al lavoro in ufficio sono le stesse in tutto il mondo, per cui l’intento è quello di creare uno strumento opportuno per capire la natura dell’azienda cliente e le personalità delle persone che ci lavorano, al fine di offrire un approccio olistico nella progettazione dell’ufficio. Questa ricerca converge nel progetto Living Office già menzionato.

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Negli ultimi mesi la filiale italiana è stata oggetto di cambiamenti. Come è organizzata la nuova struttura? Quali saranno i punti di forza e quali strategie sono previste per affrontare il mercato in Italia?

Dopo vari anni trascorsi nell’area Export, sono molto felice di poter dare il mio contributo all’azienda anche per il mercato italiano. Lo Showroom Herman Miller di Milano è un Hub Europeo che, assieme a Parigi e Londra, consolida una presenza forte nella regione EMEA.
La mia priorità è quella di mantenere e, dove necessario, intensificare una rete distributiva efficiente e in linea con la visione di crescita nel il bacino del Mediterraneo in cui operiamo tramite funzionari storici e anche grazie a nuove leve, che fanno parte ora della nostra organizzazione cosiddetta a matrice.
Alcuni colleghi appartengono a linee di reporting non correlate a me, ma bensì alla filiale nel Regno Unito. L’azienda ha consolidato la regione del Sud Europa comprendendo Italia, Iberia e East Med, per allineare le strategie in territori molto diversi fra loro, alcuni dotati di una presenza diretta come in mercati consolidati -quale è l’Italia, dove abbiamo showroom e uffici- altri con colleghi operanti da remoto come nell’East Med e in Iberia.
La divulgazione delle nostre ricerche è un asset che utilizziamo volentieri in tutta la regione dell’EMEA -anche nelle aree che seguiamo dall’Italia- che ci offre visibilità con clienti e architetti, i quali hanno un ruolo fondamentale.
La divulgazione avviene tramite seminari, partecipazione a eventi e conferenze in collaborazione con il nostro Insight Group gestito da colleghi che si occupano prevalentemente di ricerca e sviluppo nel settore.

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Il futuro dell’Italian Smart Office con 80 anni di passato.

Massimo Stella, 42 anni, rappresenta l’ingresso della terza generazione in Estel Group dove ha iniziato a lavorare nel 2006.
Dal 2012 ricopre la carica di Sales Director, ma più che il suo ruolo tiene a sottolineare il “lavoro di squadra” portato avanti con impegno e dedizione. Nessun conflitto, quindi con le generazioni precedenti e forse proprio l’equilibrio dinamico e il quotidiano confronto su strategie, comunicazione, persone e prodotti sono tra i motivi del successo di questa azienda, posizionata tra le prime 20 in Europa, che celebra l’80esimo anniversario.

Dalla sua fondazione, quali sono state le tappe principali che secondo te hanno portato Estel tra le prime 20 aziende in Europa? Oggi ripercorreresti lo stesso percorso?

Il momento di svolta coincide certamente con l’ingresso della seconda generazione in azienda avvenuto negli anni ’70, con il susseguente passaggio da azienda artigianale ad industria; un altro momento focale è stato l’ingresso nel mondo dell’arredo ufficio all’inizio degli anni ’80.
Poi, nei primi anni 2000 l’azienda si è evoluta ulteriormente, interiorizzando la cultura del progetto: grazie ad una gamma di prodotti allargata e alla capacità di realizzare soluzioni custom e su misura, richieste ed apprezzate soprattutto dai grandi clienti.
Ogni storia è figlia del suo tempo: il prossimo percorso sarà segnato da una velocità di percorrenza ancora superiore.

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Quali sono i valori aziendali che guidano e distinguono Estel in tutto il mondo?

Estel è un’azienda in costante divenire, che osserva e analizza la realtà e le evoluzioni del mercato su scala globale per poter sviluppare le giuste risposte in termini di prodotto. Siamo giunti ad essere leader nel settore degli arredi per uffici in un periodo storico (gli anni 80’ e 90’) assai differente dal contesto odierno: oggi partiamo dall’assunto che l’attuale mondo del lavoro ha subito un cambiamento epocale poiché nelle aziende di ogni dimensione la staticità delle postazioni fisse è stata messa in discussione grazie alla possibilità di lavorare in costante mobilità, con la conseguente necessità di dover adeguare tutti gli spazi di lavoro.
La tecnologia è il motore di questa grande rivoluzione; quindi per consentire ad uno smart worker di ottenere le migliori prestazioni è assolutamente necessario offrire i giusti strumenti, ovvero soluzioni di arredo in grado di facilitare la vita del lavoratore nomade: Estel risponde aumentando l’investimento in Ricerca e Sviluppo per migliorare costantemente il Know-how Tecnico-Organizzativo e la Logistica, con il fine di proporre prodotti sempre più sofisticati in termini di design, materiali ed integrazione tecnologica, ma sempre con molta attenzione alla convenienza.
L’altro aspetto cruciale è certamente quello della progettazione: non ci consideriamo più solo dei “semplici” produttori di mobili ma un’azienda in grado di offrire soluzioni complete per lo space planning degli ambienti di lavoro, grazie alla vastità della nostra gamma e alla capacità e all’esperienza dei nostri progettisti.

Qualità del design e ricerca sono tra i fattori di successo di Estel, in percentuale quante energie e risorse dedicate a questi fattori?

L’avvento di nuove modalità di svolgimento delle attività lavorative ha investito in maniera diretta anche l’attività di progettazione dei luoghi di lavoro, secondo una semplice relazione: se cambia il metodo di lavoro anche l’ambiente in cui questo si svolge deve modificarsi.
La ricerca è da sempre per Estel un elemento strategico: proprio per questo motivo ogni prodotto – sia esso una scrivania, una seduta da ufficio o una parete attrezzata – nasce dopo un attento processo di studio finalizzato alla definizione di un concept. L’obiettivo finale è quello di creare oggetti che garantiscano benessere e funzionalità all’interno dell’’ambiente di lavoro.
In termini di progettazione il nostro approccio pone dunque il lavoratore al centro del processo creativo, con il fine creare arredi che possano accompagnare al meglio le varie attività che si svolgono in un ufficio; proprio per questo gli arredi della nostra gamma Smart Office non sono più categorizzati in maniera “gerarchica” (esecutivo, direzionale…) ma in base alla loro funzione.
Un team di professionisti affiatati e la continua collaborazione con studi di architettura d’interni di primo piano permettono a Estel di essere una delle aziende leader nel settore dello Smart Office, con prodotti unici sia in termini stilistici sia per quanto riguarda la qualità dei materiali.


Estel si è fatta promotrice del “piacere del lavoro agile”, coniando il claim “Italian Smart Office”: tra i vostri clienti quanti in Italia e all’estero abbracciano l’approccio smart working e quanti sono legati a visioni più tradizionali?

E’ innegabile che rispetto agli Stati Uniti, pionieri dello smart working, il nostro paese sia in netto ritardo. Se valutiamo invece i Paesi della UE solo Inghilterra, Germania e paesi scandinavi sono “avanti” in termini di meri numeri.
Il 2016 per l’Italia è stato un anno di svolta: il nostro paese sta cominciando a recepire i possibili vantaggi che lo Smart Working può apportare all’azienda ed al dipendente, anche in virtù del recente decreto legge. Le grandi imprese italiane cavalcano l’onda di questo nuovo modo di lavorare da anni, facendo registrare un aumento del 30% di progetti strutturati di Smart Working, mentre le PMI cominciano gradualmente ad avvicinarsi a questo mondo.
Il cambio di mentalità è forte: i lavoratori oramai sono divenuti flessibili e disposti a “rinunciare” ad abitudini un tempo radicate – come la personalizzazione o la dimensione della propria scrivania – e grazie al cambio generazionale c’è una maggiore predisposizione verso  nuove indispensabili tecnologie.
Secondo i dati del Politecnico di Milano sono oltre 300.000 i lavoratori “Smart” in Italia ma, a mio avviso, questo numero è destinato a crescere fortemente con l’arrivo delle nuove generazioni di lavoratori cresciuti a “Pane e Tecnologia”, abituati a stare in continuo movimento e ad essere cittadini del mondo.

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Avete arredato alcuni tra i più autorevoli HQ in tutto il mondo, come viene accolta la vostra visione di “Italian Smart Office”? Quali differenze cogli nella cultura del lavoro, nelle esigenze e nei ways of working dei diversi Paesi? 

Nei Paesi che lavorano in maniera “smart” da molto più tempo rispetto all’Italia ci si trova a dialogare con stakeholders già formati sulla materia; in altri Paesi invece queste teorie sono ancora semi-sconosciute e provocano curiosità ed interesse.
In base allo stato dell’arte, dunque, cambia nettamente l’approccio commerciale: se, ad esempio, negli Stati Uniti si propongono i nostri prodotti sottolineandone gli aspetti di design e finiture, molto differente sarà l’approccio utilizzato in chiave commerciale nel Far East, dove si punta maggiormente a far conoscere e proporre un più articolato concept.
Questa flessibilità in chiave commerciale è doverosa per aziende della nostra dimensione e riflette la nostra identità: per natura abbiamo la capacità di offrire prodotti seriali su larga scala ma, allo stesso tempo, siamo aperti a piccole declinazioni in termini di misure e finiture poiché sappiamo che nel contesto internazionale gusti e modalità di lavoro possono essere molto differenti.

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Ways of Designing e approccio tailored: 967.

967 Architetti è un team di progettisti –967 è l’anno di nascita dei fondatori– che fornisce, in Italia e all’estero, servizi di progettazione architettonica, industrial e interior design.
Ways of designing basati su innovazione e sperimentazione, dal concept alla fase esecutiva fino alla direzione lavori, senza mai trascurare il controllo dei costi e l’attenzione alla sostenibilità (dal 2008 lo studio è Socio Ordinario di GBC Italia e applica i parametri dei protocolli LEED). Mentre la componente emozionale guida in particolare la ricerca sui materiali e l’illuminotecnica.
Negli ultimi anni lo studio ha gestito interventi su diversa scala: sedi di multinazionali come Google, Cisco, Petronas, Amplifon, BCC, FC Internazionale e WPP, ma anche progetti di scala minore connotati da grande sensibilità come per esempio lo showroom di Dieffebi a Milano e -sempre per Dieffebi- gli originali stand del Salone Ufficio 2015 e 2017.
Oltre che per Dieffebi, hanno progettato per Davide Groppi, MDF Italia, Las Mobili, GE Giussani, e Poltrona Frau.

Intervistiamo Cesare Chichi, uno dei fondatori di 967 Architetti Associati.

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1 Che cosa caratterizza il vostro approccio progettuale nell’industrial design e come lo applicate in base alle diverse realtà produttive?

L’approccio progettuale che stiamo perseguendo nella nostra attività di industrial design è lo stesso che seguiamo per tutti i progetti che affrontiamo, ossia quel concetto di “tailored project” che applichiamo come filo conduttore nei nostri servizi.

L’ascolto e lo studio del nostro interlocutore ci portano a proporre soluzioni ogni volta diverse, nel DNA del cliente ma senza tralasciare la nostra identità.
Diverse realtà significano quindi anche diversi approcci a seconda delle finalità individuate per raggiungere l’obiettivo. Ogni progetto è diverso, ma anche ogni cliente è diverso nell’atteggiamento verso il valore del progetto.

2 Da diversi anni lavorate in diversi settori del design e dell’architettura: emergono nuovi stili di vita e nuove esigenze da parte degli utenti?

Come si potrebbe dire con una battuta: “nuovi stili di vita” è una “parola grossa”. Individuiamo senza dubbio dei cambiamenti sia nelle esigenze sia nei comportamenti ma identificarli come “nuovi” ci sembra eccessivo. Come sempre, e da sempre, la tecnologia gioca un ruolo determinante nel cambiare le forme, i layout, l’utilizzo degli spazi e questo fortunatamente induce a ripensare alcuni prodotti e nuove architetture con una lettura differente. Vi sono ovviamente alcune tipologie così mature che la chiave di re-interpretazione può avvenire solo nella forma estetica.

3 Quali cambiamenti si sono verificati nella visione di ufficio negli ultimi anni e come questi cambiamenti si rispecchiano nei nuovi prodotti?

Nella visione dell’ufficio degli ultimi anni dietro alle locuzioni “smart working”, “ufficio liquido”, “ufficio agile”, etc, si possono leggere sicuramente dei cambiamenti sostanziali di impostazione degli spazi. Queste terminologie giocano sicuramente un ruolo fondamentale nell’accendere interesse da parte di interlocutori fino a poco tempo fa disinteressati all’argomento, e in alcuni casi portano senz’altro a sconvolgimenti di utilizzo e gerarchia degli spazi, ma nella sostanza vanno interpretati come occasioni di confronto per analizzare le reali esigenze lavorative di strutture diverse le une dalle altre.

4 Quale scenario e quali evoluzioni prevedete per l’ufficio e per i modi di lavorare del prossimo futuro?

Prevediamo un crescente interesse verso un ambito che, a nostro giudizio, sta vivendo una fase troppo lunga di disinteresse attrattivo. E’ un settore che fino ad ora non ha ricevuto la stessa attenzione del mondo casa o del design in particolare, e forse non lo avrà mai, ma che ha fortissime potenzialità di crescita anche in virtù del fatto che nell’ambiente ufficio passiamo la maggior parte del nostro tempo. Alcuni felici esempi di nuove realizzazioni possono fare sicuramente da traino e da emulazione.

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1 Dieffebi, libreria Chiave di Volta, design 967.

2 Dieffebi, Primo Acoustic, design 967.
Intervento funzionale e formale sul sistema di archiviazione Primo: le ante assumono funzione fonoassorbente e una forte valenza grafica.

3 Davide Groppi, lampada da parete Folder, design 967.

4 Davide Groppi, lampada da parete a luce indiretta Foil, design 967.

5 MDF Italia, sistema di arredi 20.venti, design 967.

6, 7 Sede Uffici Kantar.

8, 9 Sede Uffici Amplifon.

10,11 Showroom Dieffebi a Milano.

12,13 Stand Dieffebi al Salone Ufficio 2015 e 2017.

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Ways of Designing e ascolto: Marcello Ziliani.

La laurea in architettura al Politecnico di Milano –relatore il Maestro Achille Castiglioni– e tre anni di esperienza all’estero sono alla base dell’attività di Marcello Ziliani come industrial designer in vari settori dell’arredamento per molti importanti aziende, ma anche come art director, grafico, scenografo teatrale.
Come ci spiega in questa intervista esclusiva, il suo “way of designing” è fatto soprattutto di ascolto. Ama entrare in sintonia con il mondo, guardando le cose con occhi sempre diversi e lasciando da parte le sicurezze incrollabili. Requisiti indispensabili per operare in una situazione fluida dove ambiti diversi convergono in una dimensione olistica del progetto.

Che cosa caratterizza il tuo approccio progettuale nell’industrial design e come lo applichi in base alle diverse realtà produttive?
Continuo a trovare calzante una visione contenuta nel libretto che pubblicò su di me Corraini qualche anno fa in cui confrontavo leoni e camaleonti, affermando che leone no, non era il mio genere, camaleonte meglio. Trovo più divertente cambiare spesso d’abito (habitus), adattarsi alle situazioni, guardare le cose con occhi sempre diversi ed entrare in sintonia, parlare piano e soprattutto ascoltare, invece di ruggire sperando di sovrastare.
È questo il mio approccio al progetto, mi piace cercare di imparare ogni volta che mi confronto con nuove realtà, ascoltare le storie, annusare gli odori e assaggiare. Un progetto è figlio di mamma e papà e io credo di essere la mamma, con tutta la responsabilità e la fatica della gravidanza e la gioia (ma anche il dolore) del parto. L’azienda è il papà, che combina i suoi geni assieme ai miei e che poi prende per mano il progetto-bambino e lo conduce nel mondo. E come non ci sono due individui uguali credo non ci possano essere due progetti uguali, anche se ovviamente i caratteri di famiglia si notano, eccome… o almeno dovrebbero.

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Da anni lavori in diversi settori del design: emergono nuovi stili di vita e nuove esigenze da parte degli utenti?
La figura del progettista si trova, per definizione, in una situazione privilegiata e rischiosa, osservatore e allo stesso tempo attore nel vortice dei cambiamenti di modalità, abitudini, gusti ed esigenze. Io, per sicurezza, tengo sempre ben presente la legge di Lavoiser (morto ghigliottinato, accidenti), quella che dice che nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Mi permette di non farmi prendere dall’ansia, di mantenere la giusta prospettiva di fronte a cambiamenti che sembrano ogni volta rivoluzioni copernicane. In modo di poterli guardare con stupore e curiosità, senza la pretesa di comprenderli o cavalcarli, ma con il desiderio di coglierne almeno qualche spunto per poter nutrire il mio operare quotidiano. Credo che la cosa più significativa che sta avvenendo oggi sia una mutata consapevolezza da parte di tutti noi che siamo utilizzatori di beni, oggetti, servizi, e cioè il fatto che in qualche modo non ci sentiamo più consumatori passivi orientati dall’alto ma possiamo avere qualche voce in capitolo nel progetto stesso degli oggetti che andremo d utilizzare.
La figura del prosumer non è solo l’ennesima parola macedonia inglesizzante (professional-consumer e/o producer-consumer) ma l’affascinante possibilità di assumere un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione e consumo (garantisco a questo riguardo che questo testo è completamente privo di olio palma). Lo human centered design (non con questo nome ma me lo insegnava già Achille Castiglioni al Politecnico una trentina di anni fa), e il design thinking sono in qualche modo un approccio onesto alla complessità con la quale ci dobbiamo confrontare e una modalità seria per dare risposte a domande correttamente poste.

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Ci sono “contaminazioni” concettuali ed elementi in comune tra i diversi settori di progetto nei quali operi?
A questo punto non so se sia solo una questione di contaminazioni quanto invece di annullamento di confini. Tutto sta diventando fluido e mutevole, gli ambiti e i riferimenti con i quali eravamo abituati ad operare stanno perdendo di senso per convergere in una dimensione sempre più olistica del progetto. Non esistono più ambiti autonomi, la cucina entra in soggiorno, il bagno in camera, il soggiorno in ufficio, l’ufficio in casa. L’IOT, internet delle cose, pervade ormai tutto e modifica modalità e comportamenti, innescando contaminazioni e nuove modalità di fruizione degli oggetti.
Illuminazione e sistemi di controllo, musica e benessere acustico, riscaldamento e isolamento, automazione ed elettronica, tutto si fonde e si combina in configurazioni inedite abbattendo barriere e aprendo nuovi scenari e affascinanti prospettive.

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Quali cambiamenti si sono verificati nella visione di ufficio negli ultimi anni e come questi cambiamenti si rispecchiano nei nuovi prodotti?
Mi sembra che il mondo dell’ufficio sia, in termini di radicalità dei cambiamenti in atto, secondo solo a quello dell’illuminazione dopo l’arrivo del led.
Ma mentre per l’illuminazione si tratta fondamentalmente di una innovazione tecnica che ha indotto un profondo ripensamento della dimensione formale e funzionale degli apparecchi illuminanti (e siamo solo agli inizi), per il mondo dell’ufficio credo che il cambiamento sia fondamentalmente culturale. Come negli altri ambiti anche qui si stanno verificando fenomeni di contaminazione e ibridazione profonda, e la cosa è particolarmente percepibile a causa della tradizionale rigidità di questo mondo. Per anni le mutazioni sono state prevalentemente di ordine tecnico-meccanico, il confort e l’ergonomia l’hanno fatta da padroni riducendo spesso il progetto alla ricerca di caratteristiche prestazionali. Oggi, finalmente, si assiste a tutta una serie di fenomeni che, per assurdo, mi ricordano tanto le donne che bruciavano in piazza il reggiseno o i figli dei fiori che mettevano margherite nelle canne dei fucili dei poliziotti.
Lavorare in piedi discutendo attorno a un tavolo regolabile in altezza, chiudersi in meditazione con il proprio tablet-feticcio dentro a un bozzolo confortevole che ti isola dal resto del mondo rumoroso e caotico, partecipare a riunioni seduti o meglio ancora adagiati su divanetti, tappeti, pouf sorseggiando tisane, condividere spazi di lavoro temporanei con altri professionisti creando aggregazioni e connessioni mutevoli e casuali, giocare, saltare, correre o pedalare mentre si lavora… forse si sta anche un po’ esagerando, ma è certo tutto molto stimolante e ricco di opportunità per sviluppare nuovi progetti che sappiano cogliere e interpretare questi cambiamenti e queste sfide.

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1, Pannello fonoassorbente Snooze per Pedrali.
2, Libreria illuminante Twist&Light per Natevo.
3, Scala pieghevole Flo per Magis.
4, lampada Tilee per Flos.
5, Poltrona “light office” Cookie per Infiniti.
6,Sedia Mammamia per Opinion Ciatti.
7; Tavolo Acacia per Calligaris.
8, Sedia Mini per Parri.

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Una foresta di pilastri per un workplace flessibile.

Nuovo riconoscimento per Junya Ishigami, già Leone d’Oro alla Biennale di Venezia 2008. Lo incontriamo a Mendrisio, all’inaugurazione della mostra del BSI Swiss Architectural Award che lo ha decretato vincitore dell’edizione 2016.
Nella video-intervista spiega la sua visione di “flessibilità”, la sua filosofia progettuale di outdoor in un interno e il progetto del KAIT Workshop che rappresenta il suo workplace ideale.

La mostra della quinta edizione di BSI Swiss Architectural Award 2016 a Mendrisio offre una fotografia articolata dell’architettura mondiale attraverso i progetti realizzati da 28 partecipanti provenienti da 17 Paesi. Ogni partecipante deve presentare tre progetti realizzati e questo aggiunge concretezza al percorso espositivo.
Ampia documentazione è dedicata in particolare al lavoro di Junya Ishigami, cui la giuria ha attribuito il premio all’unanimità per l’edizione 2016 (100.000 franchi) per i suoi tre progetti dai quali emergono una inusuale coerenza e forza iconica: il KAIT (Kanagawa Institute of Technology) Workshop, una residenza monofamilare vicino a Tokyo e l’architettura effimera del Padiglione Giappone 2008 alla Biennale di Venezia.
Come sottolineato nella motivazione della giuria, i progetti di Ishigami sono caratterizzati da “una ricerca strutturale innovativa ma senza inutili eroismi, che conduce ad un’architettura di delicata raffinatezza” e da “un rapporto fecondo con l’elemento vegetale, interpretato e declinato in modi sempre diversi”: dall’edificio come metafora di una foresta, nel caso del KAIT Workshop, alla completa integrazione della vegetazione nella “Casa con piante”.

Quelli di Ishigami sono spazi ambigui, come suggeriva il titolo del Padiglione Giappone “Extreme Nature: Landscape of ambiguous spaces”, aste verticali disposte in modo irregolare che fungono da serre e sono allo stesso tempo architetture integrate nel paesaggio.
Troviamo la stessa ricerca strutturale e gli stessi elementi vegetali verticali nella Casa per due giovani sposi a Tokyo dove si fa ancora più sfumato il confine tra casa e paesaggio, tra natura e manufatto.
Questo approccio progettuale che si fa ancora più forte nel KAIT Workshop (Kanagawa Institute of Technology): un edificio totalmente vetrato con pianta leggermente irregolare, al centro del campus e immerso nella natura circostante; un destabilizzate ambiente di lavoro “open space” di 2000 mq dedicato alle attività manuali degli studenti del Politecnico di Kanagawa che contraddice l’assioma ambiente flessibile = struttura regolare con il minor numero possibile di pilastri.

Ishigami ci spiega che il suo intento è ricreare un ambiente outdoor all’interno dell’edificio.
Entrando da uno qualsiasi dei quattro accessi ci si trova letteralmente immersi all’interno di una sorprendente “foresta” di pilastri. Non pilastri identici, né distribuiti secondo una maglia regolare, ovviamente!
Proprio come in una vera foresta di alberi, i piedritti in metallo sono diversi uno dall’altro per dimensione e orientamento, si diradano e si concentrano nello spazio senza una regola apparente.

La funzione di questa stupefacente “foresta” -in realtà frutto di un’ossessiva e precisissima definizione- si scopre attraversando e usando l’ambiente che, a secondo del punto di osservazione si modifica, offre prospettive diverse e aree diverse di fruizione.I dispositivi spaziali verticali generano luoghi dove incontrarsi, oppure creano pareti virtuali, stabiliscono gradi diversi di permeabilità visiva, permettono a chi lavora di trovare la propria privacy in uno spazio totalmente aperto, oppure di interagire con gli altri, sempre con la massima flessibilità
E’ proprio la filosofia progettuale del KAIT Workshop l’oggetto dell’interessante intervista che Junya Ishigami rilascia a WOW! raccontandoci questo inconsueto luogo di lavoro che rappresenta il suo modello di workplace ideale.
Foto del KAIT Workshop: Enrico Cano
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Mario Botta consegna a Junya Ishigami il BSI Swiss Architectural Award 2016

In breve:
Titolo Mostra: BSI Swiss Architectural Award 2016 (a cura di Nicola Navone. Promossa da BSI Architectural Foundation, Lugano, in collaborazione con Accademia di architettura, Università della Svizzera Italiana a Mendrisio e Archivio del Moderno, Mendrisio)
Dove: Galleria dell’Accademia, Accademia di architettura, Mendrisio.
Quando: dal 30 settembre al 23 ottobre 2016.

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Ways of Designing e innovazione: Marco Bonetto.


Ho avuto il piacere di presentare la biografia che Decio Carugati che recentemente scritto su Marco Bonetto e che mi ha dato la possibilità di conoscerlo meglio, di scoprire aspetti del suo carattere, della sua professionalità e del suo “way of designing” che mi erano ignoti. Marco è un industrial designer nel senso più puro del termine, con il pragmatismo e l’innovazione nel sangue, quale che sia il campo di applicazione del suo lavoro.

Sebbene il suo Maestro sia indubbiamente il padre Rodolfo (al quale da 20 anni dedica il premio Targa Bonetto), definire Marco Bonetto “figlio d’arte” è riduttivo. Dalla sua esperienza giovanile come pilota di rally automobilistici ha imparato a sposare il rigore e la flessibilità mantenendoli alla base del suo modus operandi. Grazie a una visione lungimirante dell’industrial design, sul modello dei più grandi studi all’estero, ha impostato il suo Design Center sul lavoro in team; ha ampliato il campo di intervento dal product design al design strategy e, sin dagli esordi e tra i primi in Italia, si è dotato dei più sofisticati CAD 3D per il car design.
Sebbene il suo campo principale di intervento resti l’automotive, i suoi progetti toccano anche il design dell’interfaccia e spaziano dalle attrezzature sportive all’elettromestico, dalle macchine industriali alla nautica, dalle macchine per il caffè ai telefoni pubblici: è stato proprio il telefono pubblico a scheda della Sip che nel 1984 che lo ha reso famoso.
Ha progettato in tutti i campi tranne in quello del furniture design; non sente la “predisposizione per il design dell’arredo”, mi spiega.
Invece è molto stimolato dall’interior design per le auto del prossimo futuro dove la tecnologia sta aprendo scenari assolutamente nuovi.
Come ci spiega in questa intervista, molto presto lavoreremo su auto che si guidano da sole e l’abitacolo diventerà un vero e proprio workplace in movimento.

Già nel presente l’auto è diventata il luogo “di lavoro” principale dal quale telefonare, quali sono ora le prossime evoluzioni?
L’auto è un oggetto in movimento, va guidata e richiede la massima attenzione, esistono già come optional dispositivi per rendere più sicura la guida, ma la gente non li usa. In ogni caso è dimostrato che anche la conversazione in vivavoce riduce l’attenzione alla guida.
Attualmente le migliori case automobilistiche stanno incrementando i sistemi di sicurezza, per esempio Volvo che ha introdotto il dispositivo di frenata automatica. Ma futuro è in un’altra direzione.
In un futuro molto più prossimo di quanto si immagini saranno sul mercato autovetture dotate di autopilota che permettono, oltre alla guida normale, di pre-impostare un percorso. Ne ho provata pochi mesi fa una della Audi in Germania, nel pieno del traffico cittadino di Monaco: è stato sorprendente! La tecnologia è già pronta, l’unico attuale ostacolo è di tipo legale per definire il problema di chi sia responsabile in caso di incidente.
In seguito arriverà anche il dispositivo che, interfacciandosi con lo smartphone, permetterà di scendere dall’auto e lasciarla parcheggiare da sola per poi richiamarla quando serve di nuovo. Il proprietario di Tesla ha dichiarato che presto l’autopilota dovrà essere imposto a tutte le auto perché è più sicuro e garantisce maggiore sicurezza evitando l’errore umano. Le supercar si potranno guidare solo su pista.
In un settore automotive dove le auto si guidano da sole, quali sono gli scenari innovativi che immagini? 
Prevedo sistemi di interfaccia più evoluti, la connessione totale anche tra automobili e una concezione completamente diversa dell’abitacolo; questo microambiente potrà diventare un vero e proprio ufficio con la possibilità di sedersi dietro, avere una disposizione dei sedili tipo salotto per poter lavorare, da solo o in modalità meeting, mentre l’auto va a destinazione. Dal punto design tratterei la plancia e le interfaccia in modo diverso, per esempio con grandi schermi per le informazioni di viaggio e l’infotainment, stiamo già studiando delle proiezioni olografiche che riproducono un “maggiordomo” capace di darci tutte le informazioni su siti, hotel o ristoranti personalizzati in base ai nostri gusti e interessi e dei voice analyzer per fargli domande.
Lo scenario che si prospetta è davvero entusiasmante per chi fa design e davvero si potrà definire l’auto un ambiente di lavoro.
Quale è la tua definizione di innovazione?

Innovare nell’ambito di un prodotto significa apportare un miglioramento significativo o una invenzione tecnologica che risulti come un avanzamento rispetto il prodotto precedente.
Che cosa significa fare innovazione nel settore del design?
Fare innovazione nel settore del design significa applicare un processo di ricerca il cui risultato sia un miglioramento significativo non solo delle forme ma anche della funzionalità (grazie anche a una migliore tecnologia), un’innovazione può essere minima (ma percepibile dall’utente) o un concetto totalmente nuovo del prodotto.

Didascalie
1,Telefono a scheda Urmet-Sip, design Marco Bonetto,1984.
2, City car Miky, design Marco Bonetto,1994.
3, Modello virtuale interno per BMPV Fiat Auto, design Marco Bonetto, 2000.
4, Lampada Capri per Koizumi, design Marco Bonetto, 2004.
5, Abitacolo Audi, design Marco Bonetto.
6, Studio treno alta velocità Trenitalia, design Marco Bonetto, 2005.
7, Scarpone per Nordica, design Marco Bonetto.
8, Macchina per caffè Rancilio, design Marco Bonetto, 2015.

L’automobile diventa un workplace: nuovi scenari.

9, 10, Gea, Italdesign, Giugiaro design.
11, Hyundai, Curb.
12, Tata Motors Advanced design concept.
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Ways of Designing e innovazione: Peter Solomon.

Ho conosciuto Peter Solomon molti anni fa, dopo che aveva ottenuto il master alla Domus Academy; lavoravamo nello studio milanese di Isao Hosoe, un grande Maestro che ci ha insegnato la ricerca costante dell’innovazione. Un insegnamento sul quale Peter ha voluto basare tutta la sua attività di industrial designer quando ha iniziato a lavorare da solo e, nel 2011, tornato negli Stati Uniti ha fondato in Florida Peter Solomon Design.

Nel suo profilo LinkedIn Peter Solomon si presenta come “Design Director and Innovation Guru” e suo “way of designing” è ben sintetizzato nella mission del suo studio “Progettazione di innovativi prodotti che suscitano passione, basati sulla profonda comprensione della mente umana”.
L’esperienza multiculturale e interdisciplinare è un elemento chiave  di questo studio che unisce la personalità e l’eleganza del design italiano e il solido know-how tecnologico americano.
Quale è la tua definizione di innovazione?
Innovazione significa creare qualcosa di nuovo. Ma ho posto ulteriori condizioni per rendere questa definizione significativa o degna; deve saper anticipare il benessere, il comportamento o l’interazione dell’utente con l’innovazione.
In che modo il tuo studio applica concetti innovativi per aziende diverse? C’è un metodo unico o si modifica secondo il settore?
Per Peter Solomon Design tutto inizia da una ricerca approfondita. Studiamo gli utilizzatori, le loro interazioni con i prodotti che stiamo progettando, i loro stili di vita, i loro modelli, i loro bisogni. Cerchiamo ciò che è sbagliato, ciò che non funziona al meglio, le soluzioni, i disagi accettati, quello che manca. Tutto questo diventa opportunità di design, se siamo in grado di risolvere uno qualsiasi di questi problemi,  potremo creare un concetto innovativo in grado di migliorare la vita degli utenti. Ogni concetto diventa il fattore determinante di un nuovo design.
Ciascuno dei nostri clienti opera in un settore diverso, in un mercato diverso e ha una cultura diversa, quindi ognuno ha esigenze particolari, ma al centro di tutti i progetti è sempre la ricerca etnografica con l’obbiettivo di innovare per l’utente.
Nel settore workplace e office furniture quali sono gli scenari innovativi che immagini?
Ci sono così tanti scenari innovativi che lasciano intuire verso dove si muove l’ufficio, soprattutto considerando gli incredibili progressi della tecnologia combinata con la globalizzazione. Possiamo già vedere gli incontri e la collaborazione fisica sostituiti da teleconferenze. Con la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo, risparmiando tempo e denaro per non dover andare fisicamente a lavorare o visitare un cliente, le possibilità workplace futuro sono meravigliose e spaventose allo stesso tempo. Abbiamo bisogno di sottolineare la necessità di incontro e di scambio, anche la discussione impreviste e informale presso la macchina del caffè è un productive asset che deve essere rivalutato. I progettisti dovranno bilanciare il digitale e virtuale, con i benefici di esperienze fisiche e reali.
Che cosa è l’innovazione in un’era dove tutto si rinnova ad altissima velocità, non solo le tecnologie e gli oggetti, ma anche gli stili di vita e di lavoro?     
L’innovazione deve essere continua per definizione, altrimenti diventa ordinaria e poi antiquato. In un mondo in cui le tecnologie e il loro impatto sui nostri comportamenti stanno cambiando così rapidamente, anche noi dobbiamo innovare più velocemente; in parte dobbiamo reagire alla nuove tecnologie e ai nuovi comportamenti, ma soprattutto dobbiamo prevederli per progettare migliori scenari di vita dovuti a tali previsioni.
Che cosa significa fare innovazione nel settore del design?
Scienziati, tecnici e ingegneri creano fantastiche innovazioni tecnologiche, sebbene molte siano dalla parte del progresso tecnologico e molte siano troppo astratte o senza un’applicazione chiara.
Il designer può davvero concentrarsi sulla necessità dell’utente durante e creare innovazioni significative per le persone. Siamo in grado di applicare la tecnologia a un problema per trovare una soluzione adeguata e nuova. Siamo in grado di creare prodotti che migliorino la vita delle persone, che creino un legame emotivo con chi li usa. Un progettista può utilizzare l’innovazione per rendere diverso un prodotto, per creare profitto per l’azienda ed elevare il marchio, ma anche per dare un significato ai prodotti, per renderli responsabili, capaci di fare qualcosa di più che inquinare o riempire gli scaffali dei negozi, solo per il desiderio di fare un prodotto in più.
Testo a cura di Renata Sias


Didascalie
1, Lampada Onda, prodotta da Luxit, design by Isao Hosoe e Peter Solomon.
2, Cuffie HeadFoams, prodotte da Marblue, design by Peter Solomon e Marble Design Department.
3, Chitarra The Handle, prodotta da XOX Audio Tools, design by Peter Solomon.
4, Sistema espositivo SEV, prodotto da Nova System, design by Peter Solomon e Alessio Pozzoli.


5, Penna Sleeq Stylus, prodotta da Marblue, design by Peter Solomon.
6, Carrozzella elettrica Elegant Electric Wheelchair, prodotta da Y&L, design by Peter Solomon.
7, Gratta-schiena And I’ll scratch Yours, prodotto da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
8, Lampada Laser Tulip Laser Light Bulb, prodotta da Wickled Lasers, design by Peter Solomon.
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Ways of Designing: Marc Sadler.

Francese nato in Austria, residente a Milano, Marc Sadler è un cittadino del mondo curioso ed eclettico, amante della pittura. All’origine della sua professione sono lo sport design e la sperimentazione con le materie plastiche, tema importante nella sua attività di designer.
Ha ricevuto diversi Compasso d’Oro ADI per le lampade Drop (Flos, 1994), Tite e Mite (Foscarini, 2001), la libreria Big (2008, Caimi Brevetti) e il banco frigo-gelato Bellevue con tecnologia Panorama (IFI, 2014). Oltre a molti altri importanti riconoscimenti internazionali di design.

Lo studio Sadler applica un identico modello progettuale in ogni parte del mondo e con ogni tipo di azienda?
Spesso il rapporto con il cliente parte da una domanda dell’azienda cui do una risposta; ho scoperto che è stimolante lavorare all’interno dell’azienda. Di solito io propongo cose impossibili e troviamo dei compromessi. Si crea un’avventura da percorrere insieme, talvolta non si porta a termine il progetto ma si continua a sperimentare; in altri casi nasce un rapporto duraturo che genera nuovi prodotti.
Tra i clienti di lunga data c’è
Caimi Brevetti con il quale, dopo Big, ho realizzato recentemente due prodotti fonoassorbenti che utilizzano la stessa tecnologia Snowsound ma usano un linguaggio molto diverso tra loro. Pli risponde una sfida impossibile: utilizzare una tecnologia innovativa per creare un prodotto domestico che potrebbe piacere a mia nonna, un pannello vestito con dettagli ispirati alla selleria. Baffle invece è un sistema molto tecnico più legato all’ identità di Caimi Brevetti.
Ci sono “trasfusioni” culturali e concettuali ed elementi in comune tra i diversi settori  di progetto nei quali operi?
Spesso adotto soluzioni che vengono da altri territori. Sono migrazioni culturali e tecnologiche, per esempio una sedia che ho recentemente prodotto, venduta online, è realizzata in poliuretano, materiale e tecnologia che conosco bene perché sono “nato” come designer di scarponi da sci.
C’è qualche Maestro che ha ispirato il tuo modo di lavorare?
Mi piace citare Buckminster Fuller che attraverso soluzioni tecniche creava forme. Condivido l’aspetto del bricoleur che applicava al suo lavoro. Oggi è però indispensabile anche avere conoscenze nel settore della moda, sapere che cosa succede nel mondo, essere una spugna…altrimenti non si possono dare risposte che creano benessere fruibile.
Quali cambiamenti si sono verificati negli ultimi anni e come si rispecchiano nei nuovi prodotti e negli stili di vita?
I telefonini direi; stanno cambiando la società, ma riusciamo solo a disegnare oggetti “normali” che non riflettono le tecnologie smart che corrono troppo veloci e in un certo senso ci tagliano fuori dal progetto.
C’è un elemento unificante nei tuoi progetti, un segno che li rende unici e riconoscibili?
Non un segno, sono soluzioni a sfavore di segni, sono prodotti fatti di tante piccole soluzioni. (Si tocca la tempia con un dito, a indicare il suo cervello ndr). C’è un filo conduttore, ma i prodotti sono molto diversi tra loro.
Quale scenario e quali evoluzioni prevedi per l’ufficio e per i modi di lavorare del prossimo futuro?
Quando ci sediamo nella nostra auto regoliamo la seduta, il volante, gli specchietti, nei casi più evoluti l’auto parte da sola. Dovrebbe succedere qualcosa di simile davanti alla postazione di lavoro; le tecnologie esistono e tutto potrebbe essere personalizzato, però manca questo link perché un’azienda produce sedute, l’altra scrivanie, l’altra lampade, ma nessuno gestisce un progetto come soluzione integrata. Credo che il futuro dell’ufficio possa muoversi in questa direzione.


Didascalie
1, Marc Sadler.
2, 3, Caimi Brevetti, Baffle (design Marc Sadler) sistema brevettato che permette di sospendere a soffitto i pannelli fonoassorbenti Snowsound®, esaltandone le caratteristiche di leggerezza ed eleganza. Il sistema  brevettato di unione del pannello ai cavi è totalmente a scomparsa.
4,5, 6, Caimi Brevetti, Pli (design Marc Sadler) paravento fonoassorbenti, realizzato con pannelli Snowsound uniti da cinghie elastiche con dettagli ispirati alla selleria. Sono disponibili nove colori per i pannelli e tre per le cinghie liberamente abbinabili fra loro.
7,8, Caimi Brevetti, Big (design Marc Sadler), libreria in metallo caratterizzata da robusti montanti in alluminio estruso con sezione a “T” e da ripiani in lamiera. Ha vinto il Compasso d’Oro ADI 2008.

9, Calligaris, MS4 (design Marc Sadler) sedia monolitica in materiale plastico, la superficie a nido d’ape è la faccia visibile di una complessa struttura sottostante che conferisce alla seduta la flessuosità di un cuscino. E’ impilabile e adatta per esterno.
10, IFI, Bellevue-Panorama (design Marc Sadler) banco frigo-gelato vincitore del Compasso d’Oro ADI 2014.
11, Pedrali, Tweet (design Marc Sadler), sedia per collettività con scocca è in polipropilene stampato a bi-iniezione e struttura è in acciaio. Disponibile mono colore o bicolore.
12, Gaber,Terrasse (design Marc Sadler) sedia per collettività in termoplastico ad iniezione.

13, Dainese, paraschiena per motociclisti (design Marc Sadler) è nella collezione permanente di design del MOMA di New York.
14, Foscarini, Mite (design Marc Sadler), questa lampada da terra fa parte della collezione design del Beaubourg di Parigi.

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Ways of Designing: Oki Sato (Nendo).

Tutto è lieve e gentile in Oki Sato, a partire dal suo spontaneo sorriso e dall’impalpabile biglietto da visita che ti porge con grazia. Segni identificativi anche dei suoi fluidi ed eterei progetti che regalano sempre inattesa e gioiosa emozione. Nato in Canada 37 anni fa, l’eclettico e talentuoso designer fondatore di Nendo ha studiato a Tokyo e gira ininterrottamente il mondo “viaggio continuamente, in media non mi fermo più di 3 giorni in un luogo”.

Incontriamo Oki Sato nello stand di Emeco in occasione del Salone del Mobile a Milano, città dove dal 2005 ha aperto gli uffici di Nendo. Una città che ama, ci spiega,  “perchè non è solo importante per il furniture design ma è un luogo di nuove idee”. A lui le idee non mancano, a giudicare dall’innumerevole quantità di oggetti, nei più diversi settori, che ha progettato nei suoi 12 anni di attività.
Nendo applica un identico modello progettuale in ogni parte del mondo e con ogni tipo di azienda oppure modifica il proprio approccio in base alle diverse realtà?
Cerco di fare questo…Penso che ci siano due modi di essere designer; uno opera come uno Chef, l’altro come una mamma o una nonna che cucina. Io sono più simile a una nonna che cucina: non inizio portando i miei ingredienti, ma è come se entrassi nella cucina di qualcuno e aprissi il frigorifero. Dunque visito gli uffici e gli impianti produttivi dell’azienda, incontro le persone. Posso trovare ingredienti diversi nel frigorifero e non è detto che siano i migliori disponibili, ma chiedo a me stesso: cosa posso fare di nuovo usando questo materiale? Cerco di pensare qualcosa di originale e inizio a cucinare in questo modo.
Qual è l’elemento più importante nelle tue ricette?
Probabilmente le spezie. Le spezie sono fondamentali soprattutto nel design giapponese. Pensiamo in un modo semplice e lineare, ma troppa semplicità e linearità può rendere il design freddo. Io voglio creare un legame tra gli oggetti e le persone portando humor e sorpresa nella vita di tutti i giorni… queste sono le spezie nel design.
Dunque le spezie sono l’emozione? Gli elementi di gioia e di sorpresa nei tuoi progetti?
Esattamente. Penso che il Design debba offrire piccoli “momenti WOW!”. Credo che i “momenti WOW!” siano ciò che rende le nostre giornate più ricche e interessanti.
Ci sono “trasfusioni” di materiali, tecnologie o concetti tra i diversi settori di progetto nei quali opera Nendo?
In realtà i miei progetti non partono dai materiali o dalle tecnologie; mi interessa la storia nascosta dietro a ogni oggetto. Dopo aver trovato una storia è più semplice anche trovare la migliore unione di materiali e tutto il resto viene fuori in modo naturale. Penso che sia un mix filosofico, di materiali e tecnologie.
Quale scenario e quali evoluzioni prevedi per gli spazi di lavoro del prossimo futuro?
Il mio workplace è dovunque e in ogni momento io possa pensare e avere nuove idee; dovunque io possa essere con la mia valigia. L’ufficio sta scomparendo, si fonde con il living room, la camera da letto, l’hotel o il ristorante perché si può lavorare in ciascuno di questi luoghi; ma in ufficio o al ristorante ci si può anche rilassare. Non penso che oggi abbia senso mettere etichette ai luoghi, bisogna essere molto flessibili quando si pensa agli spazi.
C’è un Maestro che ti ha ispirato?
Issey Miyake. E’ stato molto interessante quando abbiamo avuto una collaborazione. Insieme abbiamo disegnato una poltrona di carta che si chiama Cabbage Chair.
C’è un oggetto che preferisci tra quelli che hai disegnato? Quale ami di più?
Ogni mio progetto è diverso dall’altro e difficile paragonarli. Il compito del design è risolvere le cose trovando nuove soluzioni. Il mio preferito è sempre quello sul quale sto lavorando, l’ultimo … o il prossimo…
Come definisci il tuo design in una parola?
Non so… forse amichevole, sorridente.


Didascalie
1, Oki Sato, fondatore di Nendo.
2, Desalto, Wave, collezione di panche-tavoli, design by Nendo.
3, Cos, installazione temporanea durante Milano Design Week 2014, design by Nendo.
4, Cappellini, Peg Sofa (design by Nendo), caratterizzato da un ampio sedile e un profilo morbido e arrotondato.

5, Offect, Cape (design by Nendo), sedia innovativa con una doppia scocca.
6, KN Industrie, Nendo Collection (design by Nendo), una griglia razionale in diversi colori che avvolge pentole e padelle fino a diventare la maniglia.
7, 8, Emeco, SU Collection (design by Nendo) nasce da una progettazione accurata e dall’uso di materiali nuovi, sorprendenti ed ecocompatibili.

9, Shivering-Bowls (design by Nendo). Un set di ciotole per la Mostra KAMA. Sex & Design presso la Triennale Design Museum di Milano (2013) “Abbiamo voluto esprimere l’eros attraverso un design che richiama il desiderio; un oggetto che gli osservatori semplicemente non possono sopportare di non toccare”.
10, Cabbage Chair progettata da Nendo nel 2008 per il XXI Century Man, la mostra curata da Issey Miyake per commemorare il primo anniversario di 21_21 Design Sight a Roppongi, Tokyo.
11, Moroso, Heel (design by Nendo). La linea delle gambe posteriori e la loro connessione con lo schienale hanno la silhouette di un tacco a spillo.
12, Uffici Spicebox. Il workplace disegnato da Nendo a Tokyo per l’agenzia digitale globale, la pianificazione strategica, la promozione interattiva e il digital marketing creativo.nendo-oki-sato-wow-webmagazine

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Dal contract alla casa: Luxury Living a City Life by Marco Piva.

Nel complesso di CityLife a Milano, all’interno del lotto progettato da Zaha Hadid e affacciato sul nuovo parco pubblico, si trova l’appartamento (230 mq +80 di terrazze) per il quale Marco Piva è stato incaricato di curare l’interior design, l’illuminazione e gli arredi. Dopo tante esperienze progettuali nel settore hotel e contract, Marco Piva affronta il tema più intimo della casa. Lo intervistiamo per capire come si coniugano l’approccio progettuale domestico e quello rivolto al contract in questo perfetto esempio di luxury living.

L’appartamento, vissuto come prima casa, si sviluppa secondo le necessità abitative del cliente stabilite in fase progettuale.
Per andare incontro alla passione degli acquirenti per la cucina e per la musica, bisognava riservare due spazi importanti e tecnologicamente avanzati a questi due ambiti. Sono presenti anche mobili antichi appartenuti alla famiglia, pezzi d’arte, quadri e tappeti persiani. L’obiettivo è stato raggiungere una sofisticata eleganza per tutti gli ambienti, che sono sobri e funzionali, ma ricchi di dettagli che ne sottolineano l’esclusività e la ricercatezza.


Intervista con Marco Piva
Come affronta il progetto casa un progettista che si è sempre occupato di hotel/comunità?
Il nostro successo nel settore dell’ospitalità deriva dall’aver introdotto all’interno degli spazi collettivi rimandi alla domesticità che potessero far sentire l’ospite come a casa propria. L’approccio progettuale per l’ospitalità o il privato è identico, cambiano solo i referenti e le metrature. Il nostro know-how, ci permette di affrontare con mente aperta le scale progettuali più diverse.
Quali sono i concetti chiave mutuati dall’hotel che possono arricchire la casa?
L’idea di dare un servizio alla comunità. A Roma stiamo lavorando al recupero di un edificio molto bello trasformato in complesso residenziale. I volumi, reinterpretati, sono immaginati per un nuovo modo di abitare e mantengono alcune zone comuni tipiche degli alberghi: zone di incontro, di relax e aggregazione; hall e reception, palestre e spa condominiali, sale multifunzionali.
Quale must ha potuto aggiungere all’ambiente domestico il tuo know-how?Attenzione nei minimi dettagli e un’eleganza senza tempo. Un progetto funzionale attento alle nuove tecnologie. Un vestito misura che risponde alle esigenze del cliente.

E’ stata fatta una ricerca attenta sui cromatismi, selezionando colori contemporanei ma poco invasivi: una gamma cromatica di tendenza che non stanchi con il passare del tempo.
Per gli arredi è stato selezionato il meglio della produzione italiana nel campo del design, sia dal punto di vista della qualità dei prodotti che della loro funzionalità con una ricerca focalizzata sul dualismo antico/contemporaneo.
Nella zona living si concentra una delle principali particolarità del progetto:
un’apertura a scomparsa tramite intercapedine, della quale non si vedono binari nel momento in cui è aperta rendendo la vista sul soggiorno unica. Completamente fonoassorbente,  divide lo spazio quando necessario, creando uno spazio riservato per l’ascolto della musica o la visione della televisione. Anche le terrazze coperte assumono un ruolo molto importante.
Domotica e diffusione sonora. Dal punto di vista tecnologico tutte le unità CityLife sono dotate di tecnologie d’avanguardia e dei sistemi di domotica. Oltre a quella in dotazione, Marco Piva ha sviluppato un’importante operazione extracapitolato insieme a BTicino.
Dal punto di vista acustico, è stato predisposto un importante impianto Home Theatre, è stato inoltre predisposto un impianto di filodiffusione nascosto all’interno di contenitori/pareti.
L’illuminazione. L’aspetto tecnico e decorativo relativo all’uso della luce è stato un elemento fondamentale per tutta la progettazione, sia interna che esterna.

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Ways of Designing: Paolo Pininfarina.

Con oltre 500 progetti all’attivo nei settori dell’industrial design, interior design, architettura, nautica e aeronautica, Pininfarina Extra è tra le Top 10 (in un anno è salita dal 13° al 10° posto) nella classifica delle prime 100 società di architettura/design in Italia.

I progetti spaziano dalla penna alla torre residenziale di lusso (per la torre Ferra a Singapore, alta oltre 100 metri, 104 unità, Pininfarina ha curato l’intero progetto, dall’architettura all’interior design).Il presidente Paolo Pininfarina risponde in esclusiva alle domande di WOW!
Lo studio Pininfarina Extra applica un identico modello progettuale in ogni parte del mondo e con ogni tipo di azienda o prodotto di design oppure modifica il proprio approccio in base alle diverse realtà?
La nostra filosofia di design si basa su tre valori fondamentali: eleganza, purezza e innovazione. Partendo da questi concetti, il nostro approccio è simile per ogni progetto, che si tratti di auto, di mobili o di architettura. Lavoriamo con partners che operano in ogni parte del mondo e sappiamo quindi creare progetti in grado di incontrare il gusto di culture diverse.
Pininfarina Extra lavora in campi molto diversi tra loro dalle analisi per questi progetti emergono nuovi stili di vita e nuove esigenze da parte degli utenti?
Grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione l’uomo moderno è costantemente connesso e può quindi svolgere le mansioni che prima erano legate ad un ambiente specifico in luoghi diversi. Gli ambienti devono quindi rispondere a questa nuova esigenza di multifunzionalità.
Ci sono “trasfusioni” culturali e concettuali ed elementi in comune tra i diversi settori di progetto nei quali opera Pininfarina Extra?
L’attitudine all’innovazione ci ha portato ad affrontare sfide in settori molto diversi, dall’automotive al transportation, dall’industrial design all’architettura. Il valore aggiunto risiede nell’applicare l’esperienza ed il know-how raggiunti in un ambito per trovare nuove soluzioni negli altri settori.
Quali cambiamenti si sono verificati nella visione di workplace negli ultimi anni e come questi cambiamenti si rispecchiano nei nuovi prodotti o negli spazi?
Il concetto di workplace è cambiato e si è ampliato negli ultimi anni come è cambiato il concetto di team di lavoro. Lavoriamo ovunque, in ufficio, a casa, in viaggio, e i nostri team sono dislocati in paesi lontani ma interagiscono efficacemente tra loro.. Gli spazi diventano quindi flessibili per poter rispondere a queste esigenze.
Quale scenario e quali evoluzioni prevedi per gli spazi di lavoro del prossimo futuro?
La multifunzionalità e la connessione saranno i concetti guida nella progettazione degli ambienti. Un ufficio ma anche un ristorante o l’interno di un jet dovranno consentire all’utente diverse mansioni: il lavoro, l’interazione con il mondo interno e con quello esterno, la fruizione di contenuti.


Didascalie
1, Paolo Pininfarina, Presidente gruppo Pininfarina.
2, Ever, Pininfarina per Cambiano, lo strumento di scrittura eterno.
3, Ferra, condominio di lusso di Singapore con interni ed esterni progettati da Pininfarina.
4, Cronografo Sergio, nuova limited edition per Bovet, tributo a Sergio Pininfarina.
5,Tifon Tigre, complesso nautico firmato Pininfarina, sorgerà a Buenos Aires, sulle rive del Río Luján.
6, Alenia Sukhoi Superjet 100, interior design Pininfarina premiato “red dot design award 2013”.
7,1100 Millecento Residences, torre di lusso di 42 piani progettata da Pininfarina che sta sorgendo a Miami.
8, Xten, la sedia iconica per ufficio di Ares Line progettata da Pininfarina nel 2003.
9, Premiere, poltrona per sale conferenza di Ares Line, disegnata da Pininfarina e premiata
Wellness@Work al Salone del Mobile 2006.
10, Divanetto contract della linea PF3 progettato nel 2011 da Pininfarina per Ares Line.
11, Interni progettati da Pininfarina per il nuovo Juventus Stadium di Torino premiato
Stadium Innovation Award.
12, Schaefer 800, yacht 80 piedi disegnato da Pininfarina per il costruttore navale brasiliano Schaefer.


13, Snaidero, Ola25 Limited Edition creata per celebrare i 25 anni di collaborazione tra Pininfarina e Snaidero.

 

Video-intervista con Werner Aisslinger.

Video-intervista con Werner Aisslinger, designer. Stand Moroso, Salone del Mobile 2013.

(by Renata Sias, editor of WOW! Webmagazine).

Video-intervista con Carlo, Anna e Paolo Bartoli.

Video-intervista con Carlo, Anna e Paolo Bartoli, designer. Stand Segis, Salone del Mobile 2013.
(by Renata Sias, editor of WOW! Webmagazine).

Video-intervista con Claudia Salomoni.

Video-intervista con Claudia Salomoni, Building & Furniture
Mktg Italia Akzo Nobel. Stand MaterialConnexion, Salone del Mobile 2013.
(by Renata Sias, editor of WOW! Webmagazine).

Video-intervista con Junya Suzuki e Michele Caniato.

Video-intervista con Junya Suzuki, presidente MaterialConnexion Tokyo e Michele Caniato, AD MaterialConnexion New York. Stand MaterialConnexion, Salone del Mobile 2013.
(by Renata Sias, editor of WOW! Webmagazine).

Video-intervista con Frida Doveil.

Video-intervista con Frida Doveil, architetto. Stand MaterialConnexion, Salone del Mobile 2013.

Video-intervista con Jeannette Altherr.

Video-intervista con Jeanette Altherr, designer (Studio Lievore Altherr Molina). Stand Arper, Salone del Mobile 2013.

Video-intervista con Alberto De Zan, Assufficio.

Video-intervista con Alberto De Zan, presidente Assufficio. Stand Assufficio, Salone Ufficio 2013.

WOW! incontra Daniel Libeskind.

Incontro “in movimento” con Daniel Libeskind presso lo stand Fiam al Salone del Mobile. Architetto e designer di fama internazionale, oltre che virtuoso musicista, Libeskind opera in tutti i settori dell’architettura e del design, diversi suoi progetti erano presenti alla Design Week milanese.

L’ambizione di Libeskind è quella di realizzare i singoli oggetti in modo unico e innovativo, per rendere la vita di tutti i giorni più attraente e interessante. Libeskind ha ricevuto numerosi premi e ha ideato progetti di fama mondiale; punto fondante della sua filosofia di è l’idea che ogni costruzione si evolve attraverso l’energia umana.

Didascalie

1 Fiam. La collezione The Wing, progettata da Daniel Libeskind, reinterpreta lo specchio come oggetto magico che agisce sullo spazio. Dalle tracce incise sulla sua superficie, lo specchio ha il potere affascinante di trasmettere il mistero di ciò che vi è riflesso. “Per risvegliare gli occhi dei dormienti” disse il bardo cieco, attribuendo allo specchio l’impronta di un segno dinamico che si staglia sui volti di chi lo osserva. Così The Wing suggerisce l’enigma del risveglio sull’ala dei sogni e dei desideri dell’uomo, interpretando il ”decostruttivismo” di cui Libeskind è una delle massime espressioni.

2 Artemide. La lampada Paragon, progettato da Daniel Libeskind, ha un design radicale; la forma ricorda un grattacielo in miniatura quando in posizione eretta, il corpo illuminante è composto da quattro segmenti piegabili che permettono di creare interessanti forme geometriche che assumono diverse sembianze. Una lampada dotata della più recente tecnologia LED è in cima alla struttura verticale.

3 Jacuzzi SPA Flow, progettata da Daniel Libeskind utilizzando la tecnologia innovativa della City Spa, è il risultato dell’interazione tra due geometrie classiche, con una base circolare che torcendosi si trasforma progressivamente nel top deck quadrato. La sua forma ricorda le intricate terme romane e le eccentriche cisterne del barocco, oltre a richiamare il movimento rotatorio di un vortice marino.

4 Tre-Più. Idea, design da Daniel Libeskind; porta per interni con profilo brevettato in alluminio che separa con un effetto ottico la porta dalla parete  e può nascondere dei led all’interno.

5 Beyond the Wall. Installazione di Daniel Libeskind (Interni Hybrid / Metissage Architecture & Design Exhibition presso il Cortile dell’Università Statale durante il Salone del Mobile) realizzato con Silestone ® di Consentino, quarzo trattato con un’innovativa finitura opaca “camoscio”, questa spettacolare spirale policentrica si apre in molteplici direzioni con traiettorie diverse e una forte torsione propulsiva verso lo zenith.

6 Banca Sistema, filiale di Corso Monforte a Milano. Daniel Libeskind, che ha curato l’interior design (realizzazione di Saporiti Italia in collaborazione con Cisco Systems), dichiara: “Lavorare sul concetto di banca del ventunesimo secolo, creando uno spazio totalmente personalizzato e interattivo, con tecnologia d’avanguardia, è stata un’esperienza insieme originale ed entusiasmante”.

7 Accademia del Museo Ebraico di Berlino progettata da Daniel Libeskind. La nuova struttura occupa una superficie di 25.000 mq negli spazi dell’ex mercato dei fiori. “Ogni progetto offre una nuova opportunità per illuminare la storia e la cultura ebraica, per comprendere le tragedie e i trionfi, e per celebrare la creatività, la determinazione e la cultura che hanno caratterizzato l’eredità del popolo ebraico”.

WOW! incontra Friedrich Bender.

Salone Ufficio 2013, Kymo hosted at stand Caimi Brevetti.

Incontro “in movimento” con Friedrich Bender di Kymo, nello stand Caimi Brevetti al Salone Ufficio che ospitava la creativa azienda tedesca produttrice di tappeti e rivestimenti per pavimenti; Kymo si distingue per l’originalità di alcune proposte tra le quali spicca MashUp Concept Edition.

 

MashUp Concept Edition (Design di Eva Langhans & Thomas Follner): Tappeti orientali di qualità, fatti a mano realizzati espressamente per le specifiche The MashUp, le opzioni e i modelli sono infiniti. Nel 2011 The MushUp Concept Edition ha vinto il premio speciale per la sostenibilità assegnato dalla prestigiosa rivista di architettura tedesca, AIT, nell’ambito ‘Innovation Award for Architecture & Flooring’.